✕
Giovanni Paolo II durante la visita del 1979 in Irlanda 

C'era una volta la cattolicissima Irlanda. Scuola, Sanità e tempo libero: così i laici provano a smontare il potere della Chiesa

Dopo la scoperta degli abusi perpetrati sui minori nelle istituzioni gestite da religiosi, chi rivendica la separazione dello Stato dalle autorità ecclesiali ha acquistato più forza. Con risultati contraddittori (Gazeta Wyborcza) Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima cliccate qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica cliccate qui    
21 minuti di lettura

Proprio come in Polonia l’identità degli irlandesi è strettamente legata al cattolicesimo. Si considerano il bastione della fede cattolica più antico del mondo, capace di resistere strenuamente agli attacchi delle altre confessioni. La croce sull’isola verde venne conficcata da San Patrizio nel V secolo. Da allora la posizione della Chiesa cattolica non è stata indebolita neppure dalla grande fame, dall’emigrazione e dal protestantesimo.  Gli irlandesi, come si sente dire qui, si vantavano di essere i “migliori cattolici del mondo”.


Eppure nel corso degli anni ’90 qualcosa si è rotto. Le vittime di crimini sessuali hanno iniziato a parlare di scuole cattoliche, orfanotrofi e istituti dove le ragazze venivano mandate dalle loro stesse famiglie per portare avanti gravidanze indesiderate e dove poi i figli gli venivano tolti dalle suore e dati in affidamento a famiglie scelte.

Proprio come in Polonia l’identità degli irlandesi è strettamente legata al cattolicesimo. Si considerano il bastione della fede cattolica più antico del mondo, capace di resistere strenuamente agli attacchi delle altre confessioni. La croce sull’isola verde venne conficcata da San Patrizio nel V secolo. Da allora la posizione della Chiesa cattolica non è stata indebolita neppure dalla grande fame, dall’emigrazione e dal protestantesimo.  Gli irlandesi, come si sente dire qui, si vantavano di essere i “migliori cattolici del mondo”.


Eppure nel corso degli anni ’90 qualcosa si è rotto. Le vittime di crimini sessuali hanno iniziato a parlare di scuole cattoliche, orfanotrofi e istituti dove le ragazze venivano mandate dalle loro stesse famiglie per portare avanti gravidanze indesiderate e dove poi i figli gli venivano tolti dalle suore e dati in affidamento a famiglie scelte.

All’inizio degli anni Duemila è stato coniato lo slogan “one in four”. Commissioni di inchiesta hanno portato alla luce che un minore irlandese su quattro aveva subito qualche forma di violenza sessuale. Ciò non era necessariamente avvenuto in contesti cattolici, ma è innegabile che in Irlanda è la Chiesa ad avere il monopolio dell’istruzione, dell’assistenza sociale e della salute.

Si tratta di dati che il governo irlandese non poteva ignorare e Bertie Ahern, primo ministro dal 1997 al 2008, ha svolto in questo senso un ruolo determinante. In quel decennio la società irlandese è andata arricchendosi e differenziandosi. Nel corso di tre decenni il massiccio afflusso di migranti e il più facile accesso all’istruzione superiore hanno di fatto cambiato il volto del paese. Una pietra miliare nella strada di questi cambiamenti è stato il referendum del 2015 che ha portato alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. In quell’occasione il 62% degli irlandesi si è dichiarato favorevole. Il referendum del 2018 sulla legalizzazione dell’aborto ha riscosso risultati analoghi (il 66 per cento ha votato per il sì). 

Dopo quindici secoli la Chiesa cattolica sta per essere rigettata dalla società irlandese?

