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Un tratto del Buriganga, a Sud-Ovest di Dacca. L’inquinamento lo ha trasformato in un corso d’acqua biologicamente morto (Foto di Chiara Nardinocchi) 

In Bangladesh tra i profughi ambientali: a Dacca una baraccopoli per salvarsi dalle acque

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È uno dei Paesi più colpiti dal riscaldamento globale: “Non possiamo aspettare fino al 2030 che l’Occidente agisca”
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DACCA - C'è una strada col sole a picco e di lato una tenda sbiadita e polverosa. Scostandola si entra in un vicolo in cui i raggi filtrano a malapena illuminando i canali di scolo neri e alcune pentole con qualche rimasuglio di pesce e di dal, l'immancabile zuppa di lenticchie, lasciate fuori dalle baracche vicino ai fuochi accesi. I caotici viali di Dacca sembrano appartenere ad un'altra dimensione. Nelle stradine che compongono questo immenso slum a stento si passa in due. Qui vivono all'incirca 16.500 persone, quasi tutte sfollate climatiche. Secondo il Global climate risk index, il Bangladesh è al settimo posto tra gli Stati più colpiti dal riscaldamento globale e il più densamente popolato. Una prova estrema per un Paese che affonda le sue radici nell'acqua abbracciando il più grande delta del mondo, quello del Padma (il canale principale del Gange in Bangladesh) e con più della metà del suo territorio a meno d…

DACCA - C'è una strada col sole a picco e di lato una tenda sbiadita e polverosa. Scostandola si entra in un vicolo in cui i raggi filtrano a malapena illuminando i canali di scolo neri e alcune pentole con qualche rimasuglio di pesce e di dal, l'immancabile zuppa di lenticchie, lasciate fuori dalle baracche vicino ai fuochi accesi. I caotici viali di Dacca sembrano appartenere ad un'altra dimensione. Nelle stradine che compongono questo immenso slum a stento si passa in due. Qui vivono all'incirca 16.500 persone, quasi tutte sfollate climatiche. Secondo il Global climate risk index, il Bangladesh è al settimo posto tra gli Stati più colpiti dal riscaldamento globale e il più densamente popolato. Una prova estrema per un Paese che affonda le sue radici nell'acqua abbracciando il più grande delta del mondo, quello del Padma (il canale principale del Gange in Bangladesh) e con più della metà del suo territorio a meno di 12 metri sul livello del mare.


La battaglia per la sopravvivenza ha lasciato il segno sui volti di Amina arrivata nella baraccopoli da un'isola del golfo vessata ogni anno dai cicloni o di Rabeya che ha dovuto abbandonare il suo villaggio a causa dell'erosione del litorale. Hasma invece, che di questo slum è leader e punto di riferimento, arriva dal Nord-Est dove il fiume Padma ha risucchiato la sua casa e la possibilità di restare lì dove tutti i suoi antenati hanno vissuto. 

Tre storie che si ripetono, si moltiplicano milioni di volte: l'81% dei migranti della capitale bengalese è sfollata a causa del cambiamento climatico e nei prossimi 40 anni si stima che i dislocati interni saranno dai 3 ai 10 milioni (dati di Center for policy dialogue). "L'effetto più visibile del climate change - sottolinea il prof Saleemul Huq, scienziato e direttore del Centro internazionale per i cambiamenti climatici e lo sviluppo - è il dislocamento di milioni di persone che devono forzatamente abbandonare la costa e migrare verso le grandi città come Chiattagong o Dacca. Questo ha un effetto devastante: ad oggi la capitale è la megalopoli con il tasso di espansione annua più alto al mondo e la gestione dei flussi migratori è al limite del possibile". 

(Foto di Chiara Nardinocchi) 

Se chi si sposta nelle grandi città va incontro a discriminazioni e ad un costo della vita insostenibile, chi resta deve far fronte a una natura profondamente cambiata. "In Bangladesh abbiamo ogni forma di disastro naturale, tranne le eruzioni vulcaniche", afferma con amara ironia Sayeda Rizwana Hasana, unica bengalese a vincere il Goldman Environmental Prize e fondatrice nel 1993 di Bela, l'associazione degli avvocati ambientalisti bengalesi. Invisa al governo, assieme ad altri attivisti è finita al centro di una campagna denigratoria che si è tradotta in arresti e attacchi fisici. 

"Sulla costa - spiega - a causa della salinizzazione dei corsi d'acqua l'agricoltura è a pezzi, la pesca non costituisce più una fonte di sostentamento sicura e migliaia di persone non hanno accesso a fonti idriche potabili. E questo ha conseguenze devastanti anche a livello sanitario. Alcune ragazze, per esempio, ricorrono alla pillola anticoncezionale per non avere il ciclo poiché manca del tutto l'acqua. E molte donne incinte si ammalano di eclampsia". E pare che il peggio non sia ancora alle spalle. Stando all'Intergovernmental panel on Climate change, entro il 2030 il Paese assisterà inerme all'aumento del 15% della povertà. A questo andranno a sommarsi le perdite stimate dalla Banca mondiale per 121 miliardi tra il 2005 e il 2050. 

(Foto di Chiara Nardinocchi) 

"Non possiamo aspettare fino al 2030 o al 2050 o quando l'Occidente deciderà di agire, perché per noi ogni anno potrebbe essere l'ultimo", spiega Farah Kabir country director di ActionAid Bangladesh. E non è un'iperbole. L'Asia è il continente più colpito e sta combattendo una battaglia contro il tempo, ma l'Europa non è così lontana. "Presto anche nei paesi sviluppati, principali artefici dell'inquinamento globale - conclude Huq - accadrà quello che sta succedendo al Bangladesh, ma loro non sono preparati".

La frequenza degli eventi atmosferici straordinari, i record di temperature che si susseguono di anno in anno e la mancanza di un piano d'azione mondiale fanno suonare le parole di Huq come un monito. Negli ultimi vent'anni, il Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici registra in Italia un incremento del 9% della probabilità di rischio meteorologico estremo, un dato che non tiene conto dell'innalzamento del livello del mare mappato invece dall'Enea che avvisa come entro il 2100 si arriverà "a un'estensione totale di coste italiane a rischio inondazione di 5.686,4 km2, pari a una regione come la Liguria". 

"L'unica speranza è nelle nuove generazioni", continua Kabir. Parole che risuonano come un monito nei vicoli dello slum dove a garantire un minimo di istruzione ai bambini è una stanza piena di colori, l'unica con dei giochi e che esiste grazie ad un progetto di ActionAid Italia. È anche da qui che il Bangladesh guarda all'Europa per proteggere il suo presente. Ed è tempo che, per garantirsi un futuro, l'Occidente restituisca lo sguardo.