Il "black out" dei 90 tecnici rinchiusi nella centrale di Chernobyl: "Non ci inviano più i dati sul monitoraggio"
di Elena Dusi , di Elena DusiNon sono prigionieri nel senso tecnico della parola. I 90 tecnici chiusi nella centrale di Chernobyl, però, sono caduti in un buco nero da cui è impossibile uscire. “Per tornare a casa dovrebbero percorrere una strada che è stata distrutta dai bombardamenti. Potrebbero seguire un altro tragitto che li porta a Kiev verso sud, per poi risalire verso nord. Ma è chiaro che questa soluzione è impraticabile con la guerra in corso. E in ogni caso, non ci sarebbe nessuno a dargli il cambio”. Balthasar Lindauer, direttore della sezione Sicurezza Nucleare della Banca Europea per lo Sviluppo (Bers) è uno dei pochi a conoscere la situazione di Chernobyl oggi. La Bers infatti ha gestito la messa in sicurezza del reattore numero 4 esploso nel 1986 e lui resta in contatto con il personale sul posto.
Come in un buco nero reale, infatti, da Chernobyl neanche l’informazione riesce a uscire. “Nella centrale non funzionano…
Non sono prigionieri nel senso tecnico della parola. I 90 tecnici chiusi nella centrale di Chernobyl, però, sono caduti in un buco nero da cui è impossibile uscire. “Per tornare a casa dovrebbero percorrere una strada che è stata distrutta dai bombardamenti. Potrebbero seguire un altro tragitto che li porta a Kiev verso sud, per poi risalire verso nord. Ma è chiaro che questa soluzione è impraticabile con la guerra in corso. E in ogni caso, non ci sarebbe nessuno a dargli il cambio”. Balthasar Lindauer, direttore della sezione Sicurezza Nucleare della Banca Europea per lo Sviluppo (Bers) è uno dei pochi a conoscere la situazione di Chernobyl oggi. La Bers infatti ha gestito la messa in sicurezza del reattore numero 4 esploso nel 1986 e lui resta in contatto con il personale sul posto.
Come in un buco nero reale, infatti, da Chernobyl neanche l’informazione riesce a uscire. “Nella centrale non funzionano né i telefoni né internet. Non ci sono contatti con il villaggio in cui i tecnici vivono, Slavutych”, spiega Lindauer. Slavutych fu costruito dopo l’evacuazione dell’area attorno alla centrale per ospitare il personale che continua a lavorare lì. Si trova 60 chilometri a est: al di fuori della zona di esclusione, dove abitare sarebbe troppo rischioso per via delle radiazioni residue. Per andare a lavorare alla centrale i tecnici prendevano un treno o percorrevano una strada che attraversava il Dnepr. Quel ponte, naturalmente, ora è un cumulo di macerie.
“Alla manutenzione della centrale dismessa lavorano normalmente alcune centinaia di persone” spiega Lindauer. “Ora ne sono rimaste 90. Vivono lì dentro, hanno poco cibo e si lamentano per la mancanza di sigarette. Fanno turni estenuanti e non sanno quando tutto questo finirà”. Nella centrale non sono previsti posti per dormire e i tecnici esausti si riposano su alcune brandine o sul pavimento. La Snriu, l'autorità nucleare ucraina, conferma: "Le attività programmate, la manutenzione e la riparazione degli strumenti a Chernobyl non vengono effettuate dal 24 febbraio a causa dell'occupazione".
Tra le informazioni che dal buco nero non riescono a uscire c’è ne è una importantissima: “Non sappiamo perché, ma non riceviamo più i dati del monitoraggio del livello di radiazioni. Se ci fosse qualcosa di anomalo, dovremmo aspettare che se ne accorgano le centraline dei paesi vicini”. Una delle sale dell'ex centrale esplosa, fa sapere la Snriu, è rimasta in particolare senza strumenti funzionanti. "I sensori che controllano flussi di neutroni, raggi gamma e contaminazione radioattiva non sono stati ripristinati".
Lindauer, che conosce bene la situazione di Chernobyl, non è comunque preoccupato per quel che resta della centrale dell’incidente. “I valori leggermente anomali delle radiazioni registrati dopo l’arrivo dei russi derivano dai movimenti di truppe e dalle vibrazioni del terreno che hanno sollevato la terra. Ora che i carri armati hanno smesso di circolare, ci aspettiamo che tornino normali nel giro di pochi giorni. A preoccuparmi di più sono le condizioni di lavoro delle centrali attive, come Zaporizhzhia. Anche lì la situazione è difficile”.
Dalla più grande centrale nucleare attiva d’Europa, nel sud del paese, non si hanno notizie, esattamente come da Chernobyl. Il grido d’allarme del direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, non ha avuto risposta. E lì, a differenza di quel che resta del reattore esploso nel 1986, la centrale è attiva e tre dei sei reattori restano accesi.
A Zaporizhzhia, ha lamentato l’Aiea, gli occupanti russi danno ordini sulla gestione del reattore, interferendo su questioni che dovrebbero essere riservate ai tecnici. Non così accade a Chernobyl, dove comunque la situazione dell’ex centrale è in equilibrio. “Il personale sa come gestire la situazione. Conoscono bene il loro lavoro e i russi non interferiscono. Non ci sono neanche soldati all’interno del perimetro della centrale. Il problema è che i tecnici sono troppo pochi e sono stanchi. Possono svolgere solo le mansioni strettamente prioritarie”. Per qualche giorno la situazione potrà ancora reggere. Ma i buchi neri, si sa, non restano mai stabili a lungo.