Greg Daly, caporedattore del trimestrale cattolico Leaven, sorseggia il suo caffè. La mia domanda sul rapporto tra lo Stato irlandese e la Chiesa lo ha divertito.
“I politici non chiedono più il sostegno dei sacerdoti perché non è nelle chiese che si guadagnano i voti. La gente vota per il Partito Repubblicano e per i Verdi perché esiste ancora il Sinn Féin, decisamente troppo di sinistra per la maggior parte degli irlandesi”.
“E i nazionalisti?”.
Greg alza le sopracciglia. “Gli irlandesi sono per una vita tranquilla dove non succede un granché. L’IRA e il conflitto per l’Irlanda del Nord non si inscrivono in questo quadro”. Poi aggiunge che nel corso degli anni questa inclinazione per il silenzio e la tranquillità hanno dettato anche l’approccio alla Chiesa cattolica. “L’Irlanda è un paese dove i figli non si ribellano ai genitori”, aggiunge. “Da ragazzo ero indifferente alle questioni della fede e invece di andare a messa me ne andavo a zonzo. I miei amici facevano lo stesso. Ma ai genitori dicevamo di esserci andati, non volevamo dargli un dispiacere. Era un po’ come tradire l’Irlanda, visto che la Chiesa e lo Stato erano come un solo organismo e cattolico e irlandese funzionavano come un’equazione”.
Ma oggi siamo arrivati al punto che il governo non dialoga più con la Chiesa.
“Perché la Chiesa non gli serve più”.
Beh, non del tutto. Fa pur sempre parte della società irlandese.
“Eccome! Il 93% di tutte le scuole primarie irlandesi dipende ancora in qualche modo dalla Chiesa cattolica. Sorgono sui terreni appartenenti alla Chiesa, sono gestite da istituzioni ecclesiastiche che stabiliscono anche le assunzioni degli insegnanti e possono influire sulla programmazione didattica. Si tratta del più grande sistema di istruzione privato d’Europa. Gratuito, ma privato. Ogni scuola in Irlanda ha una specie di patrono. Si tratta per lo più del vescovo della diocesi che stabilisce il programma di insegnamento delle ore di religione. In teoria non ha alcuna influenza sui contenuti delle altre materie impartite, ma se volesse sarebbe probabilmente in grado di imporre il suo punto di vista. A scuola, ovviamente, i ragazzi non vengono preparati per ricevere i sacramenti, ma la maggioranza dei genitori irlandesi spinge ugualmente i figli a fare la comunione, perché è comunque un’occasione sociale, un evento familiare, una specie di rito di iniziazione e di passaggio. Questi genitori sono spesso quelle stesse persone che a messa non ci mettono piede e che criticano la Chiesa sui social”.
Perché non cambiare questo sistema scolastico dal momento che la società ha ormai accettato sia il matrimonio tra persone dello stesso sesso che l’aborto?.
Daly sorride: “Perché questo sistema assicura un livello di istruzione molto alto e nessun governo ha il minimo interesse a cambiarlo. Ciò implicherebbe un immediato aumento della spesa pubblica per l’istruzione. Vede, la Chiesa delle sue scuole si prende cura e devo dire che anche alle lezioni di religione c’è molto pensiero critico. La scuola frequentata dai miei figli era gestita da un ordine monacale, ma durante le ore di religione di discuteva in maniera non tendenziosa di agnosticismo, si poneva l’accento sui valori civili, sulla necessità di amare il prossimo come faceva Gandhi. Attualmente, tra il 70 e 80% degli irlandesi si dichiara cattolico, mentre il 20-25% va a messa regolarmente. Solo il Portogallo e la Polonia hanno statistiche più alte in Europa”.
Eppure i referendum indicano che la Chiesa irlandese ha perso la sua leadership. Come gestisce questa perdita?.
“Ho parlato recentemente con un prete della periferia di Dublino. Ha detto che la scelta era tra mantenere lo stato attuale o scomparire di una morte lenta, ma inesorabile”.  
E cosa sostituisce le funzioni della Chiesa nella società?.
“Lo si può vedere bene dopo i funerali. Arrivano folle di persone, ma nessuno prega per i morti. È solo un’occasione per fare due chiacchiere, per mangiare o bere insieme. Di recente è morto uno dei più famosi politici di sinistra, grande sostenitore dell’aborto e oppositore della Chiesa. Ha avuto comunque un funerale di rito cattolico, anche se sulla sua bara hanno gettato un opuscolo sull’aborto”.
Gli faccio notare che potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza. In Polonia i nazionalisti hanno formato spontaneamente delle milizie per proteggere le chiese durante le manifestazioni di protesta delle donne. Daly sembra perplesso: “A Dublino non c’è nemmeno una piazza abbastanza grande per convocare una manifestazione di massa. In Irlanda la vita scorre silenziosa e tranquilla”.

La speranza negli immigrati

 

Entro nella chiesa di Sant’Andrea, quella immortalata nell'“Ulisse” da James Joyce. È un giovedì, mezzogiorno, un ordinario giorno ai tempi della pandemia. Avvisi con restrizioni sanitarie all’ingresso. Una botte con dell’acqua santa. Se vuoi puoi versartene un po’ e portartela a casa. La chiesa è vuota. Sul tavolo un bollettino parrocchiale, nell’angolo della navata una bandiera dell’Unione Europea. Nel bollettino il parroco scrive che il suo ideatore, Arsène Heitz, era un devoto cattolico e i colori del vessillo sono mariani. Perché l’Europa unita è un’Europa dalle radici cristiane.

Il cattolicesimo resiste sull’isola grazie agli irlandesi più anziani e agli immigrati, inclusi polacchi, filippini e i nuovi arrivati dall’Africa. Ecco perché il clero deve mantenere un atteggiamento di apertura verso queste persone: senza di loro sarebbe ormai fuori dalla storia. Faccio caso a un cartello con questa scritta: “L’arcidiocesi di Dublino riconosce la dignità e i diritti dei bambini, perché ognuno di loro è un dono di Dio. Apprezziamo e incoraggiamo i bambini a partecipare a tutte le attività che portano al loro sviluppo fisico, sociale, intellettuale, emotivo e spirituale. Allo stesso tempo, l’arcidiocesi si impegna a garantire la sicurezza e il benessere dei bambini collaborando con i loro genitori e tutori. Tutti i membri del clero, i volontari e le persone che lavorano nella diocesi sono obbligati a prendersi cura del benessere dei minori, aiutarli nella crescita, agendo nel loro interesse e proteggendoli da violenze e abusi”.

Di sotto ci sono i numeri di telefono del responsabile per la sicurezza dei minori e un’informazione: “Se sei preoccupato per la situazione dei bambini o sospetti che siano stati vittime di violenze o abusi contatta queste istituzioni”. Viene menzionata l’Arcidiocesi e il servizio telefonico a cui denunciare i casi di pedofilia e violenza sui minori. Mi trovo in una chiesa, non in un’istituzione statale, ma i numeri che seguono sono quelli dell’assistente sociale e della polizia.

