✕

La fuga della classe media. “Questa è la vera crepa del regime-zombie russo”

Ascolta l'audio

4 minuti di lettura

UPPER LARS (CONFINE TRA GEORGIA E RUSSIA) – Gli strateghi della repressione putiniana hanno sottovalutato le armi non convenzionali più potenti. La meglio gioventù russa, dopo il via al reclutamento di massa, può così usarle per fuggire dalla guerra del Cremlino contro l’Ucraina. Decine di migliaia di ragazzi in queste ore raggiungono la frontiera di Upper Lars, tra le montagne del Caucaso che separano la Russia dalla Georgia, usando biga elettrica, skateboard, blablacar, monopattino, autostop, bicicletta e prima di tutto i piedi. “Aerei e treni sono pieni e controllati dalla polizia – dice Yuri, 31 anni, ingegnere meccanico partito da San Pietroburgo – la colonna di auto in Ossezia è ferma da tre giorni. Per salvarmi, prima che chiudano il confine, ho scelto la mia biga: la batteria basta per 70 chilometri, fino a Stepantsminda”.

Il rastrellamento degli arruolabili, da inviare negli occupati territori ucrai…

UPPER LARS (CONFINE TRA GEORGIA E RUSSIA) – Gli strateghi della repressione putiniana hanno sottovalutato le armi non convenzionali più potenti. La meglio gioventù russa, dopo il via al reclutamento di massa, può così usarle per fuggire dalla guerra del Cremlino contro l’Ucraina. Decine di migliaia di ragazzi in queste ore raggiungono la frontiera di Upper Lars, tra le montagne del Caucaso che separano la Russia dalla Georgia, usando biga elettrica, skateboard, blablacar, monopattino, autostop, bicicletta e prima di tutto i piedi. “Aerei e treni sono pieni e controllati dalla polizia – dice Yuri, 31 anni, ingegnere meccanico partito da San Pietroburgo – la colonna di auto in Ossezia è ferma da tre giorni. Per salvarmi, prima che chiudano il confine, ho scelto la mia biga: la batteria basta per 70 chilometri, fino a Stepantsminda”.

Il rastrellamento degli arruolabili, da inviare negli occupati territori ucraini dopo i referendum-farsa, segna per la Russia un passaggio senza precedenti: l’esodo di massa di maschi giovani, laureati, con importanti prospettive di carriera e risparmi per molti mesi, vicini alla visione occidentale della realtà, pronti a lavorare a distanza in un luogo qualsiasi del mondo, in fuga con cuffie sulle orecchie, telefonino in mano e computer nello zaino. Una settimana fa le autorità avevano definito l’inizio di questa migrazione anti-reclutamento “reazione isterica e emotiva”, destinata ad esaurirsi “in poche ore”.

Oltre 300 mila ragazzi russi, formati per assicurare un futuro alla nazione, sono invece già riusciti a rifugiarsi all’estero. Altre decine di migliaia premono oggi contro le frontiere di Georgia, Kazakhstan, Mongolia, o sono saliti sugli ultimi voli verso i Paesi che non impongono un visto. La Finlandia ha deciso invece di chiudere i confini. Shock e imbarazzo sono tali che Vladimir Putin è costretto a correre ai ripari. Secondo il centro studi indipendente Levada, non riconosciuto dalle autorità, dopo la mobilitazione parziale il consenso interno per Putin è calato del 6%: i russi che condividono le sue scelte sono ora il 60%, sette punti meno di agosto. Le forze armate non sono così ora dirette solo verso il Donbass, ma nel Caucaso, epicentro di un dissanguamento umano che minaccia di minare la stabilità del suo potere. Lungo i 40 chilometri tra Vladikavkaz e il confine di Upper Lars, i posti di blocco russi sono cinque. Nell’ultimo operano i reparti speciali dell’Fsb.

