Ma non sono certo le parole di oggi a fare la differenza, a determinare qualcosa di significativo. Il punto è un altro, e va al di là perfino delle eventuali allergie dei senatori Pillon e Siri, del deputato Micheli, dei trecento assenti e di tutti i legittimamente scettici. Se mi limito a studiare l’intensità con cui un’assemblea che ha un potere politico può riunirsi, penso una cosa molto semplice. Penso che quella stessa assemblea può evitare le proprie responsabilità, scambiare il suo potere per un vantaggio personale o per una assicurazione pensionistica; penso che qualcuno, in quella stessa assemblea, può sventolare fette di mortadella (è accaduto), lasciarsi andare a sceneggiate patetiche, ignorare i parametri minimi del rispetto, del buon gusto, del buon senso, penso tutto questo, sì, però penso anche: la posta in gioco, che spesso ai cittadini più sfiduciati pare irrisoria o mal gestita, più di facciata che concreta, può essere davvero una questione di vita o di morte. Detto diversamente: di cosa si occupa una classe politica? Anche quando frana nell’inerzia, quando estenua processi di riforma solo apparenti, anche quando i sederi onorevoli scaldano lo scranno e poco più, c’è sempre e comunque, al fondo, di quel riunirsi in un’aula una posta in gioco capitale. Il parlamento italiano o inglese riuniti ad ascoltare Zelensky, tutto sommato, e al di là di ogni esito, ci ricordano questo. Che le scelte politiche hanno effetti sulle vite anche di chi non lo crede possibile; che la politica autentica è sempre una questione di vita o di morte