"In Mali la Wagner commette brutalità"
di Floriana Bulfon , di Floriana Bulfon“Abbiamo la conferma della presenza di soldati stranieri, in particolare russi, che combattono insieme alle forze armate maliane. E purtroppo uccidono e violano i diritti umani”. L’arrivo dei mercenari russi è solo l’ultima piaga che affligge il Mali, un Paese dilaniato dalla povertà e dalla guerra. Dopo due colpi di Stato, la giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goïta non trova ancora una mediazioni per indire le elezioni e riportare il governo nelle mani dei civili. In compenso l’ingresso sul campo della compagnia putiniana Wagner e il ritiro parziale delle forze francesi hanno aperto un contenzioso con i militari europei intervenuti per addestrare le forze locali, italiani inclusi: una confusione che permette ai gruppi jihadisti di proliferare e tormentare la popolazione.
“Abbiamo la conferma della presenza di soldati stranieri, in particolare russi, che combattono insieme alle forze armate maliane. E purtroppo uccidono e violano i diritti umani”. L’arrivo dei mercenari russi è solo l’ultima piaga che affligge il Mali, un Paese dilaniato dalla povertà e dalla guerra. Dopo due colpi di Stato, la giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goïta non trova ancora una mediazioni per indire le elezioni e riportare il governo nelle mani dei civili. In compenso l’ingresso sul campo della compagnia putiniana Wagner e il ritiro parziale delle forze francesi hanno aperto un contenzioso con i militari europei intervenuti per addestrare le forze locali, italiani inclusi: una confusione che permette ai gruppi jihadisti di proliferare e tormentare la popolazione.
Bilal Ag Acherif è il presidente del coordinamento dei movimenti di Azawad, la regione settentrionale del Paese, e segretario generale del movimento nazionale di liberazione. E adesso teme che se “non ci sarà un impegno nel risolvere i problemi del Mali, possa nascere uno Stato Islamico nel Sahel. Allora nessuno sarà al sicuro”.
Perché non si riesce nemmeno a riportare la pace nel nord del Mali?
“Il Sahel ha due problemi: uno politico e uno securitario, che alla fine si uniscono con altri fattori. La base del problema politico oggi è il nord del Mali. Si tratta del più antico conflitto dell’area che ancora oggi non ha trovato soluzione, perché tutti gli accordi non sono stati rispettati: adesso bisogna trovare una nuova intesa tra il Nord e il governo centrale del Mali. Ma tanti elementi di crisi si sono intrecciati: il terrorismo e le relative attività criminali non si possono risolvere senza affrontare il problema politico e sociale e le dinamiche tra comunità. Per questo è necessario dividere i fattori, separando le legittime aspirazioni delle comunità, i piani dei terroristi e le agende internazionali che influiscono sull’area”.
Gli accordi di Algeri del 2015 hanno sancito un’intesa tra il vostro movimento e il governo di Bamako. A che punto è l’applicazione?
“È in un momento molto cruciale, tra vita e morte. E il governo del Mali ne deciderà la sorte. La mediazione internazionale, in particolare quella dell’Algeria e della missione Onu, devono riuscire a ottenere una risposta chiara da Bamako su come voglia concretamente procedere. Fino a oggi noi, i movimenti armati, siamo rimasti fedeli a questo accordo, ma la nostra disponibilità non durerà per sempre, se non ci saranno passi avanti: la nostra comunità ha bisogno di vedere i frutti della pace. Quello a cui assistiamo invece sono i massacri: l’ultimo, con 600 civili uccisi da Daesh, e tanti altri ammazzati dall’esercito maliano. Come possiamo convincere la popolazione a credere nell’intesa se non ci sono scuole né ospedali? Se dopo sette anni i profughi vivono ancora in condizioni terribili? È tempo di agire. Noi come coordinamento dei movimenti di Azawad vogliamo risposte chiare”.
Il rischio che nasca uno Stato islamico nel Mali è reale?
“La situazione è catastrofica. Sono attivi sia al-Qaeda sia Daesh e non ci sono azioni di contrasto: i terroristi stanno approfittando del ritiro della missione europea Tabouka e di quella francese Barkane per diventare più forti e dominare le popolazioni. Daesh poi sta aumentando la violenza, con massacri di massa. Senza una soluzione politica e coordinata di sostegno alle comunità che vivono nell’area, senza l’implementazione vera di accordi per proteggere la popolazione, continueranno a crescere ed è possibile che nasca uno Stato Islamico nel Sahel. Allora nessuno sarà al sicuro”.
Cosa pensa della Wagner e dei mercenari russi?
“La presenza dei russi è certa. Il problema è che non c’è chiarezza sui loro compiti. Il governo dice che sono solo addestratori forniti dalla Russia, peccato che Putin neghi e sostenga che siano di una società privata. Abbiamo la conferma della presenza al centro del Paese di stranieri, in particolare russi, che combattono insieme alle forze armate maliane. E purtroppo uccidono e violano i diritti umani. Chiunque siano, russi o no, noi abbiamo il diritto di essere informati: l’accordo di Algeri prevede la riforma dell’esercito, includendo nei suoi ranghi i nostri movimenti armati”.
Parigi ha annunciato il ritiro delle truppe dal Paese entro l'estate: cosa comporterà per voi?
“In Mali quello di Parigi è stato un fallimento più politico che militare: non risolvi i problemi di sicurezza se non affronti quelli politici. L’intervento francese non ha portato ad alcun soluzione della crisi che dilania il nostro Paese da anni. Ma la Francia ha un rapporto particolare con il Mali, tipico delle relazioni tra chi ha colonizzato e i colonizzati. In tutta la storia c’è sempre stato un conflitto tra il Nord e il governo centrale: spesso i problemi dell’area di Azawad nascono da decisioni prese dal governo francese senza consultarci. Se si continua in questa direzione sarà sempre peggio”.
In che modo l’Italia può contribuire al processo di stabilizzazione?
“Innanzitutto l’Italia non è nuova nella regione. Il governo del Mali ha buone relazioni con quello italiano ed è attiva anche la Cooperazione. Come movimenti del Nord abbiamo chiesto sostegno per la pace al ministro Luigi Di Maio e ci siamo rivolti all’ong Ara Pacis per costruire una riconciliazione. Ci sono stati incontri in Mali e a Roma: l’ultimo a febbraio scorso che ha permesso un accordo tra noi e il governo centrale. Proprio i principi definiti nella vostra capitale hanno creato un meccanismo di lavoro che può portare all’implementazione degli accordi di Algeri. L’Italia può fare molto altro, promuovendo la riconciliazione tra le popolazioni e non dividendole. Parlando seriamente con il governo di Bamako e con i movimenti armati per arrivare a una soluzione politica, perché solo questa porterà a sviluppo, sicurezza e stabilità. È un processo che abbiamo già iniziato con gli accordi siglati a Roma e mi auguro che continui. Credo che il punto fondamentale sia l’ascolto dei bisogni. E non imporre una propria visione del Paese”.