 

Lo spinello nella bara

 

“Se dovessi descrivere il nostro cambiamento in una frase, direi che abbiamo rotto con il cattolicesimo sentimentale e questo è avvenuto soprattutto grazie ai movimenti femministi. È alle donne che l’Irlanda deve le conqueste degli ultimi anni”. La dottoressa Catriona Crowe mi chiede cosa voglio sapere in particolare sul cattolicesimo irlandese. Sul sito dell’Università di Limerick leggo che è cresciuta nella Dublino degli anni ’60 e che da ragazza non aveva ambizioni “voleva ascoltare molta musica, bere molto e comportarsi male”. Oggi è una delle commentatrici culturali più note d’Irlanda. Siamo seduti uno di fronte all’altra, in un locale. È solo mezzogiorno e beve un bicchiere di vino, in perfetta coerenza con il racconto agiografico del sito universitario.

L’Irlanda può dirsi oggi un paese laico?, le domando. Quasi scoppia a ridere. “La Chiesa irlandese gestisce ancora le nostre scuole primarie e gli ospedali, ha il monopolio dell’assistenza sociale”.

Come ha fatto a diventare così potente. Si accende una sigaretta. “La chiave di tutto è stata la questione della proprietà terriera. Un tempo era nelle mani di un pugno di persone o dell’occupante britannico. Quando finalmente i contadini o la piccola aristocrazia riuscirono con grandi sforzi ad avere i loro appezzamenti di terra, spesso molto piccoli, fecero di tutto per conservarli. Le famiglie irlandesi erano numerose e la terra doveva essere divisa tra i figli. Vista la penuria di terra si evitava a tutti i costi di doverla dividere con i figli illegittimi. Per questo le gravidanze indesiderate venivano nascoste e i bambini che nascevano li si spediva lontano. La gravidanza al di fuori del matrimonio era un peccato contro Dio e un problema di ordine legale. Ecco perché le ragazze incinte venivano consegnate agli ordini femminili”.

Catriona Crowe racconta di come portassero avanti le loro gravidanze in segreto e i bambini venissero tolti loro subito dopo la nascita. Queste ragazze vivevano e partorivano in condizioni proibitive, molte di loro davano alla luce bambini già morti. Venivano sistematicamente vessate e torturate. Il simbolo di questa tragedia è l’istituto delle suore del Bon Secour a Tuam, nell’Irlanda occidentale. Nel 2014 è stata scoperta una fossa comune con i resti di 796 bambini morti tra il 1925 e il 1961.
La storica Catherine Corless aveva a suo tempo combattuto a lungo perché venisse alla luce la verità sugli istituti per le madri e figli illegittimi, ma le cose erano ancora nascoste sotto il tappeto. Solo quest’anno una commissione speciale ha stimato in 9.000 il numero dei bambini morti in questi istituti tra il 1922 e il 1998. Stando alle indagini al loro interno moriva un bambino su sette, un tasso di mortalità doppio rispetto a quello registrato tra i bambini irlandesi “legittimi” negli stessi anni. La commissione di inchiesta ha anche rivelato che le case erano spesso teatri di esperimenti medici e che molte donne vi hanno perduto la propria salute.

La dottoressa Crowe è comunque scettica verso questo rapporto e accusa la commissione di manipolare le deposizioni delle vittime. “In Irlanda tutti avevano paura di queste gravidanze indesiderate, e non mi sto riferendo al Medioevo, ma a tempi recenti. Quando si verificavano la soluzione era portare la donna “dall’altra parte del fiume”, ovvero oltre i confini naturali della proprietà. In questo modo si evitava che il figlio illegittimo nascesse nelle terre di famiglia della madre rendendogli in futuro più difficile rivendicarne una parte.

Secondo Crowe i cambiamenti in corso hanno una base generazionale. “Durante il referendum contro l’aborto mi sono commossa perché ho visto votare giovani che venivano dai loro studi in Inghilterra. Ecco perché oggi posso dirmi ottimista per il futuro”. Ma gli irlandesi hanno davvero voltato le spalle alla Chiesa e alla fede?, le domando. “I sacramenti sono ancora popolari, ma la loro celebrazione non ha nulla a che fare con la fede. Prendiamo per esempio la comunione. In quell’occasione un bambino irlandese riceve in media 700 euro. Poi ci sono gli abiti per le bambine, con i loro ornamenti e fili dorati. È una specie di sfilata di moda per i più piccoli. Lo stesso si può dire per i funerali cattolici che hanno ben poco a che fare con la fede. Ormai sono soltanto un evento sociale”.  
E a titolo di esempio mi racconta del funerale di suo marito. “Non era credente, ma i amici e familiari mi hanno lo stesso chiesto se volevo un funerale cattolico. Gli ho riso in faccia. La cerimonia si è svolta in un crematorio, ma anche per questo ha avuto dei problemi. Vede, a Dublino ci sono solo due luoghi destinati alle sepolture laiche, troppo pochi per una città così grande. Al momento faccio parte di un movimento che vuole aumentare questo numero, lavoro in un comitato locale”.

Poi mi domanda quanti posti del genere abbiamo a Varsavia. Sono costretto ad ammettere di non avene la minima idea. Solo dopo il mio ritorno vengo a sapere che, almeno in teoria, in Polonia non è affatto difficile ottenere una sepoltura laica. Ogni agenzia di pompe funebri può preparare la salma per questo tipo di sepoltura e, secondo la normativa vigente, tale cerimonia dovrà essere assicurata da ogni cimitero, anche da quelli confessionali.  

