Etiopia, concordato un cessate il fuoco tra il governo e i separatisti del Tigray
di Antonietta NapoliLa stretta di mano dell’accordo di pace tra Redwan Hussien Rameto, in rappresentanza del governo etiope, e Getachew Reda, per il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, è di quelle che non lasciano adito a dubbi. Una "pietra miliare per far avanzare l'Etiopia sulla strada delle riforme intraprese quattro anni e mezzo fa” come l’ha definita il primo ministro etiope Abiy Ahmed garantendo che l’impegno per la pace “rimarrà fermo”.
Eppure lo scetticismo sull’intesa sottoscritta a Petroria, che trapela da alcuni ambienti diplomatici e dal mondo delle organizzazioni non governative, getta più di qualche ombra sull’accordo inaspettato raggiunto oggi. Un dato è certo, il governo di Abiy e le forze ribelli nella regione settentrionale del Paese hanno concordato un cessate il fuoco che alla vigilia del secondo anniversario di una brutale guerra civile che ha causato almeno 600mila vittime “pone fine…
La stretta di mano dell’accordo di pace tra Redwan Hussien Rameto, in rappresentanza del governo etiope, e Getachew Reda, per il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, è di quelle che non lasciano adito a dubbi. Una "pietra miliare per far avanzare l'Etiopia sulla strada delle riforme intraprese quattro anni e mezzo fa” come l’ha definita il primo ministro etiope Abiy Ahmed garantendo che l’impegno per la pace “rimarrà fermo”.
Eppure lo scetticismo sull’intesa sottoscritta a Petroria, che trapela da alcuni ambienti diplomatici e dal mondo delle organizzazioni non governative, getta più di qualche ombra sull’accordo inaspettato raggiunto oggi. Un dato è certo, il governo di Abiy e le forze ribelli nella regione settentrionale del Paese hanno concordato un cessate il fuoco che alla vigilia del secondo anniversario di una brutale guerra civile che ha causato almeno 600mila vittime “pone fine in modo permanente alle ostilità"
Nessuno dei delegati, di entrambe le parti, avrebbe scommesso che a poco più di una settimana dall'inizio dei colloqui formali, mediati dall'Unione africana, sarebbe stato raggiunto un accordo. L'annuncio del capo dei mediatori, Olusegun Obasanjo, ex presidente nigeriano, è arrivato dopo l'ultimo round dei colloqui convocati in Sudafrica il 26 ottobre sottolineando che “questo momento non è la fine del processo di pace ma l'inizio”. La notizia è stata ufficializzata nel tardo pomeriggio nel corso di quello che l'UA aveva annunciato come “un briefing di Obasanjo” ai media che seguivano le trattative a Pretoria. Solo quando il capo dei mediatori ha preso la parola per dare il via all'evento, con circa tre ore di ritardo rispetto al programma, è apparso chiaro che la tregua era stata raggiunta.
Da lì a pochi minuti la “firma” è stata immortalata da decine di fotografi. Obasanjo ha parlato di “un processo di pace come soluzione africana a un problema africano”. Il rappresentante del governo etiope Redwan Hussien, che è anche il consigliere per la sicurezza nazionale del premier, ha esortato tutte le parti a “restare fedeli al testo e allo spirito dell'accordo”. In risposta, il delegato e portavoce del Tigray, Getachew Reda, ha ricordato le tante morti e la distruzione su vasta scala nella regione e ha manifestato la “speranza e l’aspettativa che entrambe le parti onoreranno fino in fondo gli impegni assunti”.
Resta da capire che posizione assumerà l'Eritrea, paese confinante con il Tigray, così come le forze di altre regioni etiopi, Amhara e Afar, che non hanno preso parte ai colloqui in Sudafrica. Durante la cerimonia della firma non è stato accennato nulla sul rispetto della tregua delle forze militari che hanno preso parte al conflitto al fianco dell'esercito etiope.
Stando a quanto sottoscritto, l'intesa riguarda "un disarmo ordinato, progressivo e coordinato" e il "ripristino della legalità", la "riattivazione dei servizi" e "un accesso pieno agli aiuti umanitari”. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, ha espresso grande favore per il raggiungimento della tregua in Etiopia tra le truppe federali di Addis Abeba e le milizie tigrine definendola "un primo passo". Attraverso il suo portavoce Stephane Dujarric ha voluto però precisare che “l’Onu ovviamente esaminerà tutti i dettagli” e sollecita “a portare al più presto un po' di conforto ai milioni di civili che hanno davvero sofferto durante questo conflitto".
Il prossimo 4 novembre la guerra civile, scoppiata nel 2020 dopo le elezioni nel Tigray vinte dal Tplf e tenute dall’autorità regionale nonostante un rinvio deciso dall'esecutivo del primo ministro Abiy Ahmed per la pandemia di Covid 19, sarebbe entrato nel suo terzo anno di combattimenti e violenze che hanno provocato migliaia di vittime e costretto milioni di persone a lasciare le proprie case. “La comunità internazionale è pronta a sostenere il cammino dell'Etiopia verso la pace” ha dichiarato l'inviata speciale delle Nazioni Unite per il Corno d'Africa, Hanna Serwaa Tetteh, sottolineando che “questa è un'opportunità per tracciare un nuovo corso che permetterà a giovani uomini e donne che sono stati mobilitati per combattere avranno ora la possibilità di tornare alle loro case e alle loro famiglie"
Famiglie che vivono in condizioni estreme, come tutto il popolo del Tigray per il quale il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, chiede accesso umanitario illimitato per aiutare “uomini, donne e bambini che hanno un disperato bisogno di sostegno da parte della comunità internazionale”. Due anni di assedio militare del Tigray, ma anche l’instabilità nelle altre regioni dell’Etiopia, Afar e Amhara, investite dal conflitto, hanno determinato una situazione umanitaria catastrofica, “la peggiore crisi al mondo per mancanza di cibo, medicine e altri servizi di base utilizzati come armi” come ha tenuto a specificare Tedros, di origini etiopi.
Senza dimenticare i gravi crimini perpetrati contro la popolazione del Tigray, per i quali si chiederà conto dinanzi alla Corte penale internazionale. Parola del portavoce tigrino Reda il quale ricorda che “la firma è una cosa. L’attuazione è un’altra. Speriamo che il monitoraggio sia ferreo”.