L'angelo dei piccoli subsahariani a Tunisi: "Quei bimbi del mio asilo finiti in fondo al Mediterraneo"
di
Leonardo Martinelli
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di Leonardo Martinelli
I bambini dell'asilo "Les Chérubins" di Tunisi
La maestra della Costa d'Avorio, ora fuggita in Italia a bordo di un barcone, racconta il dramma delle famiglie clandestine che prima della stretta del presidente Saied sui migranti frequentavano il suo rifugio "abusivo" e che ora sono state costrette a lasciare il Paese
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TUNISI - Insiste, vuole ricordare i nomi di quei tre bambini scomparsi in mare. “Ketura aveva un anno e Lumière due. L’altro era un maschio, Grayson, già grande, di cinque anni. Avevano cominciato a frequentare il mio asilo, quando avevano appena due mesi”. Geneviève, trent’anni, della Costa d’Avorio, li ricorda semplicemente così, “bimbi bravi”. “Mi si scioglie il cuore, quando penso a loro sul fondo del Mediterraneo”. Lei si trova adesso a Pozzallo, in Sicilia. Ketura, Laumière e Grayson erano partiti dalla Tunisia con i loro genitori il giorno prima di lei. Ora, nel centro di accoglienza, la donna ha ritrovato altri tre piccoli del suo asilo, ma vivi, stanno bene. Ormai non si staccano mai da lei.
TUNISI - Insiste, vuole ricordare i nomi di quei tre bambini scomparsi in mare. “Ketura aveva un anno e Lumière due. L’altro era un maschio, Grayson, già grande, di cinque anni. Avevano cominciato a frequentare il mio asilo, quando avevano appena due mesi”. Geneviève, trent’anni, della Costa d’Avorio, li ricorda semplicemente così, “bimbi bravi”. “Mi si scioglie il cuore, quando penso a loro sul fondo del Mediterraneo”. Lei si trova adesso a Pozzallo, in Sicilia. Ketura, Laumière e Grayson erano partiti dalla Tunisia con i loro genitori il giorno prima di lei. Ora, nel centro di accoglienza, la donna ha ritrovato altri tre piccoli del suo asilo, ma vivi, stanno bene. Ormai non si staccano mai da lei.
Si chiamava “Les Chérubins” l’asilo di Geneviève (il nome di lei è inventato, preferisce mantenere l’anonimato), perché quei bimbi erano i suoi “cherubini”, degli angeli. La donna ricorda con precisione le tappe importanti della propria vita. “Sono arrivata a Tunisi il 12 giugno 2015”. In aereo, come tanti cittadini del suo Paese, che in Tunisia possono venire con un semplice visto turistico e poi restare come clandestini, al pari di tanti subsahariani: tutti utilizzano il Paese come trampolino verso l’Europa, cercando di racimolare i soldi per pagarsi il passaggio sul barcone.
“Ho creato l’asilo il 2 giugno 2018, all’inizio in un garage. Poi ci siamo allargati nei locali al piano di sopra”. Si trovava a Bhar Lazreg, quartiere al nord di Tunisi, popolare e a tratti miserevole, con tanti subsahariani. “I genitori, perlopiù clandestini, non avevano il diritto d’iscrivere i propri figli in un asilo tunisino o in ogni caso non avevano le risorse per pagarlo. Fino ai sei anni lì le scuole non prendono i figli di migranti illegali. Ma questi devono lavorare”. Precari e sottopagati. “I genitori ci davano quello che potevano”. Anche l’asilo di Geneviève, ovviamente, era illegale, “ma la proprietaria dei locali, una tunisina, mi incoraggiava. Mi averebbe coperto, diceva, in caso di problemi”.
di Gilles Kepel, - Al Monitor, di Gilles Kepel, - Al Monitor
“In Costa d’Avorio praticamente non ho più famiglia. Papà e mamma sono morti. Sono sola”. La sua famiglia erano quei sessanta bambini, che Geneviève faceva cantare e ballare. E non solo. “Volevo che loro, nella maggior parte dei casi nati in Tunisia, si sentissero tunisini. L’integrazione era uno degli obiettivi dell’asilo”. Geneviève aveva scritto addirittura una canzone. I piccoli cantavano a squarciagola il ritornello: “Siamo tutti bambini tunisini”. “Non sapevano neanche cosa significasse la parola “migranti”. E allora facevo intepretare loro degli sketch, per capire bene perché i genitori avessero lasciato il proprio Paese”. A turno con le altre due ragazze che lavoravano nell’asilo, Geneviève ci dormiva anche, per occuparsi dei figli di chi doveva lavorare di notte.
Poi Kais Saied ha parlato. Il 21 febbraio il presidente tunisino si è scagliato contro le “orde di migranti clandestini” presenti nel suo Paese, aprendo la porta a un’ondata di aggressioni ai subsahariani, soprattutto nei quartieri a rischio come Bhar Lazreg, lo sfogo di frustrazioni per una crisi economica che anche per i tunisini non finisce mai. “Già in precedenