Tunisia, caccia al nero dopo il discorso del presidente: "Vogliono farci diventare africani"
di
Leonardo Martinelli
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di Leonardo Martinelli
Cittadiani ivoriani davanti all'ambasciata della Costa d'Avorio a Tunisi / Foto Leonardo Martinelli
Saied ha promesso "misure urgenti" contro l'immigrazione clandestina subsahariana e ha riecheggiato le teorie razziste della "Grande sostituzione", l'alterazione demografica denunciata dalle destre europee. Davanti all'ambasciata della Costa d'Avorio in tanti ora chiedono aiuto per tornare a casa
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
TUNISI - Sono alcune centinaia: tanti giovani, qualche famiglia coi bambini. Aspettano su un ritaglio di terra spelacchiato, tra una superstrada intasata e l'entrata dimessa dell'ambasciata della Costa d'Avorio, a Tunisi. Cittadini di questo Paese africano, chiedono aiuto per rientrare a casa. "Sono disgustata", dice Ines Nguesson, trent'anni, che tiene per mano i due figli. Il marito ha perso il lavoro e "il proprietario dell'appartamento che affittavamo ci ha buttato fuori dalla mattina alla sera. È un tunisino che vive in Italia: che tristezza, dovrebbe capire il destino di un migrante. Invece ha chiesto al fratello di metterci alla porta".
TUNISI - Sono alcune centinaia: tanti giovani, qualche famiglia coi bambini. Aspettano su un ritaglio di terra spelacchiato, tra una superstrada intasata e l'entrata dimessa dell'ambasciata della Costa d'Avorio, a Tunisi. Cittadini di questo Paese africano, chiedono aiuto per rientrare a casa. "Sono disgustata", dice Ines Nguesson, trent'anni, che tiene per mano i due figli. Il marito ha perso il lavoro e "il proprietario dell'appartamento che affittavamo ci ha buttato fuori dalla mattina alla sera. È un tunisino che vive in Italia: che tristezza, dovrebbe capire il destino di un migrante. Invece ha chiesto al fratello di metterci alla porta".
Le storie degli altri sono simili, è successo tutto in pochi giorni. Mentre dai social rimbalzano foto di subsahariani aggrediti e feriti per le strade della Tunisia o video con giovani che, mazze tra le mani, cercano di entrare nelle "case dei neri". Ma cos'è successo? Il 21 febbraio, durante una riunione del Consiglio di sicurezza, il presidenteKais Saied, personaggio enigmatico e imprevedibile, ha promesso "misure urgenti" contro i migranti subsahariani clandestini. "Esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia - ha detto -. La presenza dei migranti subsahariani è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili: è il momento di mettere la parola fine a tutto questo, perché c'è la volontà di far diventare la Tunisia solo un Paese africano e far venir meno il suo carattere arabo e islamico". Ha fatto riferimento esplicitamente alla "grande sostituzione", l'ideologia dei suprematisti e della destra europea più estrema, tanto che, da Parigi, Eric Zemmour ha approvato le sue parole con un tweet entusiasta.
Pochi giorni dopo ha precisato che la legge protegge gli immigrati regolari, ma in realtà la stragrande maggioranza dei subsahariani arriva in Tunisia, perché non si chiede loro un visto e, dopo lo scadere dei tempi consentiti per il viaggio "turistico", restano come illegali. Finora, però, la polizia li fermava raramente. Nonostante altre rassicurazioni delle autorità tunisine, Ines, a Tunisi dal 2016, vuole partire, "perché, se butti l'acqua nella sabbia - dice -, ci rimane, non la puoi più togliere". L'acqua è il discorso di Saied. Per lei "i tunisini sono razzisti e ipocriti". E dire che i migranti subsahariani sono stimati ad appena 21mila dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes) e in molti casi vogliono solo saltare su un barcone direzione Lampedusa. "Ci ho provato anch'io, a due riprese - ricorda Ines -. Ma la guardia costiera ha fermato il barcone entrambe le volte. Ora sono stanca, ritorno a casa".
