Il ratto delle kirghize: nel Paese dove le donne vengono rapite e costrette al matrimonio
di Luna de Bartolo , di Luna De Bartolo"Avevo 19 anni. Ero tornata nel mio villaggio natale per partecipare a un matrimonio. L'avevo visto soltanto una volta, ogni tanto ci scrivevamo. Una mattina ero uscita per fare degli acquisti e l'ho incontrato davanti al negozio. Mi ha proposto un giro in macchina insieme, ho accettato". Ainura Zarmanbetova, oggi 33 anni e a capo di un'impresa di pulizie tutta al femminile, parla con distacco del giorno in cui il suo ex marito l'ha rapita.
"Mi ha condotta da lui, e quando siamo arrivati c'era tantissima gente ad aspettarci. Allora ho capito. È sceso dall'auto, io mi sono chiusa dentro, ma mi hanno tirata fuori e trascinata in casa. Le donne mi hanno spogliata e rivestita con un abito. Ero sotto choc, piangevo e ridevo. Sua madre mi ha poggiato un fazzoletto bianco sulla testa. A quel punto era già troppo tardi".
"Avevo 19 anni. Ero tornata nel mio villaggio natale per partecipare a un matrimonio. L'avevo visto soltanto una volta, ogni tanto ci scrivevamo. Una mattina ero uscita per fare degli acquisti e l'ho incontrato davanti al negozio. Mi ha proposto un giro in macchina insieme, ho accettato". Ainura Zarmanbetova, oggi 33 anni e a capo di un'impresa di pulizie tutta al femminile, parla con distacco del giorno in cui il suo ex marito l'ha rapita.
"Mi ha condotta da lui, e quando siamo arrivati c'era tantissima gente ad aspettarci. Allora ho capito. È sceso dall'auto, io mi sono chiusa dentro, ma mi hanno tirata fuori e trascinata in casa. Le donne mi hanno spogliata e rivestita con un abito. Ero sotto choc, piangevo e ridevo. Sua madre mi ha poggiato un fazzoletto bianco sulla testa. A quel punto era già troppo tardi".
In Kirghizistan, piccolo Stato post-sovietico stretto tra la Cina e il Kazakistan, si stima siano almeno 12.000 le donne e ragazze rapite a scopo di matrimonio ogni anno. Per farsi un'idea, nel 2021, le cerimonie celebrate nel Paese sono state poco più di 50.000. Il sequestro può avvenire con l'inganno, come accaduto ad Ainura, non di rado attraverso la violenza, di norma perpetrata con l'aiuto degli amici del futuro sposo, come "fuitina" o talvolta come messa in scena, per rispettare quello che viene oggi percepito come un antico rito nomade.
Una tradizione reinventata
L'indipendenza, ottenuta nel 1991, ha coinciso con la volontà di recuperare un'identità nazionale schiacciata da oltre un secolo di russificazione e sovietizzazione. E pratiche come l'ala kachuu, letteralmente prendi e scappa, sono diventate sempre più diffuse benché gli storici ne neghino l'accuratezza, ritenendole piuttosto delle tradizioni "reinventate". Prima del XX secolo, tra le tribù turciche dell'area la regola erano i matrimoni combinati. Il ratto delle donne esisteva, ma non era certamente un'usanza. Basti pensare che nell'epos fondante della nazione kirghiza, Manas, non ve ne è traccia.
Il rapimento costituiva un grave insulto nei confronti della famiglia della ragazza, provocando aspri conflitti tra clan. Eppure, nella società kirghiza contemporanea questa pratica brutale è stata rielaborata come un'espressione di specificità culturale, un'usanza tradizionale da difendere. E ciò ne spiega la grande popolarità, in particolare nelle aree rurali, nonostante si tratti di un crimine punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Tuttavia, raramente è perseguito. Tra il 2019 e il 2021 i casi denunciati sono stati in media 200 l'anno, e di questi solo una minima parte, circa il 5 per cento, è arrivato in tribunale.
