Ecco perché i russi si ritirano da Kherson
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoÈ una scelta militare, che prende atto delle debolezze dell’armata russa, ma soprattutto una decisione politica. Vladimir Putin ritira le sue truppe da Kherson, creando per la prima volta lo spiraglio per un negoziato. Il fiume Dnipro offre infatti la linea per un cessate il fuoco: un confine geografico netto tra i due eserciti. “La Russia non ha mai rifiutato di condurre negoziati con l’Ucraina ed è ancora pronta, tenendo in considerazione la realtà emergente”, ha dichiarato la portavoce degli Esteri Maria Zakharova.
Nessuno pensa che ci siano le condizioni per una pace, perché le richieste di Kiev sono sempre state chiare: la liberazione completa dei territori occupati. L’Ucraina oggi però ha ottenuto una vittoria indiscutibile, confermando la tenacia e la capacità della sua resistenza dimostrata in oltre otto mesi di lotta.
È una scelta militare, che prende atto delle debolezze dell’armata russa, ma soprattutto una decisione politica. Vladimir Putin ritira le sue truppe da Kherson, creando per la prima volta lo spiraglio per un negoziato. Il fiume Dnipro offre infatti la linea per un cessate il fuoco: un confine geografico netto tra i due eserciti. “La Russia non ha mai rifiutato di condurre negoziati con l’Ucraina ed è ancora pronta, tenendo in considerazione la realtà emergente”, ha dichiarato la portavoce degli Esteri Maria Zakharova.
Nessuno pensa che ci siano le condizioni per una pace, perché le richieste di Kiev sono sempre state chiare: la liberazione completa dei territori occupati. L’Ucraina oggi però ha ottenuto una vittoria indiscutibile, confermando la tenacia e la capacità della sua resistenza dimostrata in oltre otto mesi di lotta.
Nelle mani di Biden
Siamo davanti a una svolta, da cui dipenderanno non solo i destini del conflitto ma dell’intera comunità internazionale. Non a caso, la ritirata è stata annunciata dopo il voto americano di midterm: la Casa Bianca adesso può valutare le opzioni diplomatiche senza temere ricadute elettorali. E sarà l’orientamento dell’amministrazione Biden a determinare l’ago della bilancia tra guerra e tregua.
Claudio Tito ha anticipato su queste pagine come la Nato considerasse la liberazione di Kherson il presupposto per ogni trattativa. I segnali arrivati proprio da Washington evidenziavano i timori per il rischio di un’escalation atomica, prendendo molto seriamente la minaccia russa di usare bombe nucleare tattiche per risollevare la situazione drammatica dei loro reparti. Allo stesso tempo il costo militare ed economico del sostegno a Kiev comincia a diventare molto alto. Le cancellerie dell’Europa occidentale condividono la stessa visione, con in più la crescente preoccupazione per gli effetti del conflitto sul prezzo dell’energia. Opposta la posizione dei Paesi orientali – soprattutto la Polonia e i Baltici – e della Gran Bretagna, che vogliono arrivare alla disfatta totale degli invasori.
I contatti tra Mosca e Washington
Nelle ultime settimane ci sono stati diversi indicatori di contatti tra Casa Bianca e Cremlino. Quelli informali tenuti dal consigliere per la Sicurezza Jake Sullivan con il suo omologo Nikolaj Patrushev, un veterano del Kgb intimo di Putin, e quelli ufficiali sul tavolo del negoziato New Start sul disarmo nucleare. Colloqui a cui si aggiunge la linea diretta creata dai due ministri della Difesa e dai generali al vertice per allontanare il pericolo di incidenti dagli esiti imprevedibili. C’è stato anche un gesto concreto, frutto della mediazione turca: il mantenimento dell’accordo sulle navi dei cereali nel Mar Nero, sospeso da Putin dopo il raid contro la Crimea. Un messaggio significativo della disponibilità a discutere un’intesa globale.
I timori di Kiev
Bisognerà comprendere quale sarà la reazione del governo Zelensky, ispirata in queste ore alla cautela e al sospetto. Gli ucraini – come si dice militarmente – hanno l’iniziativa: sono superiori in qualità e mezzi ai russi, possono scegliere dove e come attaccare. Nonostante le sofferenze inflitte dagli attacchi dei droni alle città, le loro brigate tengono testa agli invasori su tutto il fronte. Riescono a farlo con la determinazione degli uomini e con gli strumenti superiori forniti dall’Occidente: una quantità di armi, munizioni e informazioni strategiche senza precedenti nella storia. Il timore di Kiev è esplicito: i russi vogliono prendere tempo per riorganizzare le loro forze e scatenare una nuova offensiva.
Una considerazione fondata. Il Cremlino ha gettato nella mischia almeno 50mila dei riservisti mobilitati a settembre. Altri 150mila sono stati schierati in tre grandi centri di addestramento, in prossimità della frontiera ucraina. Uno nella zona di Kursk, uno in quella di Bryansk, uno in Bielorussia: lì le reclute vengono inserite nelle brigate che hanno già combattuto, imparando le tattiche per affrontare la situazione. Hanno ricevuto veicoli corazzati e artiglieria prelevata dai depositi, in gran parte di modelli datati. Sempre più spesso però viene notata la presenza dei sistemi più sofisticati, tenuti finora in riserva: ieri per la prima volta nel Donbass sono comparsi i carri T14 Armata, considerati i più moderni al mondo.
Se non ci sarà una tregua, queste forze andranno comunque all’attacco. Probabilmente a dicembre, quando il ghiaccio compatterà il terreno fangoso. La loro offensiva avverrà su tre direttrici lontane l’uno dall’altra, in modo da obbligare gli ucraini a dividere le loro truppe meccanizzate e gestire una logistica complessa: l’elemento principale che ha permesso i successi di Kiev – la possibilità di concentrare le forze nei punti deboli del nemico – verrebbe a cadere. Quella che Mosca sta allestendo è una massa d’urto pari all’onda d’assalto scatenata lo scorso 24 febbraio. Gli ucraini possono riuscire a fermarla, il prezzo di sangue sarebbe però altissimo. Lasciando in sospeso la minaccia che Mosca, di fronte alla disfatta finale, ricorra alla bomba nucleare. La prospettiva è quella di una carneficina. Centinaia di migliaia di caduti, le città ucraine sotto bombardamento e l’economia russa devastata dalle sanzioni. E il rischio per Putin di vedere sgretolare il suo potere per il disastro dell’invasione.
Le condizioni per la pace
La situazione sul campo oggi vede i confini nel Donbass sostanzialmente uguali all’inizio del conflitto. Il Cremlino in otto mesi di battaglia ha messo le mani solo sul territorio a destra del Dnipro, con le città di Mariupol e Melitopol. Un risultato lontanissimo dalla promessa di cancellare l’Ucraina e liberare il Donbass. Putin potrebbe solo proclamare di avere riportato la frontiera russa sulla “linea sacra” del Dnipro. Zelensky dovrebbe rinunciare a questa regione e vantare di avere sconfitto i russi, obbligandoli a rinunciare ai loro obiettivi, mantenendo il sostegno dell’Occidente. Sono condizioni accettabili per il popolo ucraino? Vedremo nei prossimi giorni se la diplomazia riuscirà a prendere il sopravvento sulle armi.