Kemal Kilicdaroglu, il "Gandhi turco” che sfiderà Erdogan alle presidenziali
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoNei primi anni della sua carriera politica si guadagnò l'appellativo di "Gandhi turco" per il temperamento mite, la figura esile e i metodi non violenti uniti a contenuti radicali. Col tempo lo stile politico di Kemal Kilicdaroglu si è fatto più audace e ora il 74enne socialdemocratico, da più di dieci anni alla guida del principale partito di opposizione, il Chp, lancia la sfida che potrebbe cambiare la Turchia: sarà lo sfidante di Erdogan alle elezioni presidenziali del 14 maggio, una voto cruciale per il presidente al potere da due decenni.
La sua candidatura è arrivata non senza tribolazioni al Tavolo dei Sei, la coalizione che riunisce i principali partiti di opposizione, dai laici ai liberali ai nazionalisti, e che potrebbe avere il sostegno esterno dei curdi dell'Hdp. Meral Aksener, leader della destra nazionalista di Iyi, avrebbe voluto il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, o quello di Ankara, Mansur Yavas, entramb…
Nei primi anni della sua carriera politica si guadagnò l'appellativo di "Gandhi turco" per il temperamento mite, la figura esile e i metodi non violenti uniti a contenuti radicali. Col tempo lo stile politico di Kemal Kilicdaroglu si è fatto più audace e ora il 74enne socialdemocratico, da più di dieci anni alla guida del principale partito di opposizione, il Chp, lancia la sfida che potrebbe cambiare la Turchia: sarà lo sfidante di Erdogan alle elezioni presidenziali del 14 maggio, una voto cruciale per il presidente al potere da due decenni.
La sua candidatura è arrivata non senza tribolazioni al Tavolo dei Sei, la coalizione che riunisce i principali partiti di opposizione, dai laici ai liberali ai nazionalisti, e che potrebbe avere il sostegno esterno dei curdi dell'Hdp. Meral Aksener, leader della destra nazionalista di Iyi, avrebbe voluto il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, o quello di Ankara, Mansur Yavas, entrambi del Chp e protagonisti di sorprendenti vittorie alle elezioni locali del 2019: i sondaggi li davano in vantaggio su Erdogan rispetto a Kilicdaroglu. Ma il Chp ha preferito l'anziano civil servant scommettendo sulla sua capacità di costruire alleanze e di attirare una parte del voto conservatore. Il compromesso: Imamoglu e Yavas correranno come vicepresidenti.
Nato in un piccolo paesino della Turchia orientale, Nazimiye, non distante dall'epicentro del terremoto che il 6 febbraio ha sconquassato l'Anatolia facendo più di 46mila morti, Kilicdaroglu è un economista, è stato dirigente al ministero delle Finanze e capo dell'Istituto di previdenza turca. Nel 2010 conquistò la base del più antico partito turco con la battaglia anti-corruzione: "Rubano e si costruiscono ville con piscine mentre affermano che stanno aiutando i poveri", scandì al congresso che lo incoronava. Nel 2017 emozionò molti turchi con la Marcia per la giustizia contro gli arresti indiscriminati seguiti al fallito golpe del 2016: 450 km a piedi da Ankara a Istanbul, un corteo partito con un drappello di sostenitori cui si unirono migliaia di persone.
Sotto la sua guida, il Chp ha rafforzato i consensi, ma non è mai riuscito a battere l'Akp - fino alle amministrative del 2019 - né a bloccare le riforme che hanno dato a Erdogan un crescente controllo sulle istituzioni. La stretta autoritaria del presidente ha spinto Kilicdaroglu a una postura più combattiva. Anche dopo il terremoto del 6 febbraio, di fronte il collasso di edifici nuovissimi, ha chiesto conto a Erdogan dei miliardi raccolti con la tassa anti-sisma accusando "il regime dell'uomo solo al comando" di essere responsabile del "disastro del secolo".
Ora il "Gandhi turco" dovrà darsi un programma preciso. La principale promessa della Nation Alliance è quella di restituire alla Turchia un sistema parlamentare, dopo anni di presidenzialismo. La crisi economica ha indebolito i consensi dell'Akp, ma Erdogan ha ancora una grossa presa sull'elettorato - anche grazie al suo protagonismo in politica estera - e i ritardi negli aiuti post-terremoto non sembrano averlo penalizzato nei sondaggi. In suo soccorso, poi, è arrivato l'erede al trono saudita Mohammed Bin Salman: il presidente è in cerca di capitali con cui rimpinguare le riserve di valuta estera usate per stabilizzare la lira e ieri il fondo sovrano di Riad ha annunciato che depositerà 5 miliardi di dollari nella banca centrale turca.
Kilicdaroglu ha già detto di voler invertire la politica del taglio dei tassi alla base della crisi valutaria e dell'inflazione alle stelle, e ha chiamato come consulente Jeremy Rifkin, l'economista americano teorico della Terza rivoluzione industriale verde.
Ma lo sfidante dovrà anche chiarire la sua politica estera, finora vaga. La coalizione parla di "completare il processo di adesione" all'Ue ma anche di rivedere gli accordi sull'immigrazione, evoca nuove relazioni con gli Usa ma ribadisce la necessità di un'intesa stabile con la Russia. In passato Kilicdaroglu ha criticato il riavvicinamento di Erdogan alle monarchie del Golfo e a Israele e ha parlato di un patto con Iran, Libano e Siria. Sullo sfondo c'è la questione del rimpatrio dei profughi siriani, sui cui la National Alliance ha posizioni anche più dure dell'Akp.