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Intervista al capo dell'Aiea Rafael Grossi: "Nella centrale di Zaporizhzhia mi sono commosso. Il rischio è alto, rendiamola un 'santuario'"

Il direttore generale dell'Aiea Rafael Mariano Grossi oggi a Palazzo Chigi con il premier italiano Mario Draghi (ansa)

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Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica racconta la sua visita all'impianto nucleare ucraino minacciato dalla guerra, spiega il suo ruolo di arbitro e perché la presenza dei suoi uomini è una garanzia contro gli attacchi: "Chi ci caccia se ne assumerà le responsabilità"
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ROMA - “Sono giorni difficili”. Incontriamo Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un albergo romano: è nella capitale per un vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, ma le difficoltà a cui si riferisce vanno in scena migliaia di chilometri più a Est, nella centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia occupata dai militari russi. La settimana scorsa Grossi ha guidato dentro l’impianto il team di ispettori Aiea e martedì ha presentato il suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un elenco dettagliato di tutto ciò che mette a rischio la sicurezza della più grande centrale nucleare europea, proprio mentre l’Ucraina sta sferrando una importante controffensiva in quell’area. Ma il rapporto contiene anche la proposta di una via d’uscita: una zona speciale di protezione, che coincida con il perimetro dell&r…

ROMA - “Sono giorni difficili”. Incontriamo Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un albergo romano: è nella capitale per un vertice della Fao sulla sicurezza alimentare, ma le difficoltà a cui si riferisce vanno in scena migliaia di chilometri più a Est, nella centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia occupata dai militari russi. La settimana scorsa Grossi ha guidato dentro l’impianto il team di ispettori Aiea e martedì ha presentato il suo rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Un elenco dettagliato di tutto ciò che mette a rischio la sicurezza della più grande centrale nucleare europea, proprio mentre l’Ucraina sta sferrando una importante controffensiva in quell’area. Ma il rapporto contiene anche la proposta di una via d’uscita: una zona speciale di protezione, che coincida con il perimetro dell’impianto. Una “santuarizzazione” di Zaporizhzhia, la definisce Grossi, che ha ottenuto anche il supporto del premier italiano Mario Draghi nel corso di un incontro avvenuto a Palazzo Chigi.


Direttore generale, il presidente russo Vladimir Putin, dopo la pubblicazione del vostro rapporto, ha accusato la Aiea di non aver denunciato che sono gli ucraini a sparare su Zaporizhzhia. Cosa risponde?
“In quelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ci ha accusati di non aver denunciato i bombardamenti russi. È normale, sarebbe una sorpresa se non ci fossero simili dichiarazioni. E forse sono una prova che stiamo lavorando bene. Fare il giudice, l’arbitro tra due contendenti, non è il mio mandato. Anzi se lo facessi cancellerei la mia utilità, come garante della sicurezza della centrale nucleare”.


Quindi è soddisfatto della missione della scorsa settimana?
“È un cambiamento radicale. Il viaggio per arrivare a Zaporizhzhia è durato quattro mesi, non due giorni, perché era da aprile che chiedevamo di poter entrare nella centrale. La settimana scorsa finalmente abbiamo potuto fare i controlli che abitualmente eseguiamo negli impianti nucleari e che erano saltati con lo scoppio della guerra. Ma abbiamo anche potuto valutare la situazione sul piano della sicurezza: sono andati perduti molti sistemi di comunicazione e ci sono stati molti danni dovuti agli attacchi e ai bombardamenti quasi sistematici all’impianto. Infine, abbiamo colto l’occasione di creare una missione permanente, importante non solo per la valutazione dei danni ma anche per dissuadere i contendenti da eventuali nuovi attacchi: ora tutti sanno che a Zaporizhzhia ci sono due membri dello staff Aiea”.


Eppure nelle ultime ore si è continuato a sparare in prossimità dei reattori.
“Non ho mai pensato che la nostra presenza, da sola, potesse fare magie, con tante forze militari concentrate in quella regione. Ma credo che sia comunque un fattore di stabilità e di trasparenza: possiamo sapere in tempo reale quello che accade”.

Quindi la presenza dei due ispettori non è solo simbolica?
“Assolutamente no. Verificano la sicurezza dei combustibili, dei reattori, della sala di controllo, dei sistemi d’emergenza. C’è molto lavoro da fare per il monitoraggio sistematico di quello che accade, e ci sono novità ogni giorno, proprio perché i bombardamenti continuano. Siamo in contatto permanente e ci forniscono aggiornamenti quotidiani”.



Cos’è che l’ha colpita di più quando è entrato nella centrale?
“Mi sono emozionato e commosso nel vedere le condizioni in cui lavora il personale dell’impianto. Ma non posso dire di aver visto cose che già non sapessi. È stato un lavoro di conferma, di valutazione più esatta e precisa dei danni, che riguardano davvero molti settori dell’impianto. Non i reattori, che sono ben protetti dai sarcofagi in cemento armato, ma per esempio i magazzini del combustibile nucleare esausto. Tutto ciò che ho visto mi ha confermato che occorre proteggere subito la centrale, nel modo più efficiente possibile”.

