Alberto Capannini, detto "Kappa", dalla parte della pace dal Chiapas all'Ucraina: "Ai pacifisti di oggi dico: usciamo dall'ideologia"

Alberto Capannini, detto "Kappa", dalla parte della pace dal Chiapas all'Ucraina: "Ai pacifisti di oggi dico: usciamo dall'ideologia"
Operatore umanitario originario di Rimini è stato attivo nell'assistenza in tante crisi degli ultimi decenni. Dall'inizio del conflitto si sposta da una città all'altra del Paese: "Vedo l'odio aumentare. Bisogna conoscere la storia difficile di questo posto. Devi vivere accanto a chi patisce la guerra, non dare letture a priori"
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MYKOLAIV - L'operatore umanitario Alberto Capannini, tutti lo chiamano 'Kappa', 56 anni e originario di Rimini, è arrivato in Ucraina una settimana dopo lo scoppio della guerra e non torna in Italia da tre mesi. Con l'operazione colomba dell'associazione papa Giovanni XXIII in 31 anni è stato in numerosi luoghi di conflitto, vivendo a fianco a fianco di chi subiva e subisce la violenza della guerra: Croazia, Kosovo, Cecenia, Chiapas, Uganda, Sierra Leone, Siria, Libano, Palestina. In questi mesi si è spostato tra Leopoli, Odessa, Bucha, Cherson, Mykolaiv, la sua ultima tappa. È uno che si guadagna il diritto di parola sul campo, coordinando aiuti concreti e quotidiani per la popolazione ucraina.

Come definirebbe il suo lavoro?
"L'operazione colomba è un corpo civile di pace, difendiamo la popolazione civile senza l'uso di armi: cerchiamo di abbassare il livello di violenza, portando una parte del peso della vita che fa questa gente qui. Solo questo può darti credibilità".

È un pacifista?
"Ho qualche problema con le definizioni, sono un essere umano capace di voler bene, non credo nella violenza anche se so che fa parte della vita".

Dopo un anno qui, cosa ha capito di questo conflitto?
"Non conoscevo questo territorio, russi e ucraini sono due popoli vicini, entrambi sofferenti per motivi diversi. In questa vicenda sono state tirate fuori vicende e inimicizie antiche, con i quali nessuno ha mai voluto fare i conti. Dopo un anno di bombardamenti con l'acqua che manca e il gas tagliato da Putin, i problemi e l'odio possono solo aumentare. Questo fossato tra i due popoli cresce di giorno in giorno, anche perché entrambi credono alla guerra come uno strumento che è legato alla propria identità".

Cosa la colpisce di più dei racconti che le fanno queste persone?
"Qui ci sono alcuni che hanno parenti in Russia. Allora si sono sentiti al telefono. Quelli in Russia hanno cominciato a dargli dei nazisti, mettendo in dubbio che i bombardamenti fossero reali. E non c'è stato verso di dirgli, 'guardate che è tutto vero, ci sono io sotto le bombe!'".

E lei che idea si è fatto in generale?
"So che non mi piace la lettura ideologica di chi sa già tutto. Quando sento dire 'questa è la guerra della Nato', 'vogliono farci credere che...'. Ascoltando le persone vedi e senti la lacerazione fortissima con la propria storia e con un vicino ingombrante. Una storia difficile e per gli ucraini anche di liberazione di un giogo, non a caso il loro poeta più importante è un uomo che si è liberato dal padrone russo. Gli ucraini sono davvero disposti a morire pur di non sottostare alla Russia. Insomma, la complessità è enorme e banalizzarla in senso geopolitico non serve".

È un errore che secondo lei fa un pezzo di mondo pacifista?
"Il movimento pacifista oggi è indietro, più che negli anni '90. La credibilità te la guadagni vivendo accanto a chi subisce la guerra. Questo apre un reale canale di comunicazione con queste persone, perché solo così sei al loro stesso livello. Altrimenti la nonviolenza diventa una predica. Ed è un tema con cui ho difficoltà persino con me stesso, non devo certo convincere nessuno o fare propaganda ideale. Conta esserci, lo ripeto".

Le carovane della pace servono davvero?
"Sì, sono una porta che apri e che non sai se qualcuno attraverserà. Quando la guerra diventa un qualcosa fatto di volti a cui tieni diventa tutta un'altra storia. Il fatto di stare, toccare, vedere, non è sostituibile".

Perché comunque il pensiero pacifista, nonviolento o comunque antimilitarista fa fatica a emergere più che in passato?
"Intanto diciamoci che la vita non è un cammino lineare, succede di regredire, poi fai dei balzi avanti, non so perché abbiamo tutti un sogno di perfezione e progresso continuo. C'è una strettoia, comunque: il mondo pacifista deve uscire  dalla visione ideologica, la nonviolenza per essere concreta deve fondersi con la situazione di chi la violenza la subisce. Protestare perché la guerra è brutta non ha più senso, invece la solidarietà sì, è un termine che significa rendersi solidale al destino altrui".

Soluzioni all'orizzonte ne vede?
"Vorrei vederne però so una cosa: affidarsi alla parola magica 'trattativa', come fosse la bacchetta magica, può risultare illusorio. Putin per nove anni ha fatto le stesse cose in Siria, ingannando tutti. Nell'analisi bisogna essere spietati. Poi certo che noi lavoriamo per trovare l'alternativa alla guerra, solo che la parte costruttiva richiede molto tempo, e un lavoro di metabolizzazione del proprio passato che qui nessuno ha mai voluto fare".