Non sono mai stato convinto che giocare, da bambini, con le armi finte sia una buona idea. Qualcuno dirà che no, non è grave, che in fondo sono giocattoli, che tutte le generazioni di maschi hanno avuto i loro soldatini di piombo e di plastica. Continuo a pensare che se ne potrebbe fare a meno, che si potrebbero fare crescere bambini senza farli giocare alla guerra. E ci penso con più nettezza guardando questa foto la cui protagonista è un’altra foto.
Quella mandata a Igor, sette anni, da suo padre in Ucraina. Igor è in Italia, e suo padre è nel paese in guerra. Nella foto c’è un carro armato. E non so, né voglio, interpretare lo sguardo di Igor. Incredulo? Sorpreso? Ammirato? Non lo so. So però che quel carro armato non è un giocattolo. E che è già tardi per chiedersi che segno resterà su questi bambini - questi e quelli che hanno vissuto le guerre balcaniche e ormai sono adulti; questi e quelli che vivono in Siria o in Libia o nello Yemen -, che segno resterà su chi vede, da troppo vicino, gli adulti giocare sul serio alla guerra.