MILANO - C'era una volta Il Panzer. "Te vist il Panzer!?", e giù commenti, alcuni forse davvero genuini, altri spinti dal refolo dell'umana invidia. "Mister 100mila preferenze" - per l'esattezza furono 105 mila, circoscrizione Nord-Ovest, lista Uniti per l'Ulivo. Anno 2004: il Panzer, al secolo Antonio Panzeri da Riviera D'Adda.
Per qualcuno era il compagno che ce l'aveva fatta, per altri, semplicemente, il designato, o il predestinato da spedire a Bruxelles: la fatal Bruxelles, vista ora. L'uomo passato dalle barricate sindacali per "la difesa dei diritti e della sicurezza sociale" (ipse dixit) alla tela delle relazioni: al centro, col tempo, il mondo della cooperazione internazionale. "Sempre dalla parte di chi rimane indietro".
Lo ripeteva quando gli chiedevano, all'epoca, come intendesse declinare la sua nuova missione di sindacalista e dunque deputato europeo. La tela, 18 anni dopo, lo ha inguaiato. Chi e cosa è stato il Panzeri milanese? Qual è il trampolino che da viale XXII marzo, sede provinciale della Cgil che guidò dal 1995 al 2003, lo ha catapultato nell'orbita quatariota delle combines?
"Quando dalla periferia dell'impero andavo a Milano alle assemblee era come una star - racconta Orazio Amboni, nella segreteria della Cgil bergamasca tra i '90 e i primi 2000 -. Condividevamo la battaglia dei riformisti: anti-Cofferati prima, e anti-Epifani poi. Eravamo contro la concezione leaderistica del sindacato. Il referente lombardo di questa nostra corrente interna era Panzeri. Tuttavia, quando arrivò lui al comando, a Milano, il 'Panzer' diventò un ottimo interprete di quella stessa concezione che aveva combattuto". Contrappassi.
L'uomo in filigrana: tenace, frontale. "O con me o contro di me". Ma anche morbido negoziatore. Commenta più prosaicamente un ex Rsu "di lotta": "Chiamiamo le cose con il loro nome: alzare il telefono per fare lobbying. Questo a Antonio, da un certo punto in poi, è riuscito benissimo".
Da segretario aggiunto cigiellino milanese nella gestione Carlo Ghezzi alle tre legislature consecutive all'europarlamento: scorrendo la resistibile ascesa del Panzer viene quasi da sorridere, pensando che - aggiunge Amboni -, "per portare avanti la nostra opposizione, a Bergamo - la città di Panzeri - ci incontravamo di nascosto nei locali della stazione ferroviaria. Come dei carbonari. Lui, sempre accorto, mandava un suo uomo, non mi faccia fare nomi ché non voglio mettere in imbarazzo nessuno".
Panzeri, Roilo, Rosati, Gorla, Bonini. È la successione della catena di comando della Cgil a Milano. "Quello che leggo sui giornali mi lascia a bocca aperta", dice Rosati. "Era uno dei dirigenti più capaci, dal punto di vista sindacale non ho niente da rimproverargli". Mentre la Guardia di Finanza sequestra 17mila euro in contanti nella casa di Calusco d'Adda dove la moglie Maria Colleoni è ai domiciliari (dopo il via libera della Corte d'Appello di Brescia lei e la figlia Silvia Panzeri potrebbero essere consegnate al Belgio), mentre Landini interviene sul Qatargate parlando di "cose gravissime", la second life di Panzeri si porta dietro il "trampolino". "Gli piaceva viaggiare - parla un vecchio amico -. Per lavoro, per piacere ogni motivo era buono per prendere un aereo. Forse i viaggi lo hanno stregato...".
Da hombre vertical a facilitatore, come sostiene la magistratura belga? Stati Uniti, Giappone, i paesi del Maghreb: sono i "giri" dell'eurodeputato che conservava 600mila euro in casa a Bruxelles come fossero cioccolatini per Natale. Già presidente della sottocommissione per i Diritti umani, il capolinea del curriculum si chiama Fight Impunity: l'Ong fondata nel 2019. Sempre in viaggio tra i continenti. "Amava spendere", racconta chi ha lavorato con il Panzer. "Anche con la carta di credito oro del sindacato". Come a inizio 2000 in un viaggio a Shanghai: la Cgil all'epoca aveva rotto con la Cina. Dettagli.
Che in teoria, per uno che si è formato nella rigida ortodossia del Pci, avrebbero dovuto pesare. Ancor di più data la lunga frequentazione, anche in ruoli apicali (il suo nome girò e rigirò per la successione a Cofferati), di quella palestra di impegno sociale che è, o dovrebbe essere, il sindacato. Nella parabola panzeriana ritorna la data spartiacque del 2004, anche un punto di caduta. L'opzione europeista. La corsa per l'elezione e i 105mila voti.
In un'intervista durante la campagna elettorale per Bruxelles (era già responsabile per le politiche europee della Cgil), citando il suo libro in uscita "Le tre Europe dei diritti" si presentò come un riformatore con a cuore il vecchio continente; parlava di "armonizzazione dei diversi modelli sociali", di "nuovi arrivati dell'Est". "Un problema, per esempio - disse - è che un operaio polacco dovrà aspettare 10 anni per guadagnare quanto un collega francese o italiano".
Poi sono arrivati gli operai del Qatar, e quelle minoranze e quei diritti per i quali Panzeri fonda la sua Ong Fight Impunity, ovvero il perno - ritengono gli investigatori belgi - della sistema riconducibile all'ex eurodeputato Pd. Combattere le impunità e intanto - se le accuse saranno confermate - intascare mazzette dai Paesi che di impunità vivono.
La roulette dell'imbarazzo torna negli uffici del sindacato e rimbalza sugli scranni di Bruxelles. "Se è vero ciò che affiora dalle cronache si tratta di fatti gravissimi e di un insulto alle battaglie per i diritti umani che tanti di noi sostengono proprio nel Parlamento europeo - dice Pierfrancesco Majorino, europarlamentare e candidato alla Presidenza della Lombardia". E aggiunge: "Condivido totalmente la necessità di istituire una commissione di inchiesta al Parlamento, va ricostruito totalmente quanto accaduto. Questo permetterà anche di mostrare il fatto che in questi mesi sul Qatar in tanti abbiamo detto e votato cose molto diverse". Già, c'era il "giro Panzeri-Kaili". Chi ne faceva parte - evidentemente - fiutava l'odore delle combines. C'era una volta il Panzer.