Più in là, anche Fabrice vuole lasciare la Tunisia. Vi è arrivato otto mesi fa. Ha 18 anni. Lavorava in un bar. "All'inizio preparavo i succhi di frutta e i clienti non avevano niente da ridire. Alcuni colleghi, però, non volevano che mettessi le mani lì in mezzo, perché ero nero". Così era finito dietro a lavare i piatti. "Questi lavori di fatica i tunisini, nonostante la crisi, non sono disposti a farli". Guadagnava l'equivalente di 450 euro, "mentre in Costa d'Avorio, per lo stesso posto, ne avrei avuti 120, lavorando dalla mattina alla sera: qui, invece, erano otto ore e basta. Poi in Tunisia prodotti come il pane e il riso sono sovvenzionati: la vita è meno cara che da noi". Pure lui, però, ha deciso di andarsene. Ad aiutare questi migranti per le pratiche c'è Jean Bedel Gnabli, 34 anni, presidente dell'Associazione degli ivoriani attivi di Tunisia. "Da quattro mesi la situazione stava già degenerando - sottolinea -. C'era un'offensiva sui social, anche con false notizie, tipo che eravamo più di un milione nel Paese, e con appelli dai toni razzisti. È stata organizzata dal Partito nazionalista, una formazione molto piccola, sostenuta da poteri occulti e forse a livello internazionale".
Alcuni cittadini ivoriani davanti all'ambasciata della Costa d'Avorio a Tunisi / Foto Leonardo Martinelli
Sono i misteriosi esponenti di quel partito (che si esprimono raramente sui media tradizionali) ad aver preparato un rapporto sulla "grande sostituzione", inviato anche a Saied e al suo circolo di collaboratori. "Il presidente ha ripreso praticamente le posizioni di questa minoranza fascista - sottolinea Gnabli -. L'obiettivo è scaricare su di noi la responsabilità della crisi economica, dicendo che rubiamo il lavoro ai tunisini o che approfittiamo del Paese: quella stessa crisi che i governanti non riescono a superare". Per lui all'origine degli atti violenti c'è una "minoranza economicamente e socialmente vulnerabile che si sfoga sui subsahariani, spinta dai fake diffusi sui social e ora dalle parole del presidente". Gnabli ricorda anche che "il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani è venuto a Tunisi a fine gennaio e ha avuto da Saied la promessa di una stretta sui migranti in cambio di aiuti. Non è un caso che oggi lui se la prenda con noi".
A una ventina di chilometri a nord dell'ambasciata, il quartiere di Bhar Lazreg è uno di quelli a Tunisi dove vivono più subsahariani. Convivono con una popolazione tunisina di livello sociale molto basso. Fino a pochi giorni fa non c'erano problemi. Ma ora, dopo il discorso di Saied, i ristorantini ivoriani o altri negozi dei migranti sono chiusi. In giro di loro ce ne sono ben pochi. "Hanno perso il lavoro o, in ogni caso, hanno paura e restano rintanati in casa", dichiara Barry Thierno. Ha 28 anni, viene dalla Guinea. Lui cammina per strada. È appena andato dal barbiere "e non mi disturba nessuno". Il giorno dopo il discorso del Presidente, il suo padrone di casa gli aveva detto che doveva andarsene: troppo rischioso, Barry non ha il permesso di soggiorno. "Lavoro in un concessionario di auto, lavo le vetture. Il mio datore di lavoro è venuto a parlare con il proprietario. Gli ha detto che si faceva garante per me. Lo ha convinto a lasciarmi nell'appartamento". Secondo Barry "in tutti i Paesi arabi esiste il razzismo nei confronti dei neri, ma la Tunisia è quello dove ce n'è meno. Dove dovrei andare? In Libia? O in Algeria? Sarebbe peggio". Secondo lui, "in questa triste vicenda, noi subsahariani e i tunisini siamo tutti vittime della politica e dei social".