“Mio marito era un tipo molto socievole, aveva molti amici. Al suo funerale hanno partecipato in seicento, ma nel crematorio c’era posto solo per duecento persone e così abbiamo dovuto mettere uno schermo fuori. Non so se avete questa usanza anche in Polonia, ma in Irlanda teniamo sempre il corpo a casa fino al funerale. Anche mia madre, che pure non approvava il mio matrimonio, è rimasta fino all’ultimo a vegliare la salma di mio marito. Lui amava fumare l’erba e il suo migliore amico voleva mettere uno spinello dentro la bara. Ma non poteva farlo perché mio madre avrebbe disapprovato. Alla fine si è avvicinato a me e mi ha detto: ‘Senti, tua madre è ancora lì davanti alla bara. Ma in bagno non ci va mai?’”. Catriona Crowe è una tipica atea. Mi racconta una raffica di aneddoti su Margaret Atwood o Samuel Beckett. “Mia sorella e mia madre sono cattoliche, quindi non volevo che si sentissero male nella saletta per la cremazione. Così ho chiesto a una mia amica che è pastore della Chiesa anglicana di venire a dire due parole”.  Questo dimostra che anche nel 21° secolo, nell’Irlanda avviata sulla strada della secolarizzazione, la religione si è ritagliata un posticino anche durante un funerale ateo.

Il papa rockstar

 

Quando Giovanni Paolo II venne in Irlanda nel 1979, la vita sull’isola letteralmente si fermò. Durante i quattro giorni del suo pellegrinaggio circa 3 milioni di persone, ovvero il 90% della popolazione irlandese, parteciparono alle messe e agli incontri.

Derek Scally, giornalista dell’Irish Times autore del libro “The Best Catholics in the World: The Irish, the Church and the End of a Special Relationship”, afferma che quel pellegrinaggio ebbe quasi una dimensione mistica perché rappresentò una sorta di avveramento della profezia sul destino della nazione. Wojtyla per i cattolici irlandesi era quasi l’incarnazione di Dio sceso in terra. Anche considerato che Giovanni Paolo II fece subito della sofferenza per la fede il motivo cardinale del suo pontificato, favorendo in questo modo l’identificazione dei cattolici irlandesi. Nazione da sempre cattolica la cui storia è stata segnata dalla lotta contro l’invasore infedele, non potevano restare indifferenti a questa narrazione.

Derek Scally e molti altri autori che scrivono sulla Chiesa irlandese sottolineano che per quanto molte persone presero parte a quel pellegrinaggio per ragioni non legate alla fede, anche loro devono essersi resi conto di aver partecipato a un processo che di fatto legittimava il potere della Chiesa sulla società. Guardando la chiesa piena ogni domenica, ogni sacerdote doveva allora essere convinto che quelle persone fossero lì per ascoltarlo.

Parlo della visita di Wojtyla anche con Crowe e lei alza gli occhi al cielo quando pronuncio il nome del Papa polacco .“Io in quell’occasione ho evitato di avere a che fare con qualsiasi iniziativa legata al pellegrinaggio. Ma mia madre ci è andata eccome, ed era tutta eccitata. Quando usciva per gli incontri e le messe io le dicevo: ‘Sai bene anche tu che non ci vai per ragioni di fede. Semplicemente lui ti piace, dì la verità. Vai per vedere una rockstar’. Lei non lo ha mai negato. Disprezzavo Giovanni Paolo II perché incarnava tutto ciò che odio nella Chiesa cattolica. So bene che questa antica istituzione ha dei meriti, ma so anche quanta sofferenza umana ha causato. Poi non capisco perché non abbandoni il Vecchio Testamento. Il Nuovo è pieno di amore, rispetto per il prossimo, mentre il Vecchio è del tutto crudele”.

Domando per quale ragione il processo di secolarizzazione si è svolge in Irlanda in maniera pacifica. Perché nessuno ha imbrattato i monumenti di vernice come è accaduto da noi in Polonia? Perché i nazionalisti non creano milizie per difendere le chiese? “Gli irlandesi credono che la propria forza sia nella democrazia. Anche se in passato gli è stato detto che tutte le colpe erano del sistema, le persone sono giunte alla conclusione che sono loro il sistema e dunque, potenzialmente, è in loro la possibilità di cambiarlo. Noi irlandesi dobbiamo molto ai nostri scrittori, giornalisti e documentaristi: sono stati la voce della società contro l’oppressione alimentata dalla Chiesa”.

La dottoressa Crowe mi chiede quale influenza abbia avuto il film dei fratelli Sekielski in Polonia (un film dalla vasta eco internazionale che tratta degli abusi sessuali perpetrati contro minori da membri della Chiesa). Le rispondo che non c’è stato alcun terremoto. “La società deve prendere in mano la situazione, imparare a fare tutte le cose che prima erano gestite dalla Chiesa. Nessuno le farà per voi”. Rispondo che in Polonia la Chiesa domina le cittadine e le campagne. In quei luoghi spesso non c’è alcuna alternativa. “In Irlanda, abbiamo risolto questo problema attraverso lo sport. Abbiamo un’associazione di atletica (GAA) che organizza la vita delle comunità locali. Un tempo la GAA era legata alla Chiesa, ma da tempo funziona come entità indipendente. Organizza anche picnic per le famiglie. Insieme ai movimenti femministi, è stato lo sport a darci la possibilità di rivoluzionare le nostre vite. E questo è accaduto proprio nei villaggi e nelle città più piccole. Nelle grandi città c’è il consumismo, i centri commerciali. Fino a quando non creerete qualcosa del genere in Polonia, finché non darete ai giovani una possibilità alternativa per trascorrere il loro tempo, la Chiesa polacca non si muoverà di un millimetro”.

