Putin punta alla "strategia afghana" per vincere in Ucraina. L’Occidente gioca d’anticipo
di Rosalba Castelletti e Daniele Raineri , di Rosalba Castelletti e Daniele RaineriDopo le umilianti sconfitte del 2022, Vladimir Putin punta ora a una "strategia afghana" per vincere in Ucraina. In Afghanistan i talebani hanno continuato a combattere per anni, hanno pianificato sul lungo termine, hanno aspettato che il governo di Kabul restasse solo, hanno scommesso sul fatto che gli alleati occidentali dopo molti discorsi retorici si sarebbero stancati e avrebbero abbandonato il campo. Quando è successo, si sono presi il Paese. Kiev non è Kabul, ma senz'altro dipende dagli aiuti degli alleati occidentali per resistere. Tutti i discorsi del presidente Zelensky sono un'esplicita richiesta di sostegno e anche i comandanti e i soldati sul campo insistono sullo stesso punto: abbiamo bisogno di voi.
Ieri un articolo del Washington Post raccontava la visita segreta a Kiev del capo della Cia, William Burns - un uomo che ha lavorato a Mosca per anni e conosce i russi, per incontrare Zelensky e i capi delle agenzie di intelligenc…
Dopo le umilianti sconfitte del 2022, Vladimir Putin punta ora a una "strategia afghana" per vincere in Ucraina. In Afghanistan i talebani hanno continuato a combattere per anni, hanno pianificato sul lungo termine, hanno aspettato che il governo di Kabul restasse solo, hanno scommesso sul fatto che gli alleati occidentali dopo molti discorsi retorici si sarebbero stancati e avrebbero abbandonato il campo. Quando è successo, si sono presi il Paese. Kiev non è Kabul, ma senz'altro dipende dagli aiuti degli alleati occidentali per resistere. Tutti i discorsi del presidente Zelensky sono un'esplicita richiesta di sostegno e anche i comandanti e i soldati sul campo insistono sullo stesso punto: abbiamo bisogno di voi.
Ieri un articolo del Washington Post raccontava la visita segreta a Kiev del capo della Cia, William Burns - un uomo che ha lavorato a Mosca per anni e conosce i russi, per incontrare Zelensky e i capi delle agenzie di intelligence - una settimana fa. Gli ucraini apprezzano Burns perché come loro si rende conto che i russi non hanno alcuna voglia di negoziare. Hanno chiesto al direttore della Cia se teme che prima o poi il sostegno degli Usa verrà meno, perché i repubblicani hanno idee diverse rispetto all'amministrazione Biden e potrebbero tagliare il budget destinato agli ucraini. Burns ha ammesso che potrebbe succedere. Il discorso vale anche per altri alleati. In Italia il governo Meloni ha dichiarato di voler proseguire con gli aiuti, ma non era scontato e se i pesi nella maggioranza fossero stati un po' diversi, forse non saremmo più al fianco di Kiev.
Per questo all'incontro di Ramstein, nonostante le resistenze tedesche, si assiste alla fine della dottrina incrementale degli alleati. Questa prevedeva che gli aiuti militari all'Ucraina fossero diluiti in fasi successive. A febbraio i missili controcarro Javelin, perché si pensava che mandando armi più pesanti i russi le avrebbero catturate. Non è successo e quindi ad aprile gli alleati hanno mandato pezzi di artiglieria, in modo che le truppe ucraine tenessero testa ai russi nel Donbass (ma era troppo tardi e gli ucraini hanno perso due città). A giugno hanno mandato i razzi Himars, che hanno fatto sfracelli contro i russi, ma soltanto quelli che arrivano a 80 chilometri, non a 300. A ottobre hanno mandato i sistemi di difesa aerea, perché Putin ha cominciato a devastare le centrali elettriche. La dottrina incrementale è andata bene per respingere l'avanzata, ma non funziona se c'è da vincere un conflitto.
Ora tutti vedono con chiarezza il problema: il sostegno degli occidentali potrebbe non durare per sempre, quindi c'è da dare una svolta risolutiva alla situazione adesso e impedire che la Russia decida i tempi e alla fine, fra qualche anno, ottenga la vittoria sulle macerie di Kiev. Per questo si discute di mandare tank e bombardieri. Potrebbero non esserci altre occasioni.
Mosca ovviamente teme che una simile sterzata possa mandare all'aria la sua "strategia afghana". Non a caso, dopo mesi di allentamento della retorica apocalittica, è tornata a rimettere sul tavolo l'opzione nucleare. Lo ha fatto giovedì Dmitrij Medvedev, l'ex presidente e premier, oggi vice del Consiglio di sicurezza. "La sconfitta di una potenza nucleare in un conflitto convenzionale può innescare un conflitto nucleare", ha scritto invitando la Nato a riflettere sulle ripercussioni delle sue decisioni. Medvedev, a dire il vero, non è nuovo a queste allusioni.
La novità è nel fatto che il Cremlino, che di solito si tiene a tacita distanza dalle sue minacce, stavolta le abbia rilanciate: "Sono in pieno accordo con la nostra dottrina nucleare", ha commentato il portavoce Dmitrij Peskov. Non solo. Anche il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill ha detto che "ogni desiderio di distruggere la Russia significherà la fine del mondo". Mentre il ministro degli Esteri Serghej Lavrov ha assicurato che la Russia farà di tutto per "rimettere in riga" i leader Nato e Ue. Un fuoco di fila incrociato con l'unico scopo di dissuadere l'Alleanza dall'inviare nuove armi a Kiev. A provocare la reazione a tenaglia potrebbe essere stata l'ipotesi che gli Usa aiutino gli ucraini a riprendersi la Crimea, la penisola annessa da Mosca nel 2014 che, stando a fonti Nato, è la vera linea rossa di Putin.
Ma dietro alle minacce s'intravedono i timori. Medvedev ha implicitamente riconosciuto che la Russia possa perdere: rara ammissione che indica il livello di preoccupazione testimoniato anche dai sistemi di difesa aerea apparsi sui tetti di Mosca. Il Cremlino cerca però di mascherare. "Le forniture non cambieranno nulla, ma aggiungeranno problemi", ha detto Peskov. Anche la propaganda si dà da fare. L'Occidente è "nervoso", ha commentato il conduttore Dmitrij Kulikov su Rossija-1 avvertendo che nuovi aiuti porterebbero alla "completa distruzione di Kiev". La minaccia nucleare ha smesso nuovamente di essere tabù. ©RIPRODUZIONE RISERVATA