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Iran, la regista Mitra Farahani: "Nel mio Paese l'arte è esplosa come il mio popolo"

Foto: Ehsan Khoshbakht 
A Venezia per parlare del suo ultimo film, la cineasta commenta la rivolta e sulla scarcerazione del collega Panahi dice: "Il regime fa tutto in modo strumentale e manipolatorio"
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VENEZIA - La speranza non si può fermare, né si può impedire agli esseri umani di sperare. È questo uno dei passaggi chiave del film À vendredi, Robinson di Mitra Farahani, in questi giorni a Venezia. La regista iraniana, classe 1975, ha presentato a Ca' Foscari il suo ultimo lavoro nella rassegna CinemARTa, a cura di Marco Dalla Gassa in collaborazione con Rete Cinema Laguna. Il documentario, Premio speciale della Giuria nella sezione Encounters della Berlinale, racconta la corrispondenza via mail tra i registi Jean-Luc Godard ed Ebrahim Golestan. Il film diventa così un vero e proprio archivio tra due giganti della scrittura, del pensiero e della poesia. 

Tra riferimenti a Beethoven, protagonista senza voce, ma onnipresente con la sua musica, citazioni letterarie e una penombra utilizzata per enfatizzare attimi di luce, Farahani spiega che, come il poeta mistico persiano Rumi, ha cercato l'umanità esploran…

VENEZIA - La speranza non si può fermare, né si può impedire agli esseri umani di sperare. È questo uno dei passaggi chiave del film À vendredi, Robinson di Mitra Farahani, in questi giorni a Venezia. La regista iraniana, classe 1975, ha presentato a Ca' Foscari il suo ultimo lavoro nella rassegna CinemARTa, a cura di Marco Dalla Gassa in collaborazione con Rete Cinema Laguna. Il documentario, Premio speciale della Giuria nella sezione Encounters della Berlinale, racconta la corrispondenza via mail tra i registi Jean-Luc Godard ed Ebrahim Golestan. Il film diventa così un vero e proprio archivio tra due giganti della scrittura, del pensiero e della poesia. 

Tra riferimenti a Beethoven, protagonista senza voce, ma onnipresente con la sua musica, citazioni letterarie e una penombra utilizzata per enfatizzare attimi di luce, Farahani spiega che, come il poeta mistico persiano Rumi, ha cercato l'umanità esplorando la dimensione del linguaggio dei due maestri, ovvero "quelle persone che rimangono sempre all'orizzonte". In Francia dal 1998, l'artista - regista e pittrice - viene arrestata nel 2009 a Teheran dopo aver girato segretamente nel 2004 il suo primo documentario, Tabous - Zohre & Manouchehr, su amore e sesso oggi in Iran. L'abbiamo incontrata per chiederle una riflessione sulla situazione attuale nel suo Paese che, come spiega, sta vivendo uno dei momenti più floridi di produzione artistica. "Le persone si sono svegliate e l'arte è presente ovunque ed è lo strumento con cui si esprime la gente".

Mitra Farahani, cosa ne pensa delle proteste scoppiate in Iran dopo la morte di Masha Amini?
"La situazione in Iran è estremamente complessa. Da tanti anni ormai le informazioni non sono sempre riportate fedelmente ed è difficile sapere in modo sincronizzato cosa sta succedendo. Per esempio, il movimento attuale non è nato qualche mese fa come molti pensano, ma fa parte di un movimento più grande che va avanti da decenni e che ora ha raggiunto il suo massimo picco. Si crede che i motivi siano collegati alla religione, ma non è così, perché la questione religiosa in Iran non esiste più da molto tempo. Ormai però gli iraniani si sono svegliati, sono consapevoli e ogni persona s'informa più che può".
 

Qual è allora per lei il motivo alla base delle contestazioni?
"In Iran c'è un regime che si regge sulla corruzione e che sta esaurendo tutte le risorse economiche, affamando la gente. La religione viene utilizzata dal regime perché è una questione identitaria e fa paura all'Occidente, ma è una maschera e il migliore strumento utilizzato dal regime per esercitare potere sulla popolazione. La questione però è un'altra ed è tutta economica. Il regime è basato su una corruzione diffusa a livello capillare, è una mafia pericolosa che è ovunque e sta sfruttando qualsiasi risorsa per arricchirsi a scapito della gente. Quei religiosi che non hanno interessi economici contestano infatti il regime, quindi alla base c'è un motivo economico".
 

Le sanzioni dell'Occidente non producono nessun effetto?
"Le sanzioni occidentali non hanno inibito questo sistema basato sulla corruzione, ma anzi lo hanno alimentato. Proprio perché il Paese si trova isolato a causa delle sanzioni è molto più facile per lil regime corrotto agire e radicarsi ancora di più nel territorio. Lo si vede dal fatto che mentre l'economia è andata peggiorando, i benefici di chi è nel regime sono andati migliorando. Il punto è che l'Occidente cerca di trovare continuamente degli accordi, ma questo sta diventando un veleno perché più interviene, più in un certo senso riconosce il regime come interlocutore. L'Occidente, sempre per una questione economica, non può tagliare completamente i ponti con l'Iran perché ne ha bisogno. Come si vede è una questione molto complessa". 

C'è una grande comunità in Europa di iraniani che sta facendo sentire la sua voce tanto che di recente il Parlamento europeo ha ufficilamente riconosciuto l'Irgc (Islamic Revolutionary Guard Corps) un'organizzazione terroristica. Sono solo parole o questa poszione ufficiale può avere qualche effetto?
"Bisognerebbe che tutta l'Europa lo dicesse e che concretamente si agisse al punto da non riconoscere più il regime attuale, ma siccome c'è l'economia di mezzo la situazione è indistricabile". 

Parlando del suo lavoro. Oggi un artista come lei può vivere in Iran?
"In questo momento in Iran l'arte è estremamente florida e presente ovunque. Ogni persona utilizza l'arte per esprimersi, dalla poesia alle canzoni, passando per la pittura. Ormai essere dentro o fuori dalla prigione non cambia molto. Sai che ogni giorno puoi essere interrogato, che puoi finire dentro da un giorno all'altro. In questo contesto l'arte è esplosa come il popolo. È come se tutti fossero diventati artisti, l'arte è presente più che mai nella vita delle persone, è ovunque".
 

Vale anche per i film? 
"Certo. i film si possono fare senza autorizzazione, ma bisogna essere consapevoli delle conseguenze. Io l'ho fatto e sono finita in prigione. Di recente c'è stato il Fajr Film Festival, una manifestazione importante in Iran, ma è stato boicottato dalla maggior parte del mondo del cinema". 
 

Di recente è stato scarcerato il regista Jafar Panahi, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo Gli orsi non esistono. Un buon segno o una mossa calcolata?
"Questo regime è uno dei più grandi manipolatori della storia e non c'è nulla che non venga fatto in modo strumentale e manipolatorio". 
 

Parte del suo film è sulla speranza. Si può collegare alla situazione in Iran?
"Certo, nel film c'è un grande studio sulla scrittura e sul linguaggio. Un passaggio, attraverso le parole di Golestan, è sulla speranza: non sappiamo se quello in cui speriamo si avvererà, ma anche se un giorno sapessimo che quello in cui abbiamo sperato non si è avverato, non avremmo comunque rinunciato a sperare. Non si può sapere dove porterà il movimento che chiede in un cambiamento, se le speranze saranno attese o no, ma non si può togliere nelle persone la speranza che un cambiamente possa avvenire".