Crowe mi chiede anche dell’attuale censimento in Polonia. “È importante che le persone non si dichiarino credenti se non sono anche praticanti. Non dovete dare ai governanti alcuna ragione di ritenere che la società sia passiva e profondamente religiosa. È fondamentale che le persone vivano in armonia con se stessi e dichiarino pubblicamente ciò che sono davvero! Credenti, non credenti, omosessuali, eterosessuali, tutti!”. L’ultima frase quasi la urla agitando il pugno. “Tuttavia - conclude - non credo che la religione scomparirà. La scienza non è in grado di rispondere a tutte le tue domande”.

Credere ai sopravvissuti

 

“Siamo stati danneggiati da alcune persone concrete. Non dalla Chiesa in quanto tale, ma da persone in carne ed ossa. Ecco perché non diciamo a nessuno di smettere di andare a messa. Ognuno ha il diritto di credere in quello che preferisce”. Carmel McDonnell lavora presso il Centre for Education and Support dedicato alla memoria di Christine Buckley, una delle eroine della lotta irlandese contro gli abusi sui minori nella Chiesa. Il padre di Buckley era uno studente di medicina nigeriano che aveva avuto una relazione con una donna irlandese. Christine è stata abbandonata quando aveva tre settimane. È finita in un orfanotrofio cattolico a Dublino, oggi uno dei luoghi simbolo della violenza. Buckley è stata picchiata, molestata, discriminata. In condizioni terribili ha portato a termine le elementari e le medie. Nel 1992, ha raccontato in televisione l’incubo della sua infanzia nell’orfanotrofio ed è diventata il volto del cambiamento. Il film sulla sua vita stava per essere trasmesso dalla televisione prima della mezzanotte, ma in seguito a un’ondata di proteste è stato mandato in onda in prima serata. Qualcosa si era finalmente rotto.

Carmel McDonnell ha passato sette anni in quello stesso orfanotrofio. “C’era violenza psicologica, fisica e sessuale. Ci veniva ordinato di dormire con le braccia incrociate sul petto in modo che Satana non entrasse in noi di notte. I bambini facevano la pipì a letto dalla paura e le suore li facevano camminare con le lenzuola sporche sulla testa. Tutte le forme di violenza che ci venivano inflitte avevano connotazioni sessuali. E il personale laico non era da meno”. 

Nessuna di queste persone sperava di essere creduta, ma il primo ministro Bertie Ahern le ha incontrate, gli ha stretto la mano e guardandogli negli occhi ha detto: “Io vi credo”. “Non dimenticherò la sua onestà. E nemmeno l’euforia di Christine quando è venuta da me e mi ha detto: ‘Ci hanno creduto davvero, il mondo ci ha ascoltati’. La cosa più importante era che le persone che avevano vissuto l’inferno degli orfanotrofi e delle scuole avessero finalmente la possibilità di uscirne e parlare. Il nostro obiettivo principale non era affatto un risarcimento materiale, ma un aiuto concreto. La possibilità di chiamare, di ricevere immediato sostegno psicologico”.

Ed è quello che assicurano attraverso il Centre for Education and Support. Offrono psicoterapia, il trattamento dei traumi attraverso la recitazione, l’arte, lo yoga, la gestione della propria rabbia. “Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, perché per molti di noi i traumi infantili innescano emozioni distruttive e scoppi d’ira difficili da controllare”.

Carmel è tranquilla e controllata. Mi accorgo quasi subito che nei suoi racconti non usa mai la parola “vittima”. Proprio come Crowe e Greg preferisce la parola “survivor”, sopravvissuto. Si tratta forse di un dettaglio, ma su larga scala gioca un ruolo enorme nella percezione sociale di queste persone. In questo modo non vengono poste in un ruolo subordinato rispetto all’istituzione che li stava distruggendo. E così non vengono percepite attraverso il prisma del loro passato: quello che conta è chi sono ora e cosa possono dire alla società dei nostri giorni.

“Frequentano il nostro centro centinaia di persone, anche se ancora in molti non riescono a parlare dei propri traumi ai loro cari. Hanno famiglie, figli, lavorano, ma custodiscono questa parte della loro vita come un doloroso segreto personale. Non so cosa dicono ai loro familiari quando vengono al centro, forse che vanno a fare una passeggiata? Alcuni non possono nemmeno guardare i preti, e devono comunque farlo perché lo Stato non ha ancora estromesso la Chiesa dalle sue procedure. Per esempio per richiedere il passaporto in Irlanda è necessario avere la firma di un testimone. E testimone può essere solo un legale, un medico o un prete”.

Verifico questa informazione e scopro che il numero delle professioni i cui membri possono testimoniare è molto più ampio, ci sono insegnanti, veterinari, dentisti, docenti universitari. Ciò non toglie che ancora nel 2021 lo Stato irlandese riconosca lo status clericale come una professione degna della massima fiducia pubblica.

Molti dei sopravvissuti che frequentano il centro non frequentano la chiesa. “Per me la fede non rappresenta un problema, ognuno ha i propri bisogni spirituali. La stessa Christine Buckley ha avuto un funerale cattolico. Molti sopravvissuti seguono le messe su Internet”. Perché?, domando. “Non lo so, penso che credano davvero in Dio. Del resto non è stato Dio a far loro del male, ma come ho detto delle persone concrete”.

