Le ambasciate russe e la propaganda di Mosca: una storia che si ripete
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaItalia e Unione Sovietica ripresero i contatti diplomatici, dopo l’invasione nazista, nell’autunno del 1944, tempi da radio a galena non di social media: eppure, la campagna di influenza che oggi il Cremlino sviluppa nel nostro paese cominciò allora a metter radici. Se, nel 2022, i tweet dell’Ambasciatore russo a Roma, Sergey Razov, in dispregio del protocollo diplomatico, minacciano giornalisti o intervengono sui problemi interni, allora toccava all’associazione “Italia-Urss”, volantini al posto del web, “Promuovere i rapporti culturali con l’Urss…la conoscenza delle correnti letterarie, artistiche, tecniche e scientifiche italiane…e la conoscenza delle analoghe correnti dei popoli della URSS, a mezzo di conferenze, mostre artistiche, spettacoli teatrali, rappresentazioni cinematografiche, iniziative editoriali…” come testimoniamo gli archivi sovietici GARF, Gosudarstvenny Archiv Rossijskoj Federacii.
…Italia e Unione Sovietica ripresero i contatti diplomatici, dopo l’invasione nazista, nell’autunno del 1944, tempi da radio a galena non di social media: eppure, la campagna di influenza che oggi il Cremlino sviluppa nel nostro paese cominciò allora a metter radici. Se, nel 2022, i tweet dell’Ambasciatore russo a Roma, Sergey Razov, in dispregio del protocollo diplomatico, minacciano giornalisti o intervengono sui problemi interni, allora toccava all’associazione “Italia-Urss”, volantini al posto del web, “Promuovere i rapporti culturali con l’Urss…la conoscenza delle correnti letterarie, artistiche, tecniche e scientifiche italiane…e la conoscenza delle analoghe correnti dei popoli della URSS, a mezzo di conferenze, mostre artistiche, spettacoli teatrali, rappresentazioni cinematografiche, iniziative editoriali…” come testimoniamo gli archivi sovietici GARF, Gosudarstvenny Archiv Rossijskoj Federacii.
Ieri intellettuali, oggi giornalisti
Nel corso della guerra in Ucraina, le fonti russe, diplomatiche o di simpatizzanti italiani, spesso ex giornalisti, hanno usato web, talk show, ambasciatori e generali per sponsorizzare le tesi del Cremlino, allora venivano reclutati invece intellettuali di grido, Guido De Ruggiero, il latinista stalinista Marchesi, lo storico Cantimori, lo slavista Lo Gatto, l’archeologo Bianchi Bandinelli. De Ruggiero, vicino al Partito d’Azione, rifiuta i fondi russi, ma quando il Pci di Togliatti prende in mano l’associazione, arriva da Mosca un flusso di finanziamenti. A Milano la rete è organizzata dal musicista Igor Markevitch, poi indicato da varie fonti giudiziarie, ai tempi del rapimento del presidente Aldo Moro, come vicino al vertice delle Brigate Rosse (viveva a Palazzo Caetani, nella viuzza romana dove venne ritrovato il corpo dello statista Dc).
Le ambasciate russe -con sorprendente efficacia- riformulano la tecnica di consenso di quell’alba di guerra fredda in chiave digitale. Anatoly Antonov, ambasciatore del presidente Putin a Washington, è soprannominato “Lonely Anatoly”, Anatoly il solitario, perché dallo scoppio della guerra in Ucraina, nessuno lo invita più e, secondo fonti Usa, lo stesso leader russo ne diffiderebbe, per il primo programma di concerti, cultura, jazz lanciato al debutto. Un reporter della rivista Politico scopre Antonov a Georgetown, al ristorante chic Cafè Milano, con il controverso ex plenipotenziario Usa in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e Dimitri Simes, geopolitico trumpiano che nega l’autonomia ucraina. Dettata la linea, tocca a social e partner radicarla.
Il ruolo delle ambasciate russe
Ogni ambasciata russa è consapevole della rete parallela di disinformazione, originata a San Pietroburgo dalla Agenzia Ricerca Internet legata all’oligarca Prigozhin, capo delle milizie mercenarie Wagner. Se un giornalista, studioso, attivista, posta contenuti ritenuti negativi per Mosca, si convoca online una frotta di “trolls” che lo contraddicono e insultano, inquinando la discussione. Lo studioso Yevgeny Golovchenko identificò i troll del Cremlino in Italia e altri profili son stati riconosciuti da debunker come Stop Fake, a Kiev, o dai servizi Stratcom dei paesi Baltici.
A un mese dall’invasione contro l’Ucraina, i funzionari di Razov scrivevano su Facebook: “Cari amici della Russia in Italia! Ogni giorno la nostra Ambasciata riceve migliaia di messaggi con sincere parole di sostegno e solidarietà. Esprimiamo la nostra viva gratitudine a tutti i cittadini italiani, che, nonostante la valanga di propaganda antirussa, di fake news e di palesi falsificazioni diffuse da alcuni media occidentali, manifestano sincera preoccupazione per i destini del nostro Paese, per il futuro delle relazioni russo-italiane. Condividiamo la vostra indignazione per vari tentativi di "cancellare" la Russia e di seminare rancore tra noi: russi e italiani”, rilanciando articoli di columnist, giornali e tv di scuderia, a cominciare dagli intellettuali che avevano difeso l’occupazione della Crimea o negato le stragi di civili a Bucha.
Video di propaganda disseminati sui social
Si fan circolare online video, attribuiti a “ambasciate russe”, in cui si decantano le virtù dell’ex Urss, invitando gli occidentali ad emigrare, spesso armi a doppio taglio, falsi che, se rilanciati in buona fede, provocano smentite corrucciate degli ambienti ufficiali. Così, l’ambasciatore di Putin in Slovacchia denuncia, via Facebook, che il sindaco di Ladomirovà, nella regione di Prešov, avrebbe dissacrato le tombe dei soldati zaristi. Le autorità negano, ma il danno è fatto, la calunnia gira. In Canada, canali filorussi diffondono la tesi della “carestia indotta in Africa dalla guerra di Zelensky”, mentre, secondo l’Oxford Internet Institute, “i diplomatici russi postano migliaia di tweet, con milioni di contatti” nella rete di disinformazione, epicentri Londra e Città del Messico. Al recente summit europeo a Praga contro “il caos informativo globale” un analista ammoniva: “Il lavoro di Razov a Roma è radicato nelle simpatie antiche del Pci, ora fluite in Forza Italia, Lega e 5 Stelle: non a caso la disinformazione, in campagna elettorale, ha colpito soprattutto Enrico Letta e Giorgia Meloni, per il loro voto favorevole all’invio di armi in Ucraina”.