Dopo la visita ha detto: “Potrebbe accadere qualcosa di molto, molto catastrofico”. A cosa si riferiva?
“Mi hanno molto colpito due fori di un metro di diametro, provocati da colpi di mortaio, sul tetto di un magazzino di combustibile nucleare: siamo stati molto fortunati, perché quei colpi avrebbero potuto disperdere nell’ambiente materiale radioattivo. Ripeto, non sono in pericolo i reattori, protetti da edifici molto robusti, difficili da bucare, ma il combustibile non ha lo stesso grado di protezione. E poi c’è il problema dell’elettricità necessaria alla centrale per i sistemi di sicurezza e di raffreddamento”.

Anche qui c’è uno scambio di accuse tra Kiev e Mosca. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza?
“Purtroppo la chiarezza non c’è. Normalmente ci sono quattro linee elettriche che arrivano dall’esterno e una interna che alimentano i sistemi di sicurezza e di raffreddamento dei reattori. In questo momento le linee funzionanti sono una o due. Gli ucraini sostengono che fa parte di un piano russo per scollegare la centrale dalla rete di Kiev. Tecnicamente è difficile da fare, ma non lo si può escludere del tutto”.


Veniamo alle possibili soluzioni: lei propone una “santuarizzazione” della centrale.
“È un termine che qui a Roma possiamo usare. Noi proponiamo una protezione della centrale di Zaporizhzhia sul modello perimetrale, limitato dunque al solo impianto”.

Perché non la demilitarizzazione di tutta l’area circostante, come chiedono le autorità ucraine?
"La demilitarizzazione è un concetto più ampio e anche più ambizioso. Io sono legittimato a parlare di sicurezza degli impianti nucleari. Abbiamo visto con i nostri occhi che la sicurezza nucleare è stata compressa e si deve fare qualcosa. La demilitarizzazione non è realistica, anche perché la centrale non si trova in un’area interna conquistata dai russi, ma proprio sulla linea del fronte. Ci vorrebbero negoziati ad altissimo livello, che esulano dalle competenze dell’Agenzia”.

Come intende procedere?
“L’idea è dire a russi e ucraini: siete d’accordo in linea di principio che l’impianto non debba essere attaccato? E allora facciamo un semplice accordo di protezione, una ‘santuarizzazione’ della centrale, appunto. Nelle ore successive alla proposta, nonostante le dichiarazioni di Putin e Zelensky, ho colto delle reazioni interessanti dalle parti in causa. Di sicuro non hanno detto no”.

Quali sono i tempi?
“Ho già preso contatti con i due schieramenti. Penso che ci incontreremo per studiare il piano nel giro di dieci giorni o al massimo due settimane”.

Dunque è ottimista?
“Ottimista sarebbe forse troppo. Credo però di aver creato uno spazio per lavorare. Ho proposto qualcosa che non è impossibile, perché è urgente fare qualcosa di concreto: è impensabile continuare così, con bombardamenti sistematici di una centrale nucleare”.

Si sente sostenuto dalla comunità internazionale in questa operazione?
“Come è normale, ci sono posizioni diverse: chi appoggia l’Ucraina, chi sta nel mezzo, chi sostiene la Russia. Ma io devo lavorare con tutti ed è importante che anche l’opinione pubblica lo capisca. Sono stato accusato di non aver denunciato l’aggressione dell’uno o dell’altro, ma se lo avessi fatto un secondo dopo la mia azione sarebbe diventata inutile. È difficile, perché ho un cuore e principi etici, ma la mia missione è aiutare, non denunciare. L’Ucraina non ha bisogno di una voce in più dalla sua parte, io devo fare altro”.

Si era anche detto che l’ispezione della Aiea avrebbe legittimato l’occupazione russa della centrale...
“Invece siamo stati a Zaporizhzhia e non c’è stata alcuna legittimazione. Anzi ora abbiamo il vantaggio di avere membri dell’Agenzia dentro la centrale: se dovessero mandarci via, dovranno spiegare al mondo perché lo fanno. Allo stesso modo, abbiamo messo entrambe le parti in causa in una situazione difficile: dire no alla protezione e alla sicurezza. Perché poi i ‘no’ vanno spiegati”.

Quindi lei ritiene permanente la missione Iaea a Zaporizhzhia?
“Permanente fino alla pace. Io non vado via. E se mi cacciano, ripeto, devono assumersene le responsabilità”.

Molti governi stavano riprendendo in considerazione il nucleare come fonte di energia pulita. Gli eventi ucraini richiamo di affossare definitivamente questa tecnologia?
“Il problema non è il nucleare, il problema è la guerra. Che può distruggere un impianto nucleare, uno petrolchimico, un’industria farmaceutica, una chiesa. Tuttavia è inutile nascondere che nell’industria nucleare c’è preoccupazione per l’impatto che tutto questo potrebbe avere sull’opinione pubblica. Resta il fatto che, pur non essendo una soluzione universale, il nucleare è utilissimo in questo periodo di crisi energetica e climatica”.

Ha in programma di tornare a Zaporizhzhia?
“Forse. Siamo sbarcati, ed è stato il passo più importate. Ora siamo lì e dobbiamo continuare. La sfida è questa”.

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