Carmel parla della scala della violenza. Quelli che hanno osato parlare sono stati minacciati al telefono, si sono ammalati di depressione, qualcuno si è suicidato. “Si dice che il nostro movimento abbia rovesciato la Chiesa in Irlanda, ma le cose non stanno proprio così. È stata la Chiesa stessa a crollare. Un tempo non c’era famiglia che non vedesse di buon occhio il sacerdozio per il proprio figli. Oggi i preti non hanno più questa posizione, ma sono ancora parte integrante e forte della vita sociale. In Irlanda molte cose dipendono ancora dalla Chiesa catto lica”. Mi aspetto che Carmel parli delle scuole, ma questa volta si tratta degli ospedali.

“Basta prendere il caso dell’ospedale ostetrico nazionale, dove la Chiesa non vuole cedere nemmeno un millimetro”.Il punto è che lo Stato deve costruire un nuovo ospedale perché quello vecchio è troppo piccolo e obsoleto. Il posto migliore è un’area dotata di infrastrutture presso l’ospedale di San. Vincenzo, gestita dall’Ordine delle Suore della Misericordia. Il governo vorrebbe acquistare il terreno, ma l’ordine rifiuta di vendere e offre un contratto di locazione di 99 anni. Le autorità, pressate dagli attivisti, non vogliono. Si teme che se l’ospedale sorgesse su un appezzamento di terreno gestito da un’istituzione cattolica, ciò darebbe alla Chiesa la possibilità di mettere in discussione la pratica dell’aborto. Del resto per vendere il terreno, l’Ordine dovrebbe ottenere il permesso dal Vaticano, ma quest’ultimo non accetterebbe mai di cedere un terreno per scopi contrari alla religione cattolica. E così il governo è tra l’incudine e il martello. Si vocifera che le suore della misericordia abbiano già chiesto di entrare a far parte del collegio sindacale del futuro ospedale.

Tuttavia, aggiunge Carmel, anche se la Chiesa in Irlanda è accusata di tutto, non tutti i problemi sociali sono colpa sua. Analogamente, Greg Daly sostiene che criticare la Chiesa sia diventato quasi un costume sociale, per quanto i critici continuano ad avviare i figli alla comunione. Anche il nipote di Carmel frequenta una scuola cattolica. “Era richiesto il certificato di battesimo, mio nipote ce l’aveva ed è stato accettato”.

Più tardi ho verificato anche questa informazione e ho scoperto che, per legge, le scuole irlandesi non possono pretendere il certificato di battesimo. Molti genitori questo non lo sanno e così le scuole continuano a richiederlo. Questo insegna che i cambiamenti nella legislazione non sono sufficienti se non si accompagnano con i cambiamenti nell’atteggiamento sociale. Se i genitori irlandesi non rilasciassero alle scuole i certificati di battesimo dei propri figli, il problema non si porrebbe.

Allo stesso modo, se lo Stato aumentasse le spese per l’educazione e la costruzione di nuove scuole arginerebbe il fenomeno in base al quale quelle vecchie hanno più candidati che posti. La passività dello Stato in questo ambito fa sì che riguardo alla società irlandese non sia sbagliato considerare la Chiesa e lo Stato come un unico organismo.

 

“Gioventù irlandese, ti amo!”

 

In Irlanda il numero delle vocazioni è in calo, l’età media dei preti è tra i 65 e 70 anni. I vertici della Chiesa irlandese inviano i propri sacerdoti in missioni di reclutamento in India, Africa e America Latina. Importare sacerdoti è uno delle ultime possibilità che la Chiesa irlandese ha di sopravvivere. Gestisce infatti un enorme impero immobiliare e ha bisogno di personale per amministrarlo.

Patsy McGarry scrive di argomenti religiosi per l’Irish Times, il più grande quotidiano del paese. Si è occupato degli scandali sulla pedofilia nella Chiesa e delle commissioni statali che si occupano di ristabilire la verità. Ammette di non avere mai sentito parole così pesanti quanto quelle pronunciate in agosto dall’arcivescovo Dermot Farrell.
“Ha parlato di una fiducia nella Chiesa che nella società irlandese è ormai estinta. E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che sembra non esserci fine agli scandali. Quando sembra che le cose non possano andare peggio, ecco che ne scoppia uno nuovo. Indica un edificio dall’altra parte della strada. Si tratta di un liceo gesuita”. “Questa è la scuola che ha frequentato James Joyce. Oltre a essere uno dei licei più prestigiosi del paese è un altro simbolo dei tanti scandali sessuali”. 

Ma quale è il ruolo esercitato oggi dalla Chiesa irlandese?  “La gente non si fida più, ma a livello comunitario svolge un ruolo importante. Organizza la vita dei piccoli centri, gestisce tutta la sfera del sociale. Per esempio porta assistenza ai senzatetto”.  Di questo mi sono reso conto di persona. Ho visto le tende dei volontari allestite davanti alle chiese, dove chiunque può ricevere pasti caldi, medicinali, mascherine. Sulle tende campeggiava la croce, citazioni dalla Bibbia, nomi di santi.