Il caso Burulai
Burulai Turdaaly Kyzy aveva diciannove anni, studiava da infermiera a Biškek, la capitale, e si stava per sposare. Già una volta, la famiglia l'aveva salvata da un rapimento, ma l'uomo che l'aveva presa di mira l'ha sequestrata di nuovo. Con l'aiuto di un amico l'ha afferrata in strada e portata via in macchina. Il padre della giovane si è subito rivolto alle forze dell'ordine. I tre vengono fermati a un posto di blocco e condotti alla stazione di polizia. Qualche ora dopo, alla famiglia che aspettava l'uscita della ragazza di fronte all'edificio viene detto che Burulai è morta, uccisa a coltellate dal suo rapitore. Com'è potuto accadere?
La polizia non ha fornito le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Il sospetto è che siano stati lasciati soli intenzionalmente, perché si rappacificassero. Era il 2018, e il caso ha prodotto una fortissima reazione civile nella società kirghiza, aggregando tante donne attorno alla comune volontà di cambiare le cose. "È in quel momento che molti giovani della mia età hanno iniziato a sentirsi coinvolti, a mobilitarsi", ricorda Zere Asylbek, 24 anni, artista e attivista. Proprio nell'anno dell'assassinio di Burulai, l'allora diciannovenne pubblica il suo primo singolo, Kyz (Ragazza). La canzone rappresenta un potente inno alla libertà femminile e il video musicale, in cui si mostra in reggiseno viola circondata da ragazze, alcune in bikini e altre con l'hijab, ha causato uno scandalo di dimensioni colossali. "Vogliono dividerci, è così che il patriarcato ci controlla. Per quanto diverse, non dobbiamo avere nulla l'una contro l'altra". Accanto alle minacce di morte e ai tentativi di aggressione subiti, Asylbek ha ricevuto moltissimi messaggi di solidarietà, ispirando con il suo coraggio migliaia di kirghize.
La reazione delle femministe
Negli ultimi cinque anni, una nuova generazione di attiviste è emersa prepotentemente in questo Stato centroasiatico a maggioranza musulmana sunnita, nonostante la feroce opposizione di parte della società. "I social media hanno dato un enorme impulso alla crescita del femminismo in Kirghizistan. Articoli provenienti dalla Russia, dall'Ucraina o dalla Bielorussia, dove il movimento delle donne era più sviluppato, hanno iniziato a circolare, così come le traduzioni di libri occidentali", racconta Zanna Araeva di Bishkek Feminist Initiative, la più importante organizzazione femminista del Paese. "L'ala kachuu si inserisce all'interno di un sistema", afferma. "Finché ogni poliziotto, ogni giudice, ogni procuratore non capirà che si tratta di una violazione dei diritti umani, nulla potrà cambiare. Finché penseranno cose del tipo: "Oh, ma come possiamo punire questo ragazzo, è così giovane, la sua vita sarà rovinata", senza preoccuparsi della vita della vittima e del fatto che in assenza di una risposta efficace da parte dello stato ci saranno sempre più casi, nulla potrà cambiare".
E a dimostrazione di quello che sostiene, racconta un'altra storia, che ha portato in piazza centinaia di donne nel 2021. Aizada Kanatbekova è stata rapita in pieno giorno nel centro di Biškek da un uomo che la perseguitava da settimane. Insieme a un gruppo di amici, l'ha spinta a forza in macchina mentre la ragazza gridava e cercava di divincolarsi. "Ho parlato con la zia di Aizada. Mi ha riferito come alla stazione di polizia continuassero a rassicurarle: dovevano essere contente, la loro ragazza era stata scelta come moglie. Alla madre hanno detto di prepararsi a danzare il giorno del matrimonio. Loro hanno risposto di non volere che si sposasse così, che fosse rapita e stuprata. Perché è questo ciò che accade, per demolire l'onore della vittima e impedire che se ne vada".
Nonostante l'esistenza di un video che mostrava il sequestro, nel quale era visibile il numero di targa dell'auto, la giovane è stata trovata solo due giorni dopo da un pastore, in un campo poco fuori la capitale. Il suo corpo senza vita giaceva all'interno della vettura accanto a quello del sequestratore, suicidatosi dopo averla ammazzata.
Il rapimento della sposa avviene in un contesto in cui la violenza di genere è pervasiva. Savia Hasanova è una giornalista di Kloop, un media indipendente di base a Biškek noto per le sue inchieste sul potere. Insieme alla collega Anna Kapušenko ha lavorato alla prima indagine sul femminicidio in Kirghizistan, introducendo il termine nel dibattito pubblico. L'avrei uccisa lo stesso, questo il titolo dello studio, esamina il fenomeno attingendo a oltre 54.000 notizie di cronaca, sopperendo all'assenza di statistiche ufficiali.
