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Lavrov il giorno dell'invasione: "Putin si fida solo di tre consiglieri: Ivan il Terribile, Pietro il Grande e Caterina la Grande"

(reuters)
Il retroscena rivelato dal Financial Times: lo stesso ministro degli Esteri fu informato solo all'una di notte della decisione del presidente di sferrare l'attacco all'Ucraina
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LONDRA – All’una di notte del 24 febbraio scorso, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov riceve una telefonata: qualcuno gli comunica che Vladimir Putin ha appena ordinato di invadere l’Ucraina. La notizia coglie Lavrov completamente di sorpresa. Come la maggior parte dei leader politici e degli esperti di affari internazionali, anche lui fino all’ultimo non si aspetta che il presidente avrebbe davvero trascinato la Russia verso una guerra dalle conseguenze potenzialmente così gravi.

Qualche ora più tardi, dopo che Putin ha annunciato in tv “l’operazione militare speciale” in Ucraina, come continua tuttora a definirla, il ministro degli Esteri si reca al Cremlino per saperne di più. Ci sono anche alcuni oligarchi, la classe dei miliardari russi, consapevoli che la guerra provocherà sanzioni in grado di distruggere le loro fortune e venuti a cercare rassicurazioni. A un certo punto uno di essi vede …

LONDRA – All’una di notte del 24 febbraio scorso, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov riceve una telefonata: qualcuno gli comunica che Vladimir Putin ha appena ordinato di invadere l’Ucraina. La notizia coglie Lavrov completamente di sorpresa. Come la maggior parte dei leader politici e degli esperti di affari internazionali, anche lui fino all’ultimo non si aspetta che il presidente avrebbe davvero trascinato la Russia verso una guerra dalle conseguenze potenzialmente così gravi.

Qualche ora più tardi, dopo che Putin ha annunciato in tv “l’operazione militare speciale” in Ucraina, come continua tuttora a definirla, il ministro degli Esteri si reca al Cremlino per saperne di più. Ci sono anche alcuni oligarchi, la classe dei miliardari russi, consapevoli che la guerra provocherà sanzioni in grado di distruggere le loro fortune e venuti a cercare rassicurazioni. A un certo punto uno di essi vede Lavrov nei corridoi e lo avvicina per farsi spiegare perché Putin ha deciso di invadere. Il ministro non sa cosa dirgli: gli alti funzionari dello staff presidenziale che ha appena consultato ne sanno ancora meno di lui su come è maturata la fatale decisione. Sbalordito, l’oligarca chiede a Lavrov come Putin possa avere pianificato una mossa così enorme basandosi su una cerchia così ristretta di consiglieri, talmente ristretta che la maggior parte dei più alti funzionari del Cremlino non la credevano possibile. “Putin ha soltanto tre consiglieri”, gli risponde il capo della diplomazia russa. “Ivan il Terribile, Pietro il Grande e Caterina la Grande”.

Questo episodio, riportato stamane dal Financial Times in un lungo reportage di inchiesta su come la Russia è arrivata alla guerra, la dice lunga sul processo decisionale e sullo stato mentale del suo leader supremo. Basandosi sulle indiscrezioni di sei fonti da lungo tempo vicine al presidente russo, il quotidiano della City offre sostanzialmente tre riflessioni. La prima è il crescente isolamento di Putin, una situazione che dura da anni e si è accresciuta nei due anni della pandemia, trascorsi dal capo del Cremlino in gran parte lontano da Mosca, nella sua dacia fuori città. La seconda è la sua propensione a circondarsi di persone che gli dicono soltanto quello che lui vuole sentire, nascondendogli problemi, sconfitte, mancanze. E la terza è un crescente nazionalismo messianico, che lo ha portato a immaginarsi come l’unico in grado di difendere e ricostruire, se non l’Unione Sovietica, perlomeno una Grande Russia, di cui i due vicini stati di Bielorussia, di fatto già sotto la sua influenza, e Ucraina, che cercava di sfuggire abbracciando una democrazia di stampo occidentale, rappresentano le pedine principali.

Un’idea quest’ultima che si è evoluta in Putin gradualmente, iniziando con la decisione di invadere l’Ucraina nel 2014, quando conquista facilmente la Crimea e parte del Donbass, senza provocare eccessive reazioni dall’Occidente, lasciandogli la convinzione di avere strada libera. E che secondo il giornale di Londra si sarebbe ulteriormente rafforzata nelle conversazioni con Jurij Kovalchuk, un ex-fisico che Putin conosce da molti anni grazie a una modesta dacia nei dintorni di San Pietroburgo vicina a quella del futuro presidente. In virtù della loro amicizia, Kovalchuk è diventato un banchiere, magnate dei media e amministratore segreto del patrimonio personale di Putin, con il quale condivide una passione per la Russia imperiale e per le teorie della cospirazione sui piani americani di dominare il mondo.

È tutto questo che avrebbe portato Putin a “consigliarsi” come dice Lavrov, con i tre più grandi zar della storia russa, ai quali il presidente apparentemente ora si accomuna, sentendosene l’erede designato dal destino: il quarto zar, colui che rifarà grande la Russia. Naturalmente, per chi conosce la storia, i tre zar dell’Impero russo sono molto diversi fra loro. Pietro era un europeista, il sovrano che più di ogni altro voleva modernizzare la Russia e farne un membro a pieno titolo dell’Europa civilizzata. Ivan era viceversa uno slavofilo, un monarca che si distinse soprattutto per la ferocia che gli ha guadagnato il suo nomignolo: “Terribile”, come poteva essere soltanto l’uomo che fece accecare l’architetto della cattedrale di San Basilio, appena terminati i lavori, affinché non potesse mai più creare un edificio altrettanto bello. Ma nell’uno e nell’altro, Putin probabilmente vede la grandezza storica a cui aspira. La tragedia, sua, del suo popolo e dell’Ucraina, è che sta diventando più simile alla terza figura di questa trinità imperiale: la zarina Caterina, famosa perché il conte Potemkin faceva costruire lungo il suo cammino facciate di palazzi, senza niente dietro, per illuderla sulla grandezza della Russia, i “villaggi Potemkin” come furono ironicamente ribattezzati nel suo nome. Come Caterina, oggi Putin è prigioniero della medesima illusione, che gli mostra una forza inesistente, che tramuta sconfitte in vittorie, e che lo ha spinto a riportare la guerra in Europa, mettendo a ferro e fuoco l’Ucraina, trascinando il popolo russo verso una catastrofe.

Ma se sono veritieri, se perfino il suo ministro degli Esteri lo immagina come un Amleto slavo in soliloqui notturni con gli zar di secoli addietro, i retroscena del Financial Times rivelano che il consenso unanime degli apparati di potere e del business di Mosca è soltanto apparente: in realtà, intorno a lui, molti dubitano di Vladimir Putin, restando nell’ombra soltanto per paura, in attesa dell’opportunità di fare la mossa giusta. Un anno dopo l’inizio dell’invasione, più la Russia perderà battaglie sul campo contro l’Ucraina, più l’Occidente resterà unito e alzerà il prezzo dell’invasione con le sanzioni, più potrebbe avvicinarsi il momento in cui i nuovi boiardi presenteranno il conto all’aspirante nuovo zar. Se “con un colpo di rivoltella, con il cianuro o con un altro mezzo”, conclude il quotidiano britannico, resta da vedere.