“La Chiesa ha il monopolio anche nella gestione della salute pubblica, e lo Stato non fa nulla per toglierglielo. Proprio come accade con l’istruzione”. Derek Scally nelle sue pubblicazioni scrive anche dei conservatori cattolici che difendono la Chiesa come se fosse una fortezza presa d’assedio. “Si tratta principalmente della generazione più anziana, che si sente debitrice nei confronti della Chiesa. In fondo non tutti hanno avuto la disgrazia di finire in istituti oppressivi. E poi c’è il solito motivo della nostalgia, il ricordo dei bei tempi della giovinezza quando tutto ruotava intorno alla Chiesa”. Questo vale anche per te? domando a Patsy McGarry. “Certamente”, dice ridendo.

Quando Giovanni Paolo II venne in Irlanda nel 1979, Patsy, come il 90% dei connazionali, andò a vederlo dal vivo. E quando il Papa pronunciò a Galway nella sua lingua la famosa frase “Gioventù irlandese, ti amo!” andò in estasi insieme a tutti gli altri suoi coetanei. “Il suo arrivo fu un evento straordinario. Un papa giovane, bello, pieno di energia. Andarono a vederlo credenti e non credenti. Era John Paul la Rockstar”. Dopo questa visita in Irlanda ci fu un sensibile aumento delle vocazioni. Ma un’ombra di nuvole nere già scendeva sul mito. Eamonn Casey, vescovo di Galway e grande sostenitore del Papa, aveva una relazione con una donna americana dalla quale aveva avuto cinque anni prima un figlio. Casey voleva che lei lo desse in adozione, ma la donna rifiutò e lui cominciò a passarle il denaro per mantenere il bambino sottraendolo dalle casse della diocesi. La madre pretese il riconoscimento della paternità, Casey si rifiutò e la lei andò dritta a parlare con la stampa. Casey venne sollevato dalla dignità episcopale, ma nonostante la paternità e l’appropriazione indebita non venne allontano dalla Chiesa. Dopo la sua morte, si scoprì che era accusato in almeno tre casi di molestie sessuali avvenute nella diocesi di cui era vescovo.

Presso l’altare della chiesa di Galway, proprio accanto a Giovanni Paolo II e a Eamonn Casey, c’era anche Michael Cleary, un famoso prete irlandese soprannominato “il prete canterino”. Solo dopo la sua morte nel 1993 si scoprì che per 26 anni aveva vissuto in concubinato con la sua perpetua dalla quale aveva avuto due figli. Vivevano come una qualsiasi famiglia.

Quando Papa Francesco è giunto in Irlanda nel 2018, a seguire la sua messa c’era un decimo delle persone che riempirono le strade ai tempi di Giovanni Paolo II. I più delusi erano i venditori di sedie di plastica.

Che ne sarà della Chiesa irlandese?, domando a Patsy. “A Dublino c’è in media un sacerdote per ogni parrocchia. Secondo me, aumenterà il numero delle persone che si definiranno “spirituali” ma non cattoliche. Non credo che la Chiesa scomparirà, è una organizzazione antica, sa come fare a sopravvivere. Il modello che stiamo abbandonando, quello della chiesa identificata con la nazione, non ha che 150-160 anni. La Chiesa gli sopravviverà”.

Dopo aver incontrato Patsy, vado a fare una passeggiata. Supero una scuola elementare intitolata alla Santissima Vergine. Davanti all’ingresso sventolano tre bandiere: dell’UE, dell’Irlanda e quello arcobaleno.

 

Le teste recline

 

Sabato sera, centro di Dublino, vado alla mia prima messa irlandese. Ci sono undici credenti, per lo più anziani e giovani coppie, tutti con le mascherine. Non ci sono chierichetti, forse per via delle restrizioni. Durante il sermone il prete dice: “Vorrei parlarvi del progetto cristiano, oggi minacciato”. E poi prosegue affermando che il vecchio tipo di fede in Irlanda non esiste più. “Ma quale sarà la fede degli irlandesi?”, dice retoricamente il sacerdote. E poi aggiunge che lui dalla Chiesa non si allontanerà mai perché le belle narrazioni scientifiche che sente alla televisione non gli portano le risposte importanti. Alla fine invita i pochi presenti a pregare per il popolo afghano, per le vittime dei disastri naturali e della pandemia. La messa è durata meno di tre quarti d’ora.

La domenica vado alla procattedrale di Santa Maria, in centro. La folla riempie le strade, allo stadio si svolge la finale del torneo della Gaelic Athletic Association. Vedo diversi tifosi anche in chiesa, dove ci sono più persone stavolta, circa 80, anche se per lo più sono pensionati. L’offerta si può fare prima o dopo la messa, con la carta contactless attraverso terminali che prelevano 3 euro.

Gli uomini presso altare sono giovani, nel fiore degli anni, vengono dal Senegal e dalle Filippine. Il prete cita i giochi della Gaelic Athletic Association e mette in guardia dalla divisione del mondo in due tribù in guerra. Pochi riferimenti diretti alla Bibbia, un po’ di canti liturgici, una breve predica. I fedeli autoctoni cantano con poco brio, gli immigrati mi sembrano un po’ più zelanti. 

Lo stesso giorno vado alla messa dai domenicani polacchi. La chiesa è piena di gente, età media 45 anni, tante famiglie con bambini, molti gli adolescenti. Ho la sensazione di essere osservato e mi rendo subito conto che solo io e pochi altri indossiamo la mascherina. La messa dura un’ora. Quasi tutti vanno alla comunione e – a differenza delle altre messe a cui ho assistito – prendono l’ostia in bocca, direttamente dalla mano del sacerdote.

