Armi, gli affari d'oro dell'industria militare grazie alla guerra. La produzione in affanno per soddisfare la domanda
di Floriana Bulfon , di Floriana BulfonGli eserciti chiedono più armi di quante le fabbriche riescano a produrre. Nel 2021 è stato per colpa del Covid, che ha ingolfato il flusso dei rifornimenti di materiali. Quest’anno per effetto dell’invasione dell’Ucraina, che ha spinto tante nazioni a potenziare gli arsenali. Il risultato è una domanda bellica superiore all’offerta, con una pressione dei governi soprattutto europei a invocare “un’economia di guerra” per velocizzare le catene di montaggio. “Non è un problema di fondi: sono pieno di soldi da spendere, più di quanti avrei mai immaginato – ha dichiarato il generale Rajmund Andrzejczak, comandante delle forze armate polacche, al sito "Breaking Defence" – Il problema globale è la capacità dell’industria”. Le spese militari di Varsavia sono impennate, addirittura triplicate rispetto al 2014, e supereranno il 3 per cento del bilancio nazionale. A…
Gli eserciti chiedono più armi di quante le fabbriche riescano a produrre. Nel 2021 è stato per colpa del Covid, che ha ingolfato il flusso dei rifornimenti di materiali. Quest’anno per effetto dell’invasione dell’Ucraina, che ha spinto tante nazioni a potenziare gli arsenali. Il risultato è una domanda bellica superiore all’offerta, con una pressione dei governi soprattutto europei a invocare “un’economia di guerra” per velocizzare le catene di montaggio. “Non è un problema di fondi: sono pieno di soldi da spendere, più di quanti avrei mai immaginato – ha dichiarato il generale Rajmund Andrzejczak, comandante delle forze armate polacche, al sito "Breaking Defence" – Il problema globale è la capacità dell’industria”. Le spese militari di Varsavia sono impennate, addirittura triplicate rispetto al 2014, e supereranno il 3 per cento del bilancio nazionale. Altre cancellerie nel Baltico e in Scandinavia potrebbero seguire presto la stessa strada.
IL BILANCIO DEL 2021
Lo scorso anno è stato florido per i big del settore, con una crescita dell’1,9 per cento e un fatturato mondiale di 592 miliardi di dollari. Lo ha fotografato lo Stockholm International Peace Research Institute, Sipri, nel rapporto che è diventato il punto di riferimento. La statistica evidenzia come lo shopping sia stato ostacolato dal rallentamento delle consegne di componenti: la pandemia ha reso difficile l’approvvigionamento di semiconduttori e metalli pregiati. In certi casi – ad esempio per l’Airbus europea – c’è stata pure carenza di personale qualificato. In cima alla classifica come al solito i colossi statunitensi: Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics. Gli Usa hanno quasi metà del mercato, pari a contratti per 299 miliardi di dollari. Una spinta dettata soprattutto dalle tensioni nel quadrante dell’Indo-Pacifico: s’impone così l’ascesa delle società cinesi, cresciute del 6,3 per cento in un anno: quattro sono tra le dieci più importanti del pianeta, con i cantieri CSSC leader assoluti nella costruzione di navi militari. Pechino controlla un network industriale militare da oltre 100 miliardi. L’Unione europea la supera di poco, con 27 aziende nella top cento e commesse per 123 miliardi. In stallo invece i russi, tra sanzioni e isolamento internazionale, con 17,8 miliardi di fatturato.
