Cile, la svolta di Boric contro la protesta dei tir: alla polizia l'ordine di sgomberare le strade
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoNon è facile governare; più semplice conquistare il potere. Se n’è accorto il giovane Gabriel Boric dopo nemmeno sette settimane da nuovo presidente del Cile. Lo sciopero nazionale degli autotrasportatori, seguito da due giorni di blocchi stradali che rischiano di paralizzare il paese, lo ha spinto a una svolta impensabile solo pochi mesi fa: ha applicato la Legge sulla sicurezza dello Stato e ordinato alla ministra degli Interni di far sgombrare le strade dalla polizia e dai carabinieri. Un colpo di mano necessario dopo diversi tentativi di dialogo e mediazione infruttuosi. I camionisti sono esasperati dall’aumento del prezzo del carburante - anche come effetto a domino della guerra in Ucraina e le sanzioni imposte dalla Russia - e dall’insicurezza che avvolge sempre più il paese.
Non è facile governare; più semplice conquistare il potere. Se n’è accorto il giovane Gabriel Boric dopo nemmeno sette settimane da nuovo presidente del Cile. Lo sciopero nazionale degli autotrasportatori, seguito da due giorni di blocchi stradali che rischiano di paralizzare il paese, lo ha spinto a una svolta impensabile solo pochi mesi fa: ha applicato la Legge sulla sicurezza dello Stato e ordinato alla ministra degli Interni di far sgombrare le strade dalla polizia e dai carabinieri. Un colpo di mano necessario dopo diversi tentativi di dialogo e mediazione infruttuosi. I camionisti sono esasperati dall’aumento del prezzo del carburante - anche come effetto a domino della guerra in Ucraina e le sanzioni imposte dalla Russia - e dall’insicurezza che avvolge sempre più il paese.
L’ultimo episodio che ha portato al blocco, con migliaia di tir fermi nelle principali arterie di collegamento, è stata l’aggressione di un camionista da parte di sette balordi venezuelani, immigrati da tempo, alla ricerca di soldi. È stato ridotto male ed è in fin di vita. Gli assalti e le rapine si susseguono da mesi e la presenza di moltissimi migranti del Venezuela oltre che di Haiti, giunti in Cile perché non è necessario un visto di ingresso, ha finito per esasperare gli animi e rendere difficilissima la convivenza con la popolazione locale in molte province. Già un mese fa era stato segnalato un corteo di abitanti di un piccolo centro del Nord del Cile che avevano invaso e distrutto un campo di accoglienza dando fuoco, come in un grande falò, a masserizie, vestiti, e alle strutture di cartone, ferro e legno con cui questi disperati avevano costruito i loro alloggi temporanei.
Ma c’è di più. La ministra dell’Interno, Izkia Siches, figura apicale dell’Ufficio Politico, la cabina di regia formata da cinque persone oltre al presidente, aveva deciso di andare di persona nel profondo Sud del paese per affrontare le proteste dei Mapuche, un’etnia indigena che rivendica il possesso di terre appartenute ai loro antenati. “Sono qui per verificare la situazione e risolvere i problemi”, aveva detto. Ma la risposta era stata una fitta sassaiola con assembramenti minacciosi che la costrinsero assieme al suo staff e al servizio di sicurezza a rintanarsi nella sede del Comune e tenere lì una tesa conferenza stampa.
Poche settimane dopo, con l’inflazione che erodeva potere ai salari, la gente ha chiesto di consentire il prelievo del 10 per cento della pensione come era avvenuto in passato altre tre volte. Il ministro del Bilancio, Mario Marcel, dal 2016 governatore della Banca Centrale, ha elencato i rischi che questo nuovo prelievo avrebbe comportato per i conti pubblici e Boric si è convinto a bloccare l’autorizzazione.
La cosa ha fatto insorgere gran parte della popolazione. La protesta più vistosa c’è stata nel Nord del Cile durante la prima visita pubblica del presidente. Una folla si è assiepata lungo il tragitto che Boric compiva a piedi, come è sua abitudine, e un uomo, poi fermato, ha lanciato dei sassi. Uno ha colpito di striscio il Capo dello Stato ma ha preso in pieno il segretario alla Presidenza che lo affiancava. Nuova fuga dello staff e nuova conferenza stampa del presidente che dichiarava: ““Se qualcuno pensa che possa cambiare con la violenza il nostro modo di governare si sbaglia. Noi continueremo a parlare. Con chi è d’accordo e chi no. Compito del governo è guardare, capire, ascoltare e poi agire”.
A corollario di un clima che si fa ogni giorno più pesante, la serie di mancate informazioni tra apparati dello Stato. La ministra degli Interni ha dovuto riferire sullo sciopero dei camionisti. Ma quando le è stato chiesto cosa fosse accaduto a Talagante, un paese vicino a Santiago, dove una folla aveva saccheggiato un supermercato, con razzie e violenti scontri che avevano portato a 70 arresti, Izkia Siches è caduta dalle nuvole. Non ne sapeva nulla. Si è lamentata che non fosse stata informata ma questo non le ha risparmiato le inevitabili critiche. Intervenire sulla protesta dei tir e sul blocco delle strade cilene è diventato impellente. L’ala dura della categoria non ha sentito ragioni. Il presidente ha quindi optato per una misura estrema ma inevitabile.
Dalle 16 di martedì le arterie dovevano essere liberate e chi si opponeva veniva arrestato. Il provvedimento è riuscito ad allentare il blocco. Ma solo in parte. Sullo sfondo resta il clima di tensione che rischia di contagiare altre realtà sensibili. A tutti viene in mente cosa accadde al governo Allende quando uno sciopero dei camionisti assestò il colpo finale a un’amministrazione in difficoltà. Gabriel Boric non era ancora nato ma chi c’era non l’ha dimenticato. Dietro quello sciopero e altre proteste c’era lo zampino della Cia. Erano gli anni delle trame golpiste e delle interferenze Usa nell’emisfero sud del Continente americano. I governi di sinistra erano considerati l’anticamera del comunismo. Oggi è diverso. Ma vedere il Cile guidato da ex studenti di estrema sinistra è sempre una macchia nel disegno geopolitico americano. Gabriel Boric ha un compito importante e difficile. La destra conservatrice cilena resta a guardare alla finestra.