 

In nome della laicità

 

Il vento scompiglia i lunghi capelli di Michael Nugent mentre siamo seduti al caffè. Oltre al muro ricoperto d’edera c’è la residenza dell’arcivescovo di Dublino. “È un luogo simbolico”, afferma Nugent. È uno dei leader dell’organizzazione Atheist Ireland, il cui obiettivo è la separazione tra lo Stato e la Chiesa.È venuto con Jane Donnelly che nell’organizzazione si occupa dei diritti umani e dell’istruzione. “La nostra organizzazione ha forse rigettato il giogo della Chiesa cattolica, ma lo Stato irlandese certamente no. Ogni parlamentare neoeletto formula un giuramento che si richiama alla Santissima Trinità”. Non possono giurare senza citarla? Proprio come si fa da noi con “Sostienimi o Signore”. Nugent: “Bisogna formulare il giuramento per intero, sennò non viene riconosciuto valido. C’è già un precedente in questo senso. Purtroppo abbiamo a che fare con uno Stato che si finge laico. La cosa peggiore è nelle scuole, dove la Chiesa decide cosa devono o non devono imparare i bambini”. Mi è stato detto che i sacerdoti possono solo influenzare il programma delle lezioni di religione. Donnelly: “Tutte balle”. Nugent: “Non si tratta solo delle lezioni di religione”. Ogni scuola a parte il programma, deve seguire un modello etico”. Donnelly: “E il modello è ovviamente in linea con norme e precetti religiosi. Se un dato insegnante non è ligio a questo modello etico, riceve un rimprovero disciplinare”. Nugent: “È la Costituzione stessa a proteggere il monopolio della Chiesa cattolica”. Donnelly: “Gli insegnanti pregano prima della lezione e impongono agli studenti di pregare”. A religione?, domando stupito. “Si comincia sempre con la preghiera obbligatoria! Non importa se dopo ci sarà religione, storia o biologia!”.

Gli faccio notare che molti dei miei interlocutori, pur essendo critici nei confronti della Chiesa, mi hanno descritto un sistema educativo di alto livello. Donnelly: “Il livello non è alto grazie alla Chiesa: è assicurato dalla preparazione degli insegnanti. La verità è che le scuole finanziate con fondi pubblici danno la precedenza ai bambini di famiglie cattoliche. E la gente fatica ancora a non vederci una discriminazione”. Nugent: “Un mio amico ha fatto visita al liceo dove intendeva mandare suo figlio. Un prete faceva gli onori di casa. Al centro del patio c’era una figura di Gesù Cristo su cui erano attaccati dei biglietti con i nomi dei familiari degli studenti morti di COVID. Eccola qui la laicità delle nostre scuole”. Donnelly: “Lo stesso accade negli ospedali, anche lì viene imposto un modello etico. E finisce che i medici hanno paura dei preti. Figurati che l’arcivescovo di Dublino è nel direttivo dell’ospedale ostetrico nazionale. Ti pare normale?”. E questo che effetti ha sul funzionamento del servizio ospedaliero?, gli domando. Ma non ricevo alcuna informazione che l’ospedale limiti in qualche modo la pratica abortiva consentita dalla legge. Donnelly è solo preoccupata dal fatto che io ponga di queste domande: “Tu non capisci!”. Gli domando: Atheist Ireland offre aiuto nei casi di apostasia. Come funziona? Donnelly: “Il punto è che non puoi uscire dalla Chiesa Cattolica”. Nugent: “Se sei stato battezzato, secondo la Chiesa, non puoi lasciare la comunità. I sacerdoti sostengono che il sacramento del battesimo non può essere annullato”. Nugent sta facendo riferimento alla decisione del 2009 di Benedetto XVI, in virtù della quale veniva eliminata dal diritto canonico la possibilità di abbandono volontario dalla Chiesa come comunità religiosa. Il Papa ha ricordato – e così facendo ha riportato in vita – l’antico principio del “semel catholicus, semper catholicus”, ovvero “una volta cattolico, cattolico per sempre”.

Nugent: “Noi auspichiamo uno Stato del tutto neutrale. Facciamo campagne in tutto il paese, promuoviamo la laicità, analizziamo la legge irlandese e indichiamo i punti in cui non si è ancora verificata una netta separazione tra Chiesa e Stato. Il nostro obiettivo non è scoraggiare o dissuadere dalla religione. Noi siamo per la libertà confessionale”.

E che ne sarà della Chiesa irlandese? Nugent: “Dovrà reinventarsi. Del resto l’Irlanda, ma questo vale per l’Europa tutta, è una partita persa per la Chiesa cattolica. Ora puntano tutto sull’Africa, l’Asia e il Sudamerica”. Donnelly: “Ci sono ancora molte differenze tra città e provincia. Nei piccoli paesi la Chiesa può esercitare ancora una qualche influenza, ma ormai il suo margine si è ridotto al minimo. Ormai gli irlandesi sanno cosa ha fatto il clero in tutti questi anni, sanno che de facto la Chiesa gestiva una rete internazionale di pedofili”. Jane abbassa la voce. Si guarda intorno. Anche per un’atea convinta come lei parlare in pubblico dei crimini della Chiesa cattolica non è del tutto confortevole. Nugent: “Per voi polacchi è più difficile che per noi. Un papa irlandese non c’è mai stato”.
(Copyright Gazeta Wyborcza/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Dario Prola)