Dalla Serbia al Pakistan, la mappa dei Paesi che non si schierano sulla guerra Russia-Ucraina
di Roberto Brunelli , di Roberto BrunelliSono gli indecisi, i “neutrali”, qualche volta gli inattesi. Mentre l’Alleanza atlantica sembra compattarsi ogni giorno di più via via che i tank russi avanzano in Ucraina ed i missili colpiscono Kharkiv, e mentre persino la Turchia di Erdogan prende le distanze da Vladimir Putin e la Cina “deplora il conflitto”, c’è chi preferisce, per ora, battere la via intermedia: il motto pare essere “né con la Russia, né contro la Russia”, per vari motivi.
In questa categoria rientrano, in questa fase, un ex satellite del blocco sovietico come la Serbia, un gigante orientale come l’India ma anche il suo acerrimo avversario regionale, il Pakistan, mentre dal fronte mediorientale si registra l’equidistanza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un accenno a parte lo merita il Kazakhstan.
La neutralità della Serbia
Pur intenzionata ad entrare nell’Unione europea, la …
Sono gli indecisi, i “neutrali”, qualche volta gli inattesi. Mentre l’Alleanza atlantica sembra compattarsi ogni giorno di più via via che i tank russi avanzano in Ucraina ed i missili colpiscono Kharkiv, e mentre persino la Turchia di Erdogan prende le distanze da Vladimir Putin e la Cina “deplora il conflitto”, c’è chi preferisce, per ora, battere la via intermedia: il motto pare essere “né con la Russia, né contro la Russia”, per vari motivi.
In questa categoria rientrano, in questa fase, un ex satellite del blocco sovietico come la Serbia, un gigante orientale come l’India ma anche il suo acerrimo avversario regionale, il Pakistan, mentre dal fronte mediorientale si registra l’equidistanza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Un accenno a parte lo merita il Kazakhstan.
La neutralità della Serbia
Pur intenzionata ad entrare nell’Unione europea, la Serbia cerca di mantenere un equilibrio precario nei suoi rapporti con la Russia da una parte e con Bruxelles dall’altra. Così è stato venerdì scorso, quando il presidente serbo Aleksandar Vucic – esprimendosi per la prima volta dall’inizio dell’attacco - ha sì criticato l’invasione all’Ucraina, ribadendo che è “sbagliato” violare l’integrità territoriale del Paese, ma al tempo stesso ha annunciato che la Serbia non avrebbe appoggiato le sanzioni occidentali contro Mosca. Per chiarire ulteriormente la sua posizione, il capo di Stato serbo ha annunciato che il Paese rinuncerà a partecipare ad esercitazioni internazionali e che rimarrà neutrale dal punto di vista militare.
Il punto, annotano gli analisti, è che la Serbia ha continuato nel tempo a mantenere intensi contatti economici e politici con la Russia: un po’ in nome di storiche relazioni culturali e religiose tra i due Paesi, ma anche e soprattutto in virtù del fatto che i colossi di Stato russo Gazprom e Gazprom Neft detengono tutt’ora la maggioranza in diverse società energetiche (gas e petrolio) della Serbia. E’ poi lo stesso Vucic a ricordare che nelle guerre balcaniche e negli attacchi aerei del conflitto in Kosovo Mosca si era schierata dalla parte della Serbia. Una forma di gratitudine, si sussurra a Belgrado: negli anni novanta la Russia è stato l’unico Paese a non emettere sanzioni in nome dell’integrità territoriale. “Non lo possiamo dimenticare”, ha scandito Vucic.
La prudenza di India e Pakistan
“Apprezziamo la posizione indipendente e ponderata dell’India”, ha affermato sabato scorso l’ambasciata russa a Nuova Delhi, dopo che questa aveva votato al Consiglio di sicurezza Onu (insieme a Cina, Russia, Emirati Arabi Uniti) contro la convocazione di una riunione straordinaria dell’Assemblea generale sul conflitto in Ucraina ed un’annessa risoluzione di condanna. Nella medesima nota, la rappresentanza diplomatica di Mosca annuncia di voler condurre “uno stretto dialogo” con l’India sul conflitto “nello spirito di un partenariato speciale e privilegiato”.
