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Iraq 20 anni dopo: la guerra che cambiò il Regno Unito e segnò la fine di Blair

Le bugie sull'Iraq diventarono sinonimo di un modo di fare politica spregiudicato, mettendo in crisi l'immagine di un leader che non sbagliava mai una mossa
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LONDRA - Quando gli storici riesamineranno i primi due decenni del ventunesimo secolo in Europa, è probabile che indicheranno nella Brexit la decisione più carica di conseguenze per il Regno Unito. Ma un'altra decisione che risale allo stesso periodo ha avuto un peso cruciale sulla storia britannica: la scelta di partecipare all'invasione dell'Iraq, iniziata il 20 marzo del 2003, esattamente vent'anni or sono. Se l'allora primo ministro Tony Blair non avesse ordinato di entrare in guerra al fianco degli Stati Uniti, l'America avrebbe egualmente rovesciato il brutale regime totalitario di Saddam Hussein. In Gran Bretagna, tuttavia, molte cose avrebbero potuto avere un esito differente. Forse non ci sarebbe stata nemmeno la Brexit.

Tre dimissioni e un suicidio

Bastano i fatti per attestare che la decisione del leader laburista provoca uno sconquasso a Londra: il misterioso suicidio di David Kelly, uno scienziato inglese che ha lavorato come ispet…

LONDRA - Quando gli storici riesamineranno i primi due decenni del ventunesimo secolo in Europa, è probabile che indicheranno nella Brexit la decisione più carica di conseguenze per il Regno Unito. Ma un'altra decisione che risale allo stesso periodo ha avuto un peso cruciale sulla storia britannica: la scelta di partecipare all'invasione dell'Iraq, iniziata il 20 marzo del 2003, esattamente vent'anni or sono. Se l'allora primo ministro Tony Blair non avesse ordinato di entrare in guerra al fianco degli Stati Uniti, l'America avrebbe egualmente rovesciato il brutale regime totalitario di Saddam Hussein. In Gran Bretagna, tuttavia, molte cose avrebbero potuto avere un esito differente. Forse non ci sarebbe stata nemmeno la Brexit.

Tre dimissioni e un suicidio

Bastano i fatti per attestare che la decisione del leader laburista provoca uno sconquasso a Londra: il misterioso suicidio di David Kelly, uno scienziato inglese che ha lavorato come ispettore dell'Onu in cerca di armi di distruzione di massa in Iraq; le dimissioni di tre membri del governo, tra cui Robin Cook, ex-ministro degli Esteri e capo del Labour alla camera dei Comuni; una controversa inchiesta pubblica sulla Bbc, accusata di avere diffamato Blair; per tacere dei 179 soldati britannici morti durante il conflitto. La perdita politicamente più grave sono le dimissioni nel 2007 dello stesso premier, decise in apparenza volontariamente ma alle quali la guerra in Iraq dà un contributo cruciale. Sebbene assolto da ogni indagine sulla questione, molti nel suo Paese lo considerano poco onesto riguardo alle ragioni esposte per inviare le truppe di Sua Maestà a combattere contro Saddam. In ogni caso, con il senno di poi, la maggioranza dei commentatori e degli esperti valutano quella sua decisione come un errore. Ciononostante, il dibattito sull'argomento non è concluso: ancora oggi, a vent'anni di distanza, in Inghilterra circolano pareri differenti su quello che è accaduto e sulle scelte che sono state fatte.

Il voto dei Comuni

Per il presidente americano George W. Bush non ci sono dubbi sulle motivazioni per invadere l'Iraq: così come l'invasione dell'Afghanistan di due anni prima, la campagna militare fa parte della risposta all'attacco terroristico all'America dell'11 settembre 2001.

La differenza è che i terroristi di al Qaeda avevano usato l'Afghanistan come base e rifugio. L'Iraq non c'entra direttamente: Bush cita prima l'esigenza di liberare il mondo da paesi ostili in possesso di armi di distruzione di massa, quindi la necessità di rafforzare la sicurezza americana espandendo la democrazia in Medio Oriente. Per Blair, l'argomento centrale è il possesso di armi chimiche e biologiche da parte di Saddam: solo questo avrebbe convinto il parlamento britannico ad autorizzare l'entrata in guerra. I servizi segreti producono un dossier che dimostra l'esistenza di quelle armi.

Il 18 marzo 2003 la camera dei Comuni concede via libera alla guerra con 412 voti a favore e 149 contrari. Il numero di deputati del partito di governo che si ribellano è però il più alto dal 1846. Tre ministri, fra cui Robin Cook, una figura di grande autorevolezza nel Labour, si dimettono. Conquistata Bagdad e vinta rapidamente la guerra, le armi chimiche o biologiche non si trovano. E di lì a poco nel Regno Unito cominciano i guai.