Un'epidemia di femminicidi
"L'idea è nata nel 2020, dopo i fatti dell'otto marzo. Ci eravamo riunite per protestare pacificamente contro la violenza domestica, quando un gruppo di uomini con il volto coperto ci ha aggredito fisicamente. E la polizia, invece di proteggerci, ha arrestato tutte le partecipanti alla marcia. Ma non gli assalitori. In quel momento, mi sono accorta di vivere in un Paese in cui se una donna viene attaccata da un uomo, le forze dell'ordine, in gran parte uomini, prendono le parti dell'aggressore. Ho capito che in un Paese così può accadere di tutto".
Hasanova espone i risultati più importanti della sua ricerca: "Innanzitutto, il femminicidio ha una caratteristica fondamentale, le donne vengono assassinate da uomini con cui hanno familiarità, principalmente dai partner intimi, come il marito o il fidanzato, ma anche dai parenti stretti. Solo il 10 per cento dei femminicidi è compiuto da sconosciuti. Una dinamica che si osserva in tutto il mondo. Un'altra scoperta è stata che la maggior parte delle donne viene uccisa dopo una lunga storia di violenza domestica. Infine, abbiamo constatato che la polizia e lo Stato non hanno interesse nel fenomeno. Quando abbiamo cercato di contattare l'ufficio del procuratore o il ministero degli Interni, ci hanno detto: "Beh, si tratta di omicidi, e se troviamo l'assassino lo mettiamo in prigione". Non vogliono collegare la violenza domestica con i femminicidi, pensano che le cose avvengano accidentalmente e ritengono di non poter far nulla per impedirlo".
"Le leggi ci sono, ma non vengono applicate", lamenta Araeva. "C'è forte pressione da parte delle famiglie, secondo cui una moglie, se non è "brava", va picchiata. Al futuro sposo si usa regalare un frustino, quello che si adopera con i cavalli, dicendogli che se la consorte non obbedisce ha il dovere di educarla. È un modo di mostrare scherzosamente alle ragazze il loro posto". Uno studio del 2019 ha rilevato che oltre un terzo delle donne nelle aree rurali del Kirghizistan reputa giusto che il marito possa picchiare la moglie in presenza di determinati motivi. Per esempio, secondo il 7 per cento di loro, se cucina male. "Tali risposte ci dicono che queste donne sono immerse nella violenza domestica da molto tempo, tanto da credere che sia la norma", osserva Hasanova.
La schiava
Kelin, in kirghizo, vuol dire nuora, ma si traduce con schiava. Così mi ha spiegato un'amica di Biškek la prima volta che ho incontrato questo termine. "La ragazza non appartiene mai alla sua stessa famiglia", chiarisce Araeva, "ma a quella del marito, nella cui casa va a vivere dopo il matrimonio. Quando ti sposi, lo fai con un'intera famiglia, devi essere obbediente e servirli. Se sei la nuora più giovane, devi fare tutto il lavoro pesante. Anche se vivi in città, lontano dai suoceri, devi venire per le feste e soddisfare tutti i parenti acquisiti".
Guliaim Ajylc?y, presidente di Bishkek Feminist Initiative, ricorda vividamente un episodio del suo passato: "Avevo credo 12 anni, ci preparavamo ad andare nel villaggio di mio padre. A quell'età ero abbastanza grande per capire le cose. Mia madre ha riposto in valigia il fazzoletto tradizionale, che normalmente non indossava, e mi ha detto che a casa dei suoceri lei è una kelin. L'avevo sempre vista esattamente come mio padre, i due capofamiglia. Eppure, al villaggio, mi ha spiegato, sarebbe stata l'ultima degli ultimi: "A casa trattiamo le figlie come regine, ma quando sarai una kelin sarà diverso, devi essere preparata". Forse è per questo che non mi sono mai sposata".
