Il Libano è al collasso. Scontri per lo stop all’inchiesta sul porto
di Francesca Caferri , di Francesca CaferriLa rabbia del Libano che prova a resistere è esplosa - ancora una volta - ieri pomeriggio nel cuore di Beirut, quando 200 persone - familiari delle vittime dell'esplosione che il 4 agosto 2020 devastò Beirut uccidendo più di 220 persone, e società civile - si sono riunite di fronte al palazzo di Giustizia della capitale per protestare contro i tentativi di affossare l'inchiesta sui fatti di quel giorno. Indossando magliette con i volti delle vittime e alzando cartelli con le immagini dell'esplosione, i familiari hanno tentato di fare irruzione nel Palazzo di Giustizia, fermati solo dalle cariche della polizia. Otto i feriti in un pomeriggio fra i più tesi vissuti dalla capitale del Libano negli ultimi mesi, al termine del quale i familiari sono riusciti nel loro intento: bloccare la riunione del Consiglio superiore della magistratura che avrebbe avuto come obiettivo quello di rimuovere dal suo incarico Tarek Bitar, il giudice che contro l…
La rabbia del Libano che prova a resistere è esplosa - ancora una volta - ieri pomeriggio nel cuore di Beirut, quando 200 persone - familiari delle vittime dell'esplosione che il 4 agosto 2020 devastò Beirut uccidendo più di 220 persone, e società civile - si sono riunite di fronte al palazzo di Giustizia della capitale per protestare contro i tentativi di affossare l'inchiesta sui fatti di quel giorno. Indossando magliette con i volti delle vittime e alzando cartelli con le immagini dell'esplosione, i familiari hanno tentato di fare irruzione nel Palazzo di Giustizia, fermati solo dalle cariche della polizia. Otto i feriti in un pomeriggio fra i più tesi vissuti dalla capitale del Libano negli ultimi mesi, al termine del quale i familiari sono riusciti nel loro intento: bloccare la riunione del Consiglio superiore della magistratura che avrebbe avuto come obiettivo quello di rimuovere dal suo incarico Tarek Bitar, il giudice che contro la volontà dei principali attori politici libanesi sta cercando di portare avanti l'indagine.
La tensione a Beirut montava da giorni: viaggiava sotterranea due settimane fa, quando uno dei portavoce dei familiari delle vittime del porto era stato arrestato per aver protestato contro il blocco dell'inchiesta sulla strage. È diventata palpabile lunedì quando, dopo tredici mesi di inchieste interne e blocchi che gli erano stati imposti, Bitar ha annunciato la riapertura dell'indagine sulle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio esplose il 4 agosto 2020 nel porto, dove erano state stoccate per sette anni.
Sui media libanesi immediatamente erano usciti i nomi di otto persone nel mirino di Bitar, tutte figure di spicco dell'establishment della sicurezza, fra cui il capo dei Servizi segreti, generale Abbas Ibrahim, e il responsabile della Sicurezza di Stato, Tony Saliba. La risposta non si era fatta attendere: in poche ore il procuratore della Corte di Cassazione, Ghassan Oueidat, che a più riprese in passato aveva invitato Bitar a sospendere le indagini, aveva ordinato il rilascio di tutte e 17 le persone in carcere per l'esplosione e lanciato un provvedimento restrittivo contro il collega, scatenando la rabbia dei parenti. E dello stesso giudice: "Non intendo mollare fino a quando non avrò completato l'atto di accusa", aveva detto Bitar ai media locali.
Il braccio di ferro non è solo sul dramma del porto: a 47 anni, politicamente indipendente e costantemente minacciato da quando ha preso in mano l'inchiesta, con una famiglia che è stata costretta a rifugiarsi all'estero, per molti Bitar è diventato l'ultima speranza in un Paese dove non esiste giustizia e la classe politica al potere è sostanzialmente la stessa da cinquanta anni. "La decisione di rilasciare gli indagati significa che il Libano è diventato ufficialmente uno Stato senza legge", ci dice Paul Naggear, un architetto che nell'esplosione ha perso la figlia di quattro anni, colpita alla testa dalle schegge.
Naggear non è l'unico a pensarla così. Il disastro del porto è, per molti libanesi, il simbolo della corruzione diffusa, dell'incapacità di maneggiare la cosa pubblica e dell'impunità che hanno precipitato il Paese alla devastante crisi economica che vive da quattro anni a questa parte. Oggi la lira libanese è scambiata a 60mila per dollaro, contro i 1500 di prima del 2019 e l'80 per cento della popolazione, secondo i dati delle Nazioni Unite, vive sotto la soglia della povertà. La classe media è scomparsa, piegata da salari improvvisamente diventati insufficienti e dall'impossibilità di accedere ai propri risparmi: in pochi mesi si sono moltiplicate le rapine in banca, fatte da chi pretendeva di avere non i soldi degli altri, ma i propri, accumulati in conti bloccati dalla Banca centrale per impedire la fuga di ogni capitale dal Paese.
A questo quadro va aggiunta la crisi politica: dalle elezioni di maggio a Beirut non c'è governo e da ottobre manca anche il presidente della Repubblica, dopo la scadenza del mandato del generale Michel Aoun. L'assenza di un esecutivo è uno dei fattori che bloccano la possibilità di un piano di salvataggio economico a cui il Fondo monetario internazionale lavora da mesi.