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Diritti umani, Human Rights Watch accusa le democrazie: "Un abuso anche voltarsi dall'altra parte di fronte alle violazioni"

(afp)
Nel dossier di oltre 700 pagine reso pubblico oggi, elementi su oltre cento paesi: dagli attacchi sui civili in Ucraina alla brutalità del regime iraniano. Ma anche la stretta sull'aborto negli Stati Uniti
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Gli attacchi deliberati ai civili ucraini da parte dell’invasore russo, le “prigioni a cielo aperto” nello Xinjiang in cui il regime cinese ha già rinchiuso migliaia di uiguri, la popolazione afgana ridotta alla fame dal ritorno dei talebani, che hanno in pochi mesi già spogliato le donne dei diritti che avevano acquisito nell'arco di vent'anni. E poi l’inasprimento degli abusi in Myanmar da parte della giunta militare, la guerra dimenticata nel Tigray etiope, la brutalità degli ayatollah iraniani che ha finito per scatenare la protesta in atto. Sono solo le più palesi violazioni dei diritti umani registrate nelle oltre 712 pagine dal rapporto 2023 reso pubblico oggi da Human Rights Watch, l’organizzazione non governativa nata nel 1988, che da 33 anni registra luci e ombre del mondo. Una rete di professionisti che include avvocati, accademici e giornalisti, che monitorano costantemente gli abusi su scala globale: e per …

Gli attacchi deliberati ai civili ucraini da parte dell’invasore russo, le “prigioni a cielo aperto” nello Xinjiang in cui il regime cinese ha già rinchiuso migliaia di uiguri, la popolazione afgana ridotta alla fame dal ritorno dei talebani, che hanno in pochi mesi già spogliato le donne dei diritti che avevano acquisito nell'arco di vent'anni. E poi l’inasprimento degli abusi in Myanmar da parte della giunta militare, la guerra dimenticata nel Tigray etiope, la brutalità degli ayatollah iraniani che ha finito per scatenare la protesta in atto. Sono solo le più palesi violazioni dei diritti umani registrate nelle oltre 712 pagine dal rapporto 2023 reso pubblico oggi da Human Rights Watch, l’organizzazione non governativa nata nel 1988, che da 33 anni registra luci e ombre del mondo. Una rete di professionisti che include avvocati, accademici e giornalisti, che monitorano costantemente gli abusi su scala globale: e per questo, insieme ad altre organizzazioni partner nella Campagna Internazionale contro le Mine antiuomo, nel 1997 ha vinto il Nobel per la Pace.

Un dossier, quello pubblicato quest’anno, particolarmente significativo. E non solo perché dettaglia con atroce puntualità il mancato rispetto dei diritti umani negli oltre cento paesi scandagliati, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, segnalando abusi fisici e morali, ma anche questioni legate alla giustizia sociale e climatica, di eguaglianza di genere e tutela dei bambini e denunciando come “poteri autoritari incontrollati stanno lasciando dietro di sé un mare di sofferenza”. Oltre alla triste conta delle atrocità globale commesse dai regimi autoritari, questo anno il focus è pure su quelle democrazie che scelgono di voltarsi dall’altra parte. Gli Stati Uniti, ad esempio, che intervengono in Ucraina ma “dimenticano” quanto accade in Arabia Saudita, India, Filippine. O il Pakistan che a causa del suo legame con la Cina copre i crimini contro gli uiguri e altre etnie musulmane.

Registrata come violazione dei diritti umani anche la scelta della Corte suprema americana di cancellare, dopo 50 anni, la tutela costituzionale al diritto d’aborto. E il doppio standard europeo sulla ricezione dei rifugiati: gli ucraini da un lato, tutti gli altri dall’altro.  Facendo emergere una diffusa tendenza a delegittimare il diritto internazionale. O quanto meno, l’abbassamento dello scudo in sua difesa: "Abbiamo visto i leader mondiali svendere cinicamente i loro obblighi in materia di diritti umani e la responsabilizzazione di chi li viola per calcoli politici a breve termine" scrive d'altronde nella sua introduzione la direttrice esecutiva della ong Tirana Hassan (nella foto d'apertura). Dicendolo chiaro: "Senza alcun controllo, le gravi azioni di governi abusanti aumentano, cementando l’idea che corruzione, censura, impunità e violenza siano i mezzi più efficaci per raggiungere i propri obiettivi. Purtroppo, in un mondo in cui gli equilibri di potere sono cambiati, non si può più fare affidamento su un gruppetto di paesi del Nord del mondo per difendere i diritti umani".

Certo, nel corso del 2022, la Ue – o almeno la maggior parte dei suoi paesi membri - hanno sposato la causa dei diritti umani. Tuttavia, dice ancora il rapporto "spesso non hanno tradotto i loro propositi in politiche e azioni concrete, esponendo le persone più emarginate e vulnerabili al rischio di abusi". Ma la mobilitazione internazionale in risposta alla guerra russa in Ucraina ci ricorda le straordinarie possibilità che si aprono quando i governi si impegnano a proteggere uniti i diritti umani su scala globale. E' proprio la nascita di nuove coalizioni che può fare da modello e da guida, promuovendo una tendenza che si concretizza nell'affrontare le crisi in maniera unitaria. Gli esempi, sono molto interessanti: “Sudafrica, Namibia e Indonesia hanno spianato la strada affinché più governi riconoscano l'apartheid messo in atto dalle autorità israeliane contro i palestinesi, veri crimini contro l’umanità" è scritto nel rapporto.

Così come "le nazioni delle isole del Pacifico hanno chiesto come blocco ambizionse riduzioni delle emissioni a quei paesi che inquinano di più. E mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato 50 anni di protezione federale per i diritti riproduttivi, l'onda dell'espansione dei diritti all'aborto in America Latina - in particolare Argentina, Colombia e Messico - offre una convincente contro-narrativa". C'è insomma una nota d'ottimismo: "La lezione generale del nostro mondo sempre più sconvolto è che dobbiamo reinventare il modo in cui si esercita il potere nel mondo. Ricordando che tutti i governi non solo hanno l'opportunità, ma anche la responsabilità di agire per proteggere i diritti umani all'interno e all'esterno dei loro confini”.