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Matt Pottinger: “L'Italia non rinnovi l’intesa. Con la via della Seta aiuta solo Pechino"

Il presidente cinese Xi Jinping (ansa)
L’ex consigliere di Trump alla Casa Bianca: "Il piano cinese è un classico esempio di informazione ingannevole: parlano di pace mentre pensano di fornire armi"
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NEW YORK - Non usa giri di parole Matt Pottinger, l'ex vice consigliere per la sicurezza nazionale nella Casa Bianca di Donald Trump, quando si tratta di esprimere un parere sul "Memorandum d'intesa" firmato dall'Italia con la Cina per la partecipazione alla "Nuova Via della Seta", in scadenza alla fine dell'anno: "Nessun paese europeo, inclusa l'Italia, dovrebbe far parte della Belt & Road Initiative".

Oggi Pottinger è il presidente del programma Cina presso la Foundation for Defense of Democracies, ma durante l'ultima amministrazione repubblicana era stato il principale architetto della politica di Washington verso Pechino, inclusa l'imposizione delle sanzioni economiche che allora i democratici avevano criticato, ma poi il presidente Biden non ha mai cancellato. E questo perché ormai sulla minaccia geopolitica epocale posta dalla Repubblica popolare per tutte le democrazie del mondo c'è una soli…

NEW YORK - Non usa giri di parole Matt Pottinger, l'ex vice consigliere per la sicurezza nazionale nella Casa Bianca di Donald Trump, quando si tratta di esprimere un parere sul "Memorandum d'intesa" firmato dall'Italia con la Cina per la partecipazione alla "Nuova Via della Seta", in scadenza alla fine dell'anno: "Nessun paese europeo, inclusa l'Italia, dovrebbe far parte della Belt & Road Initiative".

Oggi Pottinger è il presidente del programma Cina presso la Foundation for Defense of Democracies, ma durante l'ultima amministrazione repubblicana era stato il principale architetto della politica di Washington verso Pechino, inclusa l'imposizione delle sanzioni economiche che allora i democratici avevano criticato, ma poi il presidente Biden non ha mai cancellato. E questo perché ormai sulla minaccia geopolitica epocale posta dalla Repubblica popolare per tutte le democrazie del mondo c'è una solida convergenza bipartisan negli Stati Uniti, con poche differenze, soprattutto quando si parla dell'adesione di alleati della Nato e del G7 ai progetti espansionistici del leader Xi Jinping. Non a caso, nel comunicato pubblicato dal dipartimento di Stato dopo il bilaterale di venerdì scorso a New York tra il segretario Blinken e il ministro degli Esteri italiano Tajani, il portavoce Ned Price ha sottolineato che i due "hanno discusso le sfide poste dalla PRC".

L'Italia, da questo punto di vista, ha avuto finora un ruolo unico tra tutti i principali paesi occidentali. Il 23 marzo del 2019 l'allora premier Conte, alla guida del governo gialloverde con la Lega di Matteo Salvini, aveva firmato a Villa Madama un "Memorandum d'intesa" con Xi, per promuovere la cooperazione tra Roma e Pechino principalmente in sei settori: dialogo politico, commercio e investimenti, cooperazione finanziaria, trasporti e infrastrutture, legami nella società civile, sviluppo della collaborazione nell'economia verde. In totale si trattava di 29 accordi, 10 fra aziende private italiane e cinesi e 19 istituzionali, dal valore complessivo di 7 miliardi di euro. Si andava dal commercio all'energia, con il coinvolgimento di compagnie come Ansaldo, Snam, Eni; dalle infrastrutture alle telecomunicazioni; dal turismo ai porti come Triste, Monfalcone e Genova.

Alla Casa Bianca allora c'era Trump e il suo braccio destro per la Cina Pottinger era rabbrividito. Nello stesso tempo infatti la Repubblica popolare premeva anche per costruire il nostro network per le telecomunicazioni 5G con il suo colosso Huawei, e l'amministrazione americana era stata molto esplicita nel manifestare la sua opposizione al loro ingresso in un settore così delicato per la sicurezza nazionale.

Con il governo Draghi queste iniziative sono state bloccate o sono diventate lettera morta, ma entro la fine dell'anno la presidentessa del Consiglio Meloni dovrà decidere se rinnovare il Memorandum, proprio mentre la diplomazia lavora per organizzare entro l'estate la sua prima visita alla Casa Bianca.

Cosa pensa - chiede Repubblica a Pottinger - della posizione presa dalla Cina sull'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, e sul "piano di pace" appena presentato a margine delle riunioni tenute all'Onu per l'anniversario dell'aggressione ingiustificata?
"In un classico esempio di messaggio ingannevole - risponde l'ex stretto consigliere di Trump - Pechino chiede pubblicamente 'colloqui di pace', mentre internamente pianifica di fornire a Mosca armi letali che prolungherebbero il conflitto più distruttivo in Europa dalla Seconda guerra mondiale".

Come dovrebbero reagire i paesi occidentali e non, che fanno parte della coalizione impegnata ad aiutare l'Ucraina a difendere la propria sovranità e integrità territoriale?
"Sia gli europei che gli americani si stanno accorgendo delle attività in malafede di Pechino. Dovremmo adeguare i nostri piani economici, industriali e commerciali di conseguenza".

L'adesione alla "Nuova Via della Seta" è compatibile con la presenza nell'alleanza occidentale, la Nato e il G7?
"Lo schema "Belt and Road" di Pechino è una strada a senso unico, lontana da tutti i valori che gli europei apprezzano, tra cui governi puliti, trasparenza e sovranità".

Quando lei era alla Casa Bianca, avevate preso posizione contro l'ipotesi che l'Italia assegnasse alla compagnia cinese Huawei l'incarico di costruire il nostro network per le comunicazioni 5G. E' un problema che potenzialemte esiste ancora?
"Era una questione che riguardava la sicurezza nazionale, vostra e di tutti gli alleati Nato. E' positivo che sia stato usato il golden power per gestirla".

Roma rischia di trovarsi nella contraddizione di fornire armi a Kiev per difendersi dall'aggressione di Mosca, e rinnovare il Memorandum per l'adesione alla "Via della Seta", mentre la Cina fornisce armi letali alla Russia per aggredire l'Ucraina. Dovremmo rinnovare l'intesa, abbandonarla, o tenerla silenziosamente in piedi, senza però darle un seguito concreto?
"Non credo che alcun paese europeo, inclusa l'Italia, dovrebbe far parte della Belt & Road Initiative".