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Crisi Ucraina, Bombe e civili in fuga: nel gelo di Donetsk, la guerra è a un passo

Civili in fuga da Donetsk 
Viaggio nella capitale separatista del Donbass, possibile miccia dell’invasione. Esplode un’autobomba. Gli Usa: “Messa in scena”. Parte l’evacuazione in Russia di 700mila civili
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DONETSK - La sera di Donetsk è fredda, piovosa e silenziosa. Per le strade non si incontra quasi nessuno, complice il maltempo ma soprattutto la paura. Paura della guerra, paura per un futuro più incerto che mai. Il silenzio viene improvvisamente squarciato da una forte esplosione, seguita dal suono di una sirena. L’aria si riempie subito di odore di bruciato. Un signore di mezza età attraversa frettolosamente e nervosamente la strada deserta. «Devo cercare un bunker per stanotte, non sappiamo cosa stia succedendo, ne devo trovare uno».
 
L’esplosione, che non ha causato vittime, è avvenuta in pieno centro città, nel parcheggio del palazzo governativo dell’autoproclamata Repubblica filorussa di Donetsk. La macchina militare di Denis Sinenkov, capo delle milizie locali, è saltata in aria. Di lei resta solo la carcassa sfigurata, circondata da suoi pezzi volati nell’arco di 10 metri: pezzi di cofano, di…
DONETSK - La sera di Donetsk è fredda, piovosa e silenziosa. Per le strade non si incontra quasi nessuno, complice il maltempo ma soprattutto la paura. Paura della guerra, paura per un futuro più incerto che mai. Il silenzio viene improvvisamente squarciato da una forte esplosione, seguita dal suono di una sirena. L’aria si riempie subito di odore di bruciato. Un signore di mezza età attraversa frettolosamente e nervosamente la strada deserta. «Devo cercare un bunker per stanotte, non sappiamo cosa stia succedendo, ne devo trovare uno».
 
L’esplosione, che non ha causato vittime, è avvenuta in pieno centro città, nel parcheggio del palazzo governativo dell’autoproclamata Repubblica filorussa di Donetsk. La macchina militare di Denis Sinenkov, capo delle milizie locali, è saltata in aria. Di lei resta solo la carcassa sfigurata, circondata da suoi pezzi volati nell’arco di 10 metri: pezzi di cofano, di sedili, di pneumatici. Intorno camminano nervosamente dei soldati in divisa o in borghese. Alcuni imbracciano dei kalashnikov, altri dei metal detector con cui girano intorno quel che resta della vettura ed esaminano le macerie. Le ricerche mostrano che non si è trattato di un missile o di un mortaio sparato da lontano, ma probabilmente di una bomba. Secondo alcuni militari sarebbe stata posizionata manualmente e si tratterebbe di un probabile attentato compiuto da una cellula filo ucraina presente a Donetsk. Secondo le autorità ucraine e americane, invece, sarebbe tutto una messa in scena per accrescere le tensioni. Il dipartimento di stato americano ha bollato l’episodio come un’operazione di “false flag”, ovvero condotta in modo da fare ricadere le responsabilità su altri. Accuse che i filorussi respingono.
 
«L’esplosione è stata causata da una bomba artigianale», dice Danil Bezsonov, vice capo ministro dell’informazione della repubblica di Donetsk mentre guarda verso il luogo dell’esplosione. «Non è una novità. È da otto anni che viviamo in una situazione di perenne minaccia di bombardamenti. Voglio però dare un’opinione personale: la situazione odierna è la più pericolosa che abbiamo mai vissuto». Anche altri miliziani intorno a lui sono dello stesso parere. «Stasera parte la guerra», dice uno di loro. Sembra quasi un profezia: nella notte un’altra esplosione scuote il Donbass, questa volta a Lugansk, dove salta e prende fuoco il gasdotto Druzhba. 
 
Il Donbass è diventato ormai da settimane la polveriera del mondo, la situazione è precipitata il 18 febbraio con un’escalation di tensioni, violenze e fughe di massa. La giornata è iniziata con l’annuncio da parte della vicina autoproclamata repubblica di Lugansk dell’arrivo nella zona di «sabotatori ucraini» la cui missione sarebbe di bloccare le vie di comunicazione con Donetsk. Ucraini e filorussi hanno poi iniziato a lanciarsi reciproche accuse di pesanti violazioni di cessate il fuoco, aumentando i timori che una miccia possa dare via all’escalation. Secondo il centro di comando congiunto delle forze ucraine dalla mezzanotte alle nove si sono registrate 20 violazioni da parte dei filorussi, che ha loro volta accusano Kiev di avere sparato 27 volte contro il loro territorio. I separatisti hanno poi accusato gli ucraini pianificare un attacco militare su larga scala, cosa che Kiev ha smentito per bocca di Velerii Zalzhnyi, comandante in capo delle forze ucraine, che ha parlato di «menzogne». La tensione è salita a tal punto che il presidente della Repubblica di Donetsk Denis Pushilin ha annunciato l’avvio di un piano di evacuazione di bambini, donne e anziani verso la regione russa di Rostov, sul Don. Potrebbero essere trasferite fino a 700mila persone. Gli uomini sono invece stati invitati ad imbracciare le armi per tenersi pronti a combattere. Il presidente russo Vladimir Putin ha disposto il pagamento di una somma di 10.000 rubli (circa 120 euro) per ogni persona che scapperà in Russia.
 
Che le cose stessero cambiando era evidente fin dalla prima mattina entrando al checkpoint di Uspenka, che collega la Federazione Russa con la regione di Donetsk. Per oltrepassarlo venendo dalla Russia è necessario sottostare a severi controlli delle guardie doganali del Cremlino, che per le persone non russe possono durare diverse ore. Rilevante dal punto di vista geopolitico è che ai cittadini stranieri non venga apportato su passaporto alcun timbro di uscita dal Paese. Dal punto di vista amministrativo chi entra nel Donbass non esce dalla Federazione Russa.
Superato il checkpoint si imbocca una lunga strada che porta fino a Donetsk, lungo la quale si incrociano dirette in senso opposto file di auto in colonna che puntano verso Uspenka, verso la Russia. Chi può lascia precipitosamente il Donbass. Arrivati a Donetsk si entra in una città spettrale. La piazza di fronte al teatro dell’opera è completamente deserta, se non per due ragazzi che sentono musica dalle casse.
 
Uno di loro è a sua volta uno sfollato interno. Si chiama Vladimir Sergjevic, ha 29 anni ed è originario del villaggio di Elenovka, situato proprio lungo la linea di fronte tra le milizie di Donetsk e quelle ucraine. Lo scorso 10 febbraio le autorità filorusse hanno ordinato l’evacuazione e lui è riparato a in città dove ora vive ospite di un amico. Sogna di lasciare il Donbass per poter continuare gli studi all’estero. «Forse raggiungerò mia madre che è in Russia», dice. Di fronte alla domanda se si senta russo oppure ucraino ha un momento di tentennamento. Dopo averci pensato un attimo dice: «Alla fine mi sento russo». La sua è una delle tante storie di identità fratturate che questa guerra sta generando. Per le strade tutte le persone con cui si parla dicono di essere impaurite e preoccupate. Solo poche indicano però l’esercito nemico come fonte principale della propria paura. A fare più paura sono l’ignoto e l’incertezza su cosa sarà del futuro. Per chi non vuole o non può andarsene, la preoccupazione più imminente è sopravvivere. In molti cercano per questo un bunker in cui potersi rifugiare.