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Turchia, il dramma dei piccoli orfani sopravvissuti alle scosse

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Nel solo ospedale di Adana ce ne sono 340. Tra loro Mohammed, 12 anni, che ora vigila sui fratellini. Intanto il governo mette in moto la macchina degli affidi
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Adana - Seduto su una sedia nella stanza 201 dell'ospedale, Mohammed ripete di continuo il numero della sua carta di identità per non dimenticarlo. L'ha imparato a memoria, non vuole diventare un bambino senza nome. Guarda sul telefono le immagini dei soccorritori che estraggono dalle macerie persone ancora vive. "Perché non hanno salvato così anche il mio papà?", chiede, e Sila non resiste, esce dalla stanza e scoppia a piangere.

Mohammed ha 12 anni, la sua sorellina, Asenat, che è seduta sul letto accanto a lui, ne ha 8. In un altro reparto dell'ospedale ci sono gli altri due fratelli, Eslem, 14 anni, e Omar, 2 anni. Vengono tutti da Antiochia, la città devastata nel Sud Est della Turchia: lì il terremoto ha sepolto la loro mamma e il loro papà. Sono stati portati ad Adana mercoledì, dopo 36 ore al gelo, ma non sanno dire da chi né cosa sia successo nella notte orribile del terremoto: i rico…

Adana - Seduto su una sedia nella stanza 201 dell'ospedale, Mohammed ripete di continuo il numero della sua carta di identità per non dimenticarlo. L'ha imparato a memoria, non vuole diventare un bambino senza nome. Guarda sul telefono le immagini dei soccorritori che estraggono dalle macerie persone ancora vive. "Perché non hanno salvato così anche il mio papà?", chiede, e Sila non resiste, esce dalla stanza e scoppia a piangere.

Mohammed ha 12 anni, la sua sorellina, Asenat, che è seduta sul letto accanto a lui, ne ha 8. In un altro reparto dell'ospedale ci sono gli altri due fratelli, Eslem, 14 anni, e Omar, 2 anni. Vengono tutti da Antiochia, la città devastata nel Sud Est della Turchia: lì il terremoto ha sepolto la loro mamma e il loro papà. Sono stati portati ad Adana mercoledì, dopo 36 ore al gelo, ma non sanno dire da chi né cosa sia successo nella notte orribile del terremoto: i ricordi sono confusi e i medici che li hanno in cura non fanno troppe domande. "Non possiamo mettere loro pressione, sono sotto choc".

Sila, la volontaria di 21 anni che per qualche ora si sta occupando di loro, misura le parole con dolcezza: "Mohammed, caro, lascia stare il telefono, sei stanco, riposa un po'", dice e l'accarezza. Entra un'infermiera, vuole prendere la cartella clinica della sorellina, ma il bambino s'irrigidisce: la stringe tra le mani, deve sapere "cosa c'è scritto", insiste, quando devono darle le medicine e quali. "Ora che il papà non c'è più, si sente responsabile, vuole prendersene cura", interviene Sila come a proteggerlo. Studia all'università, lei, "per diventare maestra".

Chiede di continuo anche del fratellino, Mohammed, sente la voce di un bambino nel corridoio e si sporge: "Puoi controllare se è Omar per favore?". Asenat invece non dice una parola, guarda con terrore chiunque entri nella stanza. Entrambi i bambini parlano arabo e turco, come molti ad Antiochia, una città di confine con la Siria che negli anni ha accolto migliaia di rifugiati. Ora i servizi sociali stanno cercando di rintracciare degli zii a Istanbul, altrimenti rimarranno sotto la loro custodia fino a quando non si troverà una nuova famiglia.

Mohammed e i suoi fratelli sono i bambini orfani di questa ecatombe turco-siriana, l'onda sismica che ha fatto 23.259 morti accertati e più di 75mila feriti mentre si continua a scavare, e ancora intere zone distrutte non sono state raggiunte dai soccorsi. Il terremoto è arrivato prima dell'alba quando molte famiglie dormivano, e i bambini che hanno perso i genitori sono tantissimi. Le organizzazioni umanitarie ora temono che possano finire vittime di abusi o del traffico di minori. Solo all'ospedale di Adana ne sono arrivati 340 in tre giorni, 28 sono stati affidati ai servizi sociali. Ieri un aereo della presidenza turca ha portato 14 minori senza famiglia ad Ankara, e il ministero chiede a chi vuole di fare subito domanda per l'affido.

Nella maggior parte dei casi, dicono i medici, sono i parenti ad occuparsene, come è successo alla bambina siriana partorita mentre era intrappolata con la madre sotto le macerie. Adesso di Aya, che in arabo significa "un segno di Dio", si occuperà un prozio. Ma anche loro, i sopravvissuti, stanno affrontando il naufragio delle loro vite e delle loro famiglie.

Al campo sfollati che la protezione civile ha messo in piedi alle porte di Adana ci sono 175 tende, circa 1.000 rifugiati e altri continuano ad arrivare. Più della metà sono anziani, donne e bambini.

"Siamo di Maras, la casa ci è crollata addosso ma per fortuna siamo salvi. Mio marito è rimasto lì, voleva dare una mano con i soccorsi, Maras è un cimitero", racconta una giovane donna. Davanti a un tenda, il fuoco nel braciere riscalda pentole di tè. I volontari hanno portato qualche pallone per i bambini, col primo sole della mattina si vede qualche sorriso.