LA LISTA DELLA SPESA
Nel 2021 la richiesta era concentrata su sistemi hi-tech: aerei da combattimento, elicotteri, fregate, sottomarini. La guerra in Ucraina ha cambiato le priorità: si cercano cannoni, droni, mezzi corazzati e soprattutto munizioni. Questo sta modificando anche la geografia dei produttori e degli acquirenti. La Germania ha lanciato un piano di riarmo da 100 miliardi di euro, focalizzato sui caccia F35 ed Eurofighter, i sottomarini, i cingolati da combattimento. Quasi sempre la caratteristica è l’urgenza, per garantire gli aiuti alla resistenza di Kiev e rimpiazzare le scorte. Tutta la NATO vuole proiettili d’artiglieria, perché la lezione dal fronte impone di creare riserve consistenti, ma non si trovano: negli ultimi trent’anni la domanda è stata minima e adesso si corre ai ripari. Washington, Londra e Parigi hanno stabilito piani per raddoppiare la produzione. Il gruppo tedesco Rheinmetall ha appena rilevato la fabbrica spagnola di munizioni Expal pagandola 1,2 miliardi e tante piccole ditte slovacche, bulgare, romene stanno assumendo e comprando macchinari. Il caso più clamoroso è la Corea del Sud, che lo scorso anno si era già imposta con un aumento del 3,6 per cento e 7,2 miliardi di contratti e ora vede correre le richieste di cannoni semoventi e carri armati: è praticamente l’unica a venderne e persino i polacchi si sono rivolti a loro. Dalla fine della Guerra Fredda l’Occidente ha smesso di progettare tank e ora ci sono pressioni in Germania per ricominciare a costruire i Leopard 2 degli anni Ottanta mentre Macron in persona ha domandato di accelerare le consegne degli obici Caesar.
L’altro oggetto del desiderio sono i droni. Anche qui, Usa e Europa sono in ritardo perché si sono dedicate a velivoli telecomandati grandi e costosi. I campi di battaglia del Donbass invece hanno confermato l’esigenza di ordigni low cost e facili da usare, imponendo la nuova realtà dei “droni killer” - tecnicamente chiamati loitering munition - come gli Shahed iraniani. Il principale beneficiario è la Turchia, altra potenza emergente nel mercato bellico, con la coda di 21 paesi per ordinare i Bayraktar, che cominciano a infastidire la leadership israeliana nel settore dei droni.
IL BOOM VENTURO
Gli analisti credono che l’Eldorado bellico debba ancora cominciare e pensano che il vero boom sarà nella seconda metà del 2023. La previsione è che tutti i bilanci nazionali saranno rivisti al rialzo mentre i generali prima di firmare i contratti stanno cercando di decifrare gli insegnamenti del conflitto per decidere su quali strumenti impostare i loro budget. Si domandano se abbia ancora senso investire su elicotteri sofisticati alla luce delle difficoltà patite sul fronte dalle squadriglie russe. Se convenga comprare pochi jet di ultima generazione o puntare su missili e cannoni in quantità. Tutti avranno bisogno di mezzi da guerra elettronica: “armi elettromagnetiche” di ogni dimensione per disturbare le frequenze di guida dei droni e accecare i radar. Stessa esigenza prevista per gli apparati contraerei, missili terra-aria e mitragliere, e quelli anti-tank: solo per sostituire i Javelin donati a Kiev gli Usa spenderanno mezzo miliardo. Molti interrogativi sul tipo di mezzi corazzati da scegliere: su ruote o su cingoli?
LA SITUAZIONE ITALIANA
Questa domanda, in apparenza tecnica, condiziona le grandi manovre sull’industria europea e anche la sorte delle ditte italiane. Il consorzio tra Leonardo e Iveco ha appena vinto una commessa in Brasile che può valere fino a due miliardi con un ibrido tra autoblindo e tank, il Centauro 2. Leonardo, con la controllata Oto Melara, e Iveco sono coinvolte nel programma nazionale per un cingolato da combattimento, da realizzare però come apripista per il futuro carro da battaglia europeo: dovrebbe essere il cardine di nuove alleanze da stabilire tra Roma, Berlino e Parigi. Il dossier Sipri indica che il 2021 è stato ottimo per Leonardo: 13,9 miliardi di fatturato, aumento del 18 per cento e dodicesima posizione mondiale. Il business dell’azienda statale però è focalizzato sugli elicotteri e sull’intercettore Eurofighter, che non paiono tra le priorità del domani. Fincantieri invece ha raccolto poco meno di sei miliardi, con una crescita del 3 per cento, e accanto alla fregata best seller - la Fremm - offre nuove corvette. I tempi serrati imposti dalla minaccia russa rischiano di allontanare i clienti dalle aziende europee. Persino la Polonia si è rivolta altrove, facendo incetta di F35, elicotteri Apache, carri Abrams e razzi HIMARS negli States. Se nei dati Sipri del 2021 Italia e Francia erano le nazioni con l’aumento maggiore di vendite – pari al 15% - nel prossimo decennio la mancanza di coordinamento tra aziende del vecchio continente potrebbe ostacolare l’esportazione.