Altyn Kapalova è una donna straordinaria, con una risata dolce e contagiosa. Artista, antropologa e scrittrice di libri per l'infanzia, si è avvicinata al femminismo partendo dalla sua storia individuale, segnata dalla violenza domestica. Ha ideato la prima "Feminale" di arte contemporanea in Asia centrale, il cui tema portante, la libertà economica delle donne, era un omaggio alle diciassette migranti kirghize morte a Mosca nel 2016 nel rogo di una fabbrica. L'esibizione è stata censurata dalle autorità perché ritenuta "incompatibile con le tradizioni nazionali". Madre single, ha condotto, perdendola, una battaglia in tribunale per poter dare il proprio nome ai suoi figli come matronimico, al posto del convenzionale patronimico ereditato dalla Russia: "I padri biologici non hanno voluto avere alcun ruolo nelle loro vite, mi sembrava perfettamente naturale".
L'influenza della Russia
Annesso dall'impero zarista nel 1876, e poi divenuto parte dell'Unione Sovietica, il Kirghizistan continua ad avere legami strettissimi con Mosca. Presente in tutte le organizzazioni internazionali a guida del Cremlino, la sua popolazione è esposta all'influenza dei media russi, la cui lingua è largamente parlata. Oltre un quarto del pil del Paese è costituito dalle rimesse provenienti dalla Federazione, che utilizza una base militare a pochi chilometri da Biškek. "Guardiamo di continuo a loro, facendo copia e incolla delle leggi più liberticide", deplora Araeva. Un testo che punta a limitare il lavoro delle Ong, simile a quello sugli "agenti stranieri" approvato dalla Duma nel 2012 e successivamente inasprito, è al momento in discussione, mentre qualche anno fa, per poco non è stata introdotta una versione persino più severa della legge russa contro la cosiddetta "propaganda gay".
Alcuni analisti sospettano che il Cremlino finanzi diversi gruppi nazionalisti nel Paese, come il famigerato Kyrk Choro, forse responsabile dell'agguato alle donne dell'otto marzo del 2020 e portatore di istanze violentemente antifemministe e omofobe. In ogni caso, l'ascendente di Mosca è rilevante: "Dallo scoppio della guerra in Ucraina, la narrativa contro i "valori occidentali" si sta facendo sempre più incisiva. Sui social media è pieno di falsi profili che, per esempio, sostengono che nella redazione di Kloop siamo tutti gay e lesbiche, e che vogliamo portare avanti ideali contrari alla società kirghiza. E quando ci adoperiamo per ottenere diritti basici per le donne, ribattono che cerchiamo invece di sopprimere i diritti degli uomini. La polarizzazione è ogni giorno più estrema", argomenta Hasanova.
I soldi - e l'Islam - del Golfo
Nel processo di costruzione nazionale e di "ri-tradizionalizzazione" della società kirghiza, un ruolo importante è stato giocato dall'Islam, interessato da un poderoso risveglio nell'ultimo trentennio. Nonostante la pratica religiosa nel Paese sia sempre stata considerata come moderata, diversi segnali mettono oggi in allarme chi si occupa dei diritti delle donne. "La situazione è resa più grave dalle limitazioni economiche", espone Araeva.
"Il Kirghizistan riceve tantissime risorse da parte degli stati del Golfo, come il Qatar e l'Arabia Saudita, che stanno investendo nella sua islamizzazione. E poiché il livello di istruzione e di pensiero critico della collettività è sempre più basso, la gente si beve qualsiasi fandonia. Per esempio, la scorsa estate, un imam di un distretto di Biškek ha sostenuto che il prezzo della carne è legato al valore della carne delle donne. E quando questo diminuisce, magari se le ragazze indossano i pantaloncini o le minigonne, il costo della carne al mercato sale. È una cosa talmente stupida, che neppure riesco ad afferrarne la logica, ma c'è chi ci crede".
Una tendenza oscurantista che incute profondo timore: "Il nostro è il Paese più democratico dell'area, siamo abituati a un certo grado di libertà di espressione e abbiamo una solida tradizione di lotta per i nostri diritti. Se questi fossero soppressi da un giorno all'altro, sarebbe una tragedia immane. Il governo dovrebbe sostenerci invece di flirtare con i religiosi, dovrebbero essere più forti e puntare sul secolarismo, perché è un valore che contribuisce a fare di noi una società democratica. Il rischio che un giorno possa capitare qui qualcosa di simile a quanto accaduto in Afghanistan o in Iran non può essere escluso, e dovremmo essere tutti uniti nel combatterlo".