Il giallo della morte dello scienziato

Il 17 luglio 2003 lo scienziato David Kelly viene ritrovato morto nel bosco vicino a casa, nell'Oxfordshire. Nelle settimane precedenti la Bbc aveva trasmesso un'inchiesta in cui una fonte anonima governativa sosteneva che il dossier sulla presunta esistenza delle armi di distruzione di massa in Iraq era stato "gonfiato" (l'espressione precisa fu "sexed up" - reso più sexy, più eccitante) da Downing Street, con pressioni di Alastair Campbell, il potente "spin doctor" e portavoce di Blair sui servizi segreti autori del documento, per renderelo più allarmante agli occhi dei deputati e dell'opinione pubblica britannica.

Quando viene fuori che a lanciare la gravissima accusa è stato Kelly, lo scienziato si toglie la vita tagliandosi le vene e ingerendo un gran numero di analgesici, dopo essersi allontanato da casa e avventurato nel bosco, al mattino presto. Ma questa è la prima versione ufficiale dell'accaduto. Molti, tra cui i leader del partito conservatore e del partito liberaldemocratico, credono che Kelly sia stato assassinato per impedirgli altre rivelazioni. Di sicuro è uno strano suicidio.

Non ci sono le impronte digitali della vittima sul coltello con cui si sarebbe tagliato le vene e sul tubetto di pasticche che ha ingerito. Inoltre, poco prima che iniziasse l'invasione a marzo, a un collega che gli chiedeva cosa gli sarebbe successo in caso di guerra, Kelly aveva testualmente risposto: "Mi ritroverete morto in un bosco". Coincidenza o parole profetiche perché sapeva che qualcuno lo avrebbe fatto tacere?

Le teste cadute alla Bbc

Blair assegna a lord Hutton, un autorevole magistrato in pensione, integerrimo ma legato all'establishment, il compito di indagare sulla morte dello scienziato. Il giudice fa anche di più, spingendo la sua inchiesta pubblica a fare luce sul dossier dei servizi segreti, per rispondere alla domanda alla base di tutto: quel documento è stato davvero gonfiato da Downing Street per convincere il parlamento ad autorizzare l'invasione?

Le sue risposte assolvono completamente il governo, stabilendo che Kelly si è effettivamente suicidato e che il dossier non è stato reso "più eccitante" su pressioni governative. Andrew Gilligan, il giornalista autore dello scoop con l'accusa dell'anonima fonte governativa, si dimette. Dà le dimissioni anche Greg Dyke, il direttore generale della Bbc, che pur essendo di nomina e di fede laburista non aveva esitato in questa circostanza ad autorizzare il devastante attacco al primo ministro. Blair invece rimane al suo posto e, nel 2005, viene rieletto premier per la terza volta consecutiva, un'impresa senza precedenti per il Labour. Eppure, la sua reputazione è ferita.

Non solo sui banchi dell'opposizione, ma anche nel proprio partito. Una vasta opposizione alla guerra lo chiama "Bliar", storpiandone il cognome: via di mezzo tra Blair e "liar" (bugiardo). I manifesti lo ritraggono con il naso lungo come Pinocchio. Le mezze bugie o mezze verità sull'Iraq diventano sinonimo di un modo di fare politica spregiudicato, manipolatore: vera o falsa che sia tale accusa, è l'immagine che mette in crisi un leader fino a quel momento dotato della bacchetta magica, che non sbagliava mai una mossa.

L'addio anticipato di Blair

Naturalmente non c'è solo la guerra in Iraq nella decisione di Blair di dimettersi nel 2007: c'è anche e soprattutto la rivalità con Gordon Brown, numero due laburista, ministro del Tesoro dal 1997. Quando nel '94 diventa leader del partito, Blair fa balenare la promessa di lasciare il posto a Brown dopo uno o due mandati a Downing Street, se Brown lo avesse appoggiato nella campagna per la leadership laburista e se poi il Labour avesse vinto le elezioni.

Una promessa non mantenuta, perché con il passare del tempo Blair ha crescenti dubbi sulla capacità di Brown di vincere elezioni e mantenere il Labour al potere. Senza le polemiche sulla guerra in Iraq, sul giallo della morte di Kelly, sull'impressione che il primo ministro abbia in qualche modo mentito al paese e al parlamento per andare in guerra, è verosimile che Brown non sarebbe riuscito a erodere la fiducia in Blair all'interno del partito e a costringerlo infine a farsi da parte, per lasciare a lui la guida del Labour e del Paese.

