La Bolivia: "Vogliono il nostro litio". E per difendere gli affari con la Cina il presidente litiga con gli Usa
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele Mastrogiacomo"Giù le mani dal nostro litio”, avverte il presidente della Bolivia Luis Arce. Lo fa durante un incontro con la base del Mas, il Movimento creato dall’ex leader dei cocaleros Evo Morales. La sua è una replica risentita al discorso che la generalessa Laura Richardson, capo del Comando Sud dell’Esercito degli Stati Uniti, ha tenuto pochi giorni fa davanti alla Commissione Affari Esteri del Congresso. L’alto ufficiale aveva espresso tutte le sue preoccupazioni per la presenza sempre più massiccia di industrie cinesi nel cosiddetto “triangolo del litio” del Sud America, formato dai tre paesi produttori mondiali del prezioso minerale: Cile, Argentina e appunto Bolivia. “Questa regione”, aveva ricordato la Richardson, “è piena di risorse e sono preoccupata per l’attività maligna dei nostri avversari che ne approfittano fingendo di investire quando in realtà estraggono”.
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"Giù le mani dal nostro litio”, avverte il presidente della Bolivia Luis Arce. Lo fa durante un incontro con la base del Mas, il Movimento creato dall’ex leader dei cocaleros Evo Morales. La sua è una replica risentita al discorso che la generalessa Laura Richardson, capo del Comando Sud dell’Esercito degli Stati Uniti, ha tenuto pochi giorni fa davanti alla Commissione Affari Esteri del Congresso. L’alto ufficiale aveva espresso tutte le sue preoccupazioni per la presenza sempre più massiccia di industrie cinesi nel cosiddetto “triangolo del litio” del Sud America, formato dai tre paesi produttori mondiali del prezioso minerale: Cile, Argentina e appunto Bolivia. “Questa regione”, aveva ricordato la Richardson, “è piena di risorse e sono preoccupata per l’attività maligna dei nostri avversari che ne approfittano fingendo di investire quando in realtà estraggono”.
Non è la prima volta che il presidente e la generalessa si scontrano, ricorda El Pais. Ma il nuovo attrito reso ancora più incandescente dalla replica di Arce arriva dopo la notizia della firma di un accordo tra la Bolivia e il consorzio cinese CBC, formato dalle società CATL, BRUNP e CMOC. Il piccolo paese sudamericano possiede la più grande riserva al mondo di litio, qualcosa come 21 milioni di tonnellate coperte da sale. Un deserto bianco sterminato che si estende a Coipasa, nella regione di Oruro, e a Uyuni, in quella di Potosí. Ma il governo non ha i mezzi, la tecnologia, le infrastrutture per sfruttare questo immenso tesoro sommerso. Il litio è diventato l’oro del futuro; anzi, dell’immediato presente, visto che è essenziale per la produzione delle batterie che alimentano le auto elettriche, mezzi che domineranno il mercato da qui a cinque anni.
Il contratto tra Pechino e Cochabamba prevede la costruzione di due impianti con una capacità produttiva di 25 mila tonnellate all’anno di carbonato di litio, con alto grado di purezza, quindi già pronto per realizzare le batterie per auto, entro il 2025. L’intervento cinese offre la tecnologia che la Bolivia non è in grado di avere e probabilmente non avrà per molto tempo. Finora era riuscita, attraverso le vasche di evaporazione, a ricavare solo 600 tonnellate di litio all’anno. Rischiava di restare esclusa dal grande business mondiale. Ma il presidente Arce non demorde. E’ convinto che entro la fine di quest’anno il paese sarà in grado di produrre 15 mila tonnellate. E aumenterà sempre di più, superando i suoi vicini entro il 2025, come il Cile che ne esporta 40 mila tonnellate e l’Argentina 6 mila.
Il Consorzio comprende la CATL che è azienda leader mondiale nel settore: una garanzia per le autorità locali che nutrono tuttavia dubbi sulla distribuzione degli incassi chiesti in percentuale per rilanciare l’economia del posto. Il tema è spinoso e ha sempre creato difficoltà al governo centrale che si è trovato davanti a proteste e richieste sempre più esose. Adesso, con l’arrivo della Cina, il contenzioso sembra superato. Almeno a parole. La legge boliviana prevedeva inizialmente la nazionalizzazione del litio. Doveva essere estratto e lavorato da un’industria “al 100 per cento boliviana”. Nel 2018 lo stesso Evo Morales, ancora al potere, si rese conto che era impossibile. Raggiunse un accordo con la tedesca ACI Systems con il quale non si produceva più carbonato ma idrossido di litio, anche questo intercambiabile per le batterie da auto.
Ma c’era una clausola che scatenò la reazione delle autorità locali entrate in conflitto con il governo centrale: i tedeschi non avrebbero pagato le royalties alla regione di Potosí, dove si trova la salina di Uyuni ma solo alla regione di Oruro. Morales cercò di placare la protesta, cancellò il contratto con l’industria tedesca. Gli servì a poco. Era già in bilico e un golpe della destra lo costrinse a fuggire in esilio. Il presidente Arce ha ripreso in mano la partita e ha accolto con favore l’offerta cinese. Potosì è ancora piena di dubbi. Non conosce i termini dell’accordo, ci sono stati scioperi e blocchi stradali. Chiede il 20 per cento degli introiti se il prezzo del litio supera i 30 mila dollari la tonnellata. Il mercato lo ha già fatto schizzare a 70 mila. La Cina si è buttata sul business. Gli Usa reagiscono con stizza. “Vi stanno ingannando. Promettono infrastrutture come ponti e strade ma in realtà estraggono soltanto”, insistono dal Pentagono. Luis Arce si smarca e denuncia: “Vogliono il nostro litio. E’ il nostro oro bianco, lo difenderemo”.