Esteri

Russia, l'impegno dei rabbini: "Resteremo, ma preghiamo per la pace"

Russia, l'impegno dei rabbini: "Resteremo, ma preghiamo per la pace"
Conferenza d'emergenza a Mosca. Velata critica alla fuga di Goldschmidt. Preoccupazione per la minacciata chiusura dell'Agenzia Ebraica in Russia. Boroda, presidente della Federazione delle Comunità ebraiche nella Federazione: "Sbagliato parlare di Olocausto in Ucraina"
3 minuti di lettura

MOSCA – “Continueremo a servire le nostre comunità”: è l’impegno preso in una dichiarazione rilasciata al termine di una Conferenza d’emergenza dei rabbini delle comunità ebraiche russe convocata ieri a Mosca per discutere delle sfide che si trovano ad affrontare i 165mila ebrei che vivono nella Federazione.

Un impegno ribadito anche da Aleksandr Boroda, presidente della Federazione delle comunità ebraiche in Russia, nel suo messaggio letto ai 75 rabbini presenti nell’anfiteatro del Centro ebraico di Mosca in rappresentanza dei 400 sparsi in tutta la Russia: “Potrebbe sembrare che affrontiamo enormi sfide geopolitiche ed economiche, ma non dobbiamo rinunciare ai nostri doveri”, ha detto ricordando gli attacchi contro i leader religiosi sin dalla caduta della cortina di ferro.

Il documento prudentemente non menziona mai né l’Ucraina, né la cosiddetta “operazione militare speciale” russa. I rabbini russi, in rappresentanza di 400 colleghi provenienti da tutta la Russia, si limitano ad affermare di “pregare per il benessere di tutti gli abitanti del mondo, indipendentemente dalla razza o dalla nazionalità” e a lanciare un appello finale. “Chiediamo ai leader mondiali di fare tutto ciò che è in loro potere per portare la pace tra le nazioni. Noi preghiamo perché non venga più versato sangue e invitiamo ovunque le persone di buona coscienza ad aiutare i bisognosi, compresi i rifugiati, e a porre fine alle sofferenze”.

“Il nostro ruolo non è essere coinvolti in questioni interne o geopolitiche. Siamo scioccati dal fatto che alcuni individui non solo credano che i rabbini abbiano il dovere di mettere a repentaglio le loro comunità impegnandosi in attività politiche o addirittura di abbandonare del tutto la loro comunità come forma di protesta politica”, sostiene la dichiarazione. “Inoltre queste persone rilasciano dichiarazioni che condannano i rabbini e i leader della comunità che hanno scelto di rimanere e servire la loro comunità”.

Anche qui non vengono fatti nomi, ma sembra chiaro il riferimento all’ex rabbino capo di Mosca Pinchas Goldschmidt che, a inizio giugno, rivelò di essere fuggito dalla Russia pur di non cedere alle pressioni delle autorità russe e di non dare la sua benedizione all’offensiva in Ucraina.

Pressioni che Aleksandr Boroda, parlando con Repubblica, smentisce: “Nessuno ha subito pressioni. Sembra strano che Goldschmidt sia stato il solo”. Uno degli scopi della conferenza è proprio questo, dice: contrastare l’idea che gli ebrei in Russia non abbiano altra scelta che andarsene e che in tanti lo stiano facendo. “La stragrande maggioranza ha scelto di restare”.

Una scelta sostenuta dai principali rabbini e leader di Israele, incluso il presidente Isaac Herzog che in un messaggio letto dall'ambasciatore israeliano Alexander Ben Zvi li ha invitati a continuare il loro lavoro “anche adesso, in mezzo alla terribile tragedia caduta sulla comunità in Ucraina e la paura e l’incertezza che consuma in Russia”.

“Voi siete quelli che guidano la vostra comunità verso la sua destinazione”, ha detto il rabbino capo ashkenazita David Lau in una lettera indirizzata ai rabbini russi. “La comunità ebraica della Russia fa affidamento su di voi spiritualmente e materialmente”, gli ha fatto eco il rabbino capo sefardita Yitzhak Yosef.

Mentre l’ex presidente dell’Agenzia Ebraica e attivista per i diritti umani Natan Sharanskij ha riconosciuto che  i rabbini “stanno attraversando un momento difficile”, ricordando la minacciata chiusura dell’Agenzia Ebraica in Russia che assiste nell’emigrazione verso Israele di cui il 19 settembre si deciderà in tribunale. “Il conflitto iniziato dalla leadership russa in Ucraina porta sofferenze incalcolabili al popolo ucraino e alle comunità ebraiche. Non sorprende che l’aliyah dall’Ucraina sia aumentata notevolmente. Ma l’aliyah dalla Russia è cresciuta ancora di più”, ha scritto in un messaggio. “È importante che i leader delle comunità ebraiche assistano tutti coloro che decidono di unirsi a noi in Israele”, ma anche il loro “lavoro per rafforzare la comunità ebraica, per salvare il legame di ogni famiglia ebrea con la nostra tradizione, il nostro popolo e il nostro paese nelle condizioni più difficili”.

Boroda sottolinea che la minacciata chiusura dell’Agenzia ebraica è un problema legale: “Si tratta di un’organizzazione russa e come tale deve sottostare alle regole russe”. Ma si dice comunque preoccupato. Non tanto dai suoi risvolti pratici: “Il ministero dell’Immigrazione continua ad aiutare gli ebrei che vogliono effettuare l’aliyah, il ritorno”, dice a Repubblica. Quanto da quelli simbolici. Che però, insiste Boroda, “non compromettono le relazioni tra Russia e Israele”.

Neppure la dichiarazione del ministro degli Esteri Serghej Lavrov che, intervenendo su una tv italiana, aveva detto che “i maggiori antisemiti sono proprio gli ebrei e anche Hitler, come Zelenskij, era ebreo” ha inficiato i rapporti.

“Ne abbiamo parlato”, spiega Boroda a Repubblica. “È stata solo una gaffe. Il ministro non si era reso conto della portata delle sue parole. Quel che è certo è che non è stata una buona idea prendere concetti della seconda guerra mondiale e applicarli a questo contesto. Non è giusto per nessuna ragione. L’Olocausto è la tragedia che ha riguardato gli ebrei nella seconda guerra mondiale. Non ha nulla a che vedere con quello che sta succedendo oggi”.