C'è aria di tempesta in Egitto: il vento spira da Sud e alza la protesta. Quella stessa che pure era rimasta silenziosa di fronte alla svalutazione del pound e alla crisi economica che hanno portato sulla soglia della povertà milioni di persone. Perché stavolta ad essere toccato è il simbolo stesso del Paese contemporaneo, quel Canale di Suez che sta all'Egitto oggi come le Piramidi al tempo dei Faraoni.
I fatti: qualche giorno fa il Parlamento ha approvato l'istituzione di un fondo indipendente per l'Autorità del Canale di Suez con lo scopo di contribuire allo sviluppo economico dell'opera. La norma specifica che il fondo sarà responsabile di tutte le attività di investimento della st…
C'è aria di tempesta in Egitto: il vento spira da Sud e alza la protesta. Quella stessa che pure era rimasta silenziosa di fronte alla svalutazione del pound e alla crisi economica che hanno portato sulla soglia della povertà milioni di persone. Perché stavolta ad essere toccato è il simbolo stesso del Paese contemporaneo, quel Canale di Suez che sta all'Egitto oggi come le Piramidi al tempo dei Faraoni.
I fatti: qualche giorno fa il Parlamento ha approvato l'istituzione di un fondo indipendente per l'Autorità del Canale di Suez con lo scopo di contribuire allo sviluppo economico dell'opera. La norma specifica che il fondo sarà responsabile di tutte le attività di investimento della struttura, compresa la creazione di società specifiche, gli investimenti, l'acquisto, la vendita e lo sfruttamento dei beni immobili e mobili. È stato proprio l'uso di termini come "vendita" e "sfruttamento" a scatenare le proteste: il governo è stato accusato di pianificare la cessione del canale a investitori stranieri per far fronte alla sempre più precaria situazione economica.
Per giorni in Egitto non si è parlato d'altro, esattamente come era accaduto nel 2016 quando la cessione all'Arabia Saudita di due isolette nel Mar Rosso - Sanafir e Tiran - in cambio di investimenti miliardari, aveva scatenato un'ondata nazionalista contro il presidente Abdel Fatah al Sisi. Proprio per evitare che gli animi si accendessero come allora, il capo dell'Autorità del Canale di Suez, Osama Rabie, ha smentito ogni cessione e sottolineato che il fondo non consentirà la presenza di investitori stranieri o di dipendenti non egiziani nella gestione del corso d'acqua. Un distinguo sottile, ma neanche troppo: qualche ora dopo infatti, il ministro dei Trasporti Kamel al Wazir ha specificato che un piano di apertura ai privati c'è, ma che riguarderà soltanto la gestione e il funzionamento dei porti legati a Suez, non le acque.
Parole che con tutta probabilità non basteranno a zittire le polemiche. "Il canale di Suez è una componente essenziale dell'idea nazionalista dell'Egitto - spiega l'analista politico Maged Mandour - migliaia di egiziani sono morti per costruirlo. La nazionalizzazione voluta da Nasser è stata un modo per cementare il supporto popolare attorno a sé: l'Egitto ha affrontato una guerra per questo. La sola idea che si possa privatizzare, anche in parte, o che la sua gestione possa in qualche modo essere affidata agli stranieri tocca l'orgoglio nazionale più di qualunque svalutazione".
Il canale è una delle più importanti vie d'acqua del mondo: costituisce il collegamento più rapido fra Asia e Europa, mettendo in connessione il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso. È anche tra le principali fonti di introiti per le casse dello Stato: nel 2022, secondo i dati ufficiali, è stato attraversato da 23.869 navi e ha generato entrate per quasi otto miliardi di dollari. Che abbia bisogno di investimenti è una cosa di cui pochi dubitano: aperto dal 1867, con il passare degli anni ha dimostrato tutti i segni del tempo, nonostante l'ampliamento inaugurato nel 2015. La crisi peggiore a marzo dello scorso anno, quando la nave container EverGiven rimase incagliata per sei giorni nello stretto, bloccando così quel 7 per cento del commercio mondiale che passa da lì.
Difficilmente dunque Al Sisi cambierà idea: più forte dei timori è la necessità di richiamare in Egitto investimenti stranieri, in particolare dagli Emirati Arabi Uniti, che negli ultimi anni sono diventati - insieme all'Arabia Saudita - la ciambella di salvataggio della disastrata economia nazionale: il pound egiziano ha perso il 57% del suo valore da marzo a oggi e il Paese ha 150 miliardi di debito estero. A Sisi serve anche mantenere il potere economico nelle mani dell'esercito, che è alla base del suo potere. Le Forze armate già controllano i tanti mega-progetti in fase di realizzazione e controlleranno anche il fondo speciale. "È un'operazione poco trasparente, che va nella direzione opposta alla liberalizzazione dell'economia che tanti auspicano. I soldi che ne verrebbero non finirebbero nelle casse dello Stato ma in quelle del fondo, un buco nero come già ce ne sono altri", conclude Mandour.