Così, Brown ottiene quello che vuole, diventando premier; e Blair, dopo tre vittorie alle urne e dieci anni di governo, lascia anticipatamente la politica. I suoi dubbi si rivelano presto giustificati: un giovane, più suadente leader conservatore, David Cameron, soprannominato "Tory Blair", batte Brown alle elezioni del 2010, si allea con i lib-dem e riporta il partito della destra britannica a Downing Street, dopo tredici anni di opposizione.

La resa dei conti

Vent'anni dopo, i protagonisti fanno ancora i conti con la vicenda. Il dossier sulle armi di distruzione di massa che l'Iraq avrebbe avuto, ma non c'erano, fu un fallimento dell'intelligence britannica? "No", risponde senza mezzi termini alla Bbc Richard Dearlove, l'allora capo dell'Mi6, il servizio di spionaggio che aveva prodotto il documento. "Io credo ancora che l'Iraq avesse qualche tipo di programma di armamenti non convenzionali e che elementi di quei programmi fossero stati trasferiti al di là della frontiera, in Siria".

Va ricordato che l'Iraq aveva innegabilmente armi chimiche e le usò, per sedare una rivolta interna, bombardando con i gas la propria popolazione. Poi Saddam Hussein decise di distruggere quegli armamenti, ma lo fece segretamente, senza lasciare tracce, per lasciare ai suoi avversari regionali, in primo luogo all'Iran contro cui aveva combattuto una lunga guerra, l'incertezza sul fatto se li avesse o meno. "In tre occasioni domandai a Dearlove se fosse certo sulla provenienza delle informazioni contenute nel dossier", ricorda invece l'ex-ministro degli Esteri Jack Straw, "io non ero per nulla convinto". Una sensazione condivisa da non pochi agenti ed ex-agenti dello spionaggio britannico, come è trapelato successivamente.

Il punto è che le fonti irachene utilizzate per il dossier non sempre dicevano la verità: le loro accuse a Saddam esageravano tutto, mirando a provocare un'invasione occidentale. "Provai fino all'ultimo a evitare un'azione militare in Iraq" dice da parte sua Tony Blair, anche lui interpellato dalla Bbc in occasione del ventennale della guerra. Ma l'ex-premier difende la sua decisione di partecipare al conflitto da due punti di vista: la necessità di provare a espandere la democrazia, dove e quando è possibile; e il bisogno di mantenere uno stretto rapporto con gli Usa, la cosiddetta "relazione speciale" che fa di Londra, dalle due guerre mondiali in avanti, l'alleato numero uno di Washington.

"Quando ero primo ministro io, non c'erano dubbi, sotto Clinton o sotto Bush, su a chi il presidente americano avrebbe telefonato per primo in caso di bisogno", continua l'ex-premier laburista. "Avrebbe chiamato il premier britannico. Oggi Joe Biden chiamerebbe per primo Rishi Sunak? Non ne sono tanto sicuro". Anche perché, sembra di capire dalle sue parole, il Regno Unito è ora fuori dall'Unione Europea: con lui a Downing Street non sarebbe avvenuto.

I "se" della storia

Se Blair non fosse entrato in guerra, è possibile che avrebbe vinto le elezioni una quarta volta, nel 2010, rimanendo potenzialmente al governo fino al 2015. Ed è probabile che avrebbe scelto come erede non l'ombroso, privo di carisma Gordon Brown, ma un suo discepolo, un blairiano di ferro, David Miliband: il quale, ministro degli Esteri per tre anni con Brown, dopo la sconfitta di quest'ultimo si candida alla leadership del partito ma viene superato a sorpresa dal fratello minore Ed, un fedelissimo di Brown, che alle elezioni successive, nel 2015, sarà battuto a sua volta dal conservatore Cameron. Il resto è noto: la Brexit nel 2016, altre due vittorie alle urne dei conservatori, nel 2017 con Theresa May, nel 2019 con Boris Johnson, in entrambi i casi contro il laburista radicale Jeremy Corbyn, in effetti un brexitiano anche lui. Se il Regno Unito non avesse preso parte alla guerra in Iraq, è lecito immaginare che le cose sarebbero andate diversamente: il Labour avrebbe governato ancora a lungo, prima con Blair, poi forse con David Miliband; e in tal caso non ci sarebbe stata la Brexit. Certo, la storia non si fa con i "se". Ma gli storici, quando riesamineranno i primi vent'anni del ventunesimo secolo, potrebbero vedere come minimo un legame tra la decisione di Blair di invadere l'Iraq, il declino del blairismo e il divorzio della Gran Bretagna dall'Europa.