Non sono parole buttate lì a caso. L’India mantiene tradizionalmente rapporti intensi con la Russia, che peraltro è uno dei suoi principali fornitori di armamenti. Sin dal primo giorno in cui le forze armate russe hanno varcato il confine ucraino, il premier Narendra Modi si è sforzato di mostrarsi iper-neutrale: esprimendo “preoccupazione” per la violenza, ha pensato bene di telefonare sia a Volodymyr Zelensky che a Vladimir Putin.
Il clima non cambia molto al di là del confine ovest: qualche giorno fa anche il primo ministro del Pakistan, Imran Khan, ha avuto un colloquio telefonico con Putin, “sulle relazioni bilaterali e internazionali di comune interesse”. Nell’occasione, il premier però non ha mancato di “rammaricarsi” per l’acuirsi della crisi in Ucraina aggiungendo che il Pakistan “sperava che la diplomazia potesse evitare un conflitto militare”. Una condanna vera e propria non si è sentita: l’idea di Khan, assicurano gli esperti, è quella di stringere sinergie sempre più forti con Mosca, sia a fronte delle critiche rivolte ad Islamabad da Washington, ma anche e soprattutto con lo sguardo rivolto all’Afghanistan: una collaborazione con la Russia potrebbe aiutare il Pakistan ad assumere un maggior peso nel quadrante dell’Asia meridionale.
Il petrolio saudita e non solo
Lunedì è stata la Lega Araba ad esprimersi in toni preoccupati in merito alla guerra in Ucraina. In un comunicato l’organizzazione panaraba afferma di sostenere gli sforzi per risolvere la crisi “attraverso il dialogo e la diplomazia”: ma non chiede il ritiro delle truppe di Putin. I commentatori internazionali hanno notato che il comunicato non cita mai la Russia, che ha stretti rapporti con varie potenze regionali, tra cui – appunto – gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Paesi che finora hanno evitato di criticare apertamente l’invasione dell’Ucraina.
Ora gli sguardi sono rivolti alla riunione dell’Opec di mercoledì: mentre è aumentato a oltre 100 dollari a barile il brent dal Mar del Nord a seguito delle sanzioni internazionali, non ci sono segnali che i 20 Paesi Opec intendano aprire maggiormente i rubinetti per calmierare la fiammata. Il punto è che proprio Riad sembra voler tener fede alla sua alleanza petrolifera con la Russia, come lo stesso principe ereditario Mohammed bin Salman ha fatto intendere durante un colloquio con Emmanuel Macron, parlando della disponibilità dell’Arabia Saudita a “stabilizzare il mercato petrolifero”.
Il caso Kazakhstan
Nonostante ad inizio dell’anno Putin non abbia esitato a mandare le sue truppe in aiuto del regime di Kassym-Jomart Tokayev per soffocare il prima possibile la “rivolta del gas” che ha sconvolto il gigante asiatico (nonché ex repubblica sovietica), gli osservatori internazionali sono rimasti colpiti da una notizia battuta il 26 febbraio: le autorità del Kazakhstan, come riferito dal Consiglio di sicurezza nazionale statunitense – a sua volta citato dall’emittente Nbc – hanno respinto la richiesta del Cremlino di unirsi alla “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina.
Non solo: il Kazakhstan avrebbe anche fatto sapere di non riconoscere le repubbliche separatiste ucraine di Donetsk e Luhansk, scelta molto apprezzata a Washington. In fondo, non deve stupire: per assicurare il suo ruolo geostrategico, il principio fondante dei trent’anni di autocrazia dell’ex padre-padrone Nursultan Nazarbayev è sempre stato quello di tenere insieme l’alleanza con la Russia e la mediazione con la Cina senza mai perdere di vista il dialogo con l’Occidente. C’è chi ricorda che già una volta il Kazakhstan è stato il Paese ospitante di un negoziato sull’Ucraina. Forse a Nur-Sultan, la scintillante capitale nelle steppe, ci sperano anche oggi.