“Sequestrano il passaporto – dice Roman, manager moscovita di una piattaforma dell’e-commerce – ti schedano e controllano al computer se sei destinatario della cartolina da riservista. Se non sei nell’elenco passi, altrimenti è finita”. Per i primi 300 mila reclutati la finestra per fuggire s’è chiusa ieri: non più concessi i visti speciali per l’espatriato. “Al mio vicino di fila – dice Dimitri, 20 anni, studente di giurisprudenza a Krasnodar – hanno messo in mano gli scarponi da soldato e gli hanno consegnato il biglietto del bus per il centro di reclutamento aperto a un passo dalla frontiera. Si è messo a piangere, ha implorato, ha offerto soldi. Inutile: l’ho visto sparire in una stanza dietro l’ufficio di polizia”. I respingimenti sono già migliaia. “Il Cremlino – dice Ljuba, 36 anni, docente di storia fuggita da Jakutsk, nel Nordest siberiano – vuole stroncare la grande fuga dei giovani russi. In marcia non sono più solo i riservisti, ma decine di migliaia di persone normali che non vogliono restare ostaggi di un regime-zombie, che in ogni istante può bussare alla tua porta per spedirti a morire nell’aggressione contro chi non ci ha mai minacciato”.

Non è ancora un organizzato fronte di dissenso in esilio: ormai è però chiaro che lo shock-reclutamento del 21 settembre supera perfino quello dell’invasione del 24 febbraio e che il sostegno popolare del Cremlino rischia di uscirne demolito. “Avevano promesso – dice Vanya, 34 anni, capo di un ufficio fiscale scappato da Khabarovsk, nell’Estremo Oriente siberiano – che l’operazione speciale contro Kiev sarebbe finita in pochi giorni. Adesso reclutano con la forza, per mesi e forse anni. Tre colleghi sono già stati uccisi in Ucraina: io ho moglie e due figli piccoli, non posso permettermi di morire”. Per questo ha scelto tre giorni di viaggio fino in Georgia, piuttosto che tre ore per entrare in Kazakhstan. “Come la Bielorussia – dice – Astana ha accordi speciali con la Russia. Se vieni rimpatriato, finisci in cella per dieci anni”.

Questo costante terrore della guerra, di un potere ostile, dell’arresto e della privazione di ogni libertà, lungo il confine georgiano minaccia di costare la vita a migliaia di ragazzi. “A chi sa di essere negli elenchi dei reclutati – dice Igor, ucraino di Crimea con passaporto russo, fuggito da Kerch – non resta che aggirare i posti di blocco valicando le montagne. I miei amici partono a piedi stanotte, io aspetto a Gudauri”. Superare il Caucaso da clandestini, con guide ossete e cecene, costa ormai oltre mille euro. Non si rischia solo l’arresto. I passi sicuri sono oltre quota 4 mila: con l’arrivo di autunno e inverno, neve e gelo promettono una strage. “Chi può – dice Aleksander, 26 anni, videomaker che ha lasciato Rostov sul Don - vende l’auto in Ossezia e con i soldi si paga la fuga in montagna. Quel che resta serve per il treno da Tbilisi a Istanbul, o a Erevan”. Decine di migliaia le auto abbandonate da chi scappa: le autorità assicurano che saranno donate alle famiglie dei soldati al fronte. Per frenare l’esodo il Cremlino ora vieta di entrare in Ossezia del Nord alle auto registrate nel resto del Paese.

L’esercito di chi fugge già prima di indossare la mimetica affronta così marce a piedi di quattro giorni: non è pronto per la guerra, ma per lo smart working, certo di riuscire a rifarsi una vita lontano dalla patria. Fino a quando? “Nessuno lo sa – dice Anton, 36 anni, avvocato di Mosca – è una catastrofe. Con Putin al potere resta la guerra, o la fuga all’estero. Vecchi, poveri e abitanti dei villaggi rurali non hanno alternative. Gli altri stanno scappando, o progettano di farlo. E’ questa clamorosa diserzione popolare a incidere la prima crepa nell’onnipotenza del regime”. La prima conquista di chi arriva in Georgia? Wi-fi, Internet e social non censurati, le chat con gli amici in attesa sul mare a Batumi. Braccata da una settimana, la meglio gioventù russa ricomincia così a vivere. Migliaia di ragazzi siedono esausti sul prato sotto il monastero della Trinità di Gergeti: impugnano smartphone e pc perché vogliono sapere, dopo molto tempo, cosa sta succedendo.