Arabi israeliani, la nuova polveriera è il fronte interno
di Yossi Melman , di Yossi MelmanTEL AVIV - Il governo israeliano in carica, assieme al suo apparato militare di sicurezza, mantiene l’approccio dell’amministrazione precedente nei confronti dell’Iran, sostenendo che con le sue ambizioni nucleari e il sostegno offerto ai terroristi, Teheran costituisce la principale minaccia all’esistenza di Israele. Ma tra i funzionari, i vertici militari, i politici e l’opinione pubblica generale del Paese cresce la preoccupazione per gli sviluppi su un altro fronte, in fase iniziale ma in rapida evoluzione: la tensione tra gli arabi israeliani.
Il problema nasce dal fatto che per effetto dei conflitti in Medio Oriente, seguiti alla formazione di Israele nel 1948 e alla guerra dei Sei Giorni del 1967, si so…
TEL AVIV - Il governo israeliano in carica, assieme al suo apparato militare di sicurezza, mantiene l’approccio dell’amministrazione precedente nei confronti dell’Iran, sostenendo che con le sue ambizioni nucleari e il sostegno offerto ai terroristi, Teheran costituisce la principale minaccia all’esistenza di Israele. Ma tra i funzionari, i vertici militari, i politici e l’opinione pubblica generale del Paese cresce la preoccupazione per gli sviluppi su un altro fronte, in fase iniziale ma in rapida evoluzione: la tensione tra gli arabi israeliani.
Il problema nasce dal fatto che per effetto dei conflitti in Medio Oriente, seguiti alla formazione di Israele nel 1948 e alla guerra dei Sei Giorni del 1967, si sono venute a creare due categorie di cittadini diversi: i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, sotto l’occupazione israeliana senza diritti nazionali, e gli arabi israeliani (in prevalenza musulmani, con minoranze cristiane, druse e circasse), che godono di pieni e pari diritti nello Stato ebraico.
Ma lentamente, nel corso degli anni, la linea di demarcazione tra le due categorie è sfumata. Gli arabi israeliani si sentono sempre più palestinesi, come appartenenti alla stessa nazione, e meno israeliani. Il punto è che fino a un anno fa, si era mantenuta una distinzione importante. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza combattevano ricorrendo ad azioni militari e terroristiche, con l’Olp che ha l’ obiettivo di liberare le terre occupate e Hamas che sostiene che Israele non ha diritto di esistere. Ma la maggior parte degli arabi israeliani si è astenuta dal ricorrere alla violenza e ha rifiutato di unirsi ai fratelli palestinesi nella battaglia contro Israele. Nei 54 anni trascorsi dal 1967, gli incidenti che hanno coinvolto arabi israeliani come autori di atti terroristici contro gli ebrei israeliani e lo stato di Israele sono stati al massimo poche decine.
Ma nel maggio 2021, all’improvviso, migliaia di giovani arabi israeliani, in città a popolazione mista ebraica-araba come Jaffa, Haifa, Acri, Ramla, Lod e nelle comunità beduine del sud, si sono scatenati dando vita a un’ondata di violenza senza precedenti, con linciaggi degli ebrei, case incendiate, auto e proprietà vandalizzate, sembrava che Israele andasse a fuoco. Durante gli scontri alcune persone sono rimaste uccise e centinaia ferite. In contemporanea, negli 11 giorni di conflitto, Hamas ha lanciato 4.360 razzi contro i centri urbani israeliani, compresa Gerusalemme e le comunità rurali. 12 civili israeliani, 3 lavoratori stranieri e un soldato israeliano sono stati uccisi.
La rabbia degli arabi israeliani (per lo più musulmani) nasceva in parte su incitamento di Hamas, che intende cancellare la distinzione tra gli arabi israeliani, cittadini dello Stato di Israele, e i palestinesi. Hamas reputa che l’ arma migliore per mobilitare gli arabi israeliani alla sua causa sia accusare Israele di aver tentato di distruggere le moschee (Omar e Al Aqsa) sul Monte del Tempio (chiamato dai musulmani Haran al Sharif), tra i principali luoghi sacri dell’Islam dopo la Mecca. In effetti gli ebrei religiosi di destra sono sempre più orientati ad avere il pieno controllo sul Monte del Tempio, e persino a ricostruire il Terzo Tempio ebraico. Ma si tratta di una minoranza insignificante ed emarginata e tutti i governi israeliani dal 1967 in poi si sono impegnati a rispettare il diritto di ciascuno a manifestare la propria fede religiosa. Tuttavia Hamas cerca di trasformare il conflitto israelo-palestinese da contesa nazionale e territoriale in un conflitto religioso, molto più pericoloso.
Un’altra ragione dell’inattesa esplosione di violenza è il senso di frustrazione e discriminazione degli arabi israeliani. In quasi tutti gli ambiti - sanità, istruzione, alloggi, investimenti in infrastrutture, posti di lavoro - i governi israeliani hanno destinato una quantità molto maggiore di risorse al miglioramento degli standard di vita degli ebrei israeliani, trascurando gli arabi israeliani.
Ed ecco il paradosso emerso nelle ultime settimane. Per 12 anni il governo di Netanyahu e ha emarginato e ignorato gli arabi israeliani, preoccupato soprattutto dall’aumento del tasso di criminalità. Per affrontare il problema, il nuovo governo, guidato da Naftali Bennett, ha incluso per la prima volta nella storia il partito islamico nella sua ampia coalizione. Tuttavia tra i palestinesi e gli arabi israeliani il malcontento non si placa. Nelle ultime settimane sono stati uccisi venti israeliani, alcuni dei quali per mano di arabi israeliani simpatizzanti dell’Isis.
In un recente incontro con i giornalisti israeliani, i vertici militari hanno avvertito che, se dovesse riesplodere il conflitto tra Hamas e Israele, l’esercito si prepara a una quantità di violenze nelle città arabo-israeliane doppia rispetto al 2021.
E questa non è una stima solo indicativa, la si può leggere come la classica profezia che si autoavvera. La polarizzazione tra israeliani lungo linee etniche, religioso-laiche, politiche e culturali, impedisce qualsiasi mossa mirata a ridare speranza agli israeliani e ai palestinesi dalla morte dei negoziati di pace. La colpa è di entrambe le parti. Neppure i più ottimisti credono che la soluzione a due stati sia praticabile. Un tempo gli arabi israeliani erano considerati un ponte tra Israele e i suoi vicini. Oggi sono un ulteriore ostacolo alla pace. Sembra che gli israeliani – sia ebrei che arabi – e i palestinesi si stiano incamminando ad occhi aperti e cuore chiuso verso un nuovo ciclo di violenza.
Yossi Melman, giornalista e scrittore israeliano, è un esperto di questioni di sicurezza in Medio Oriente
(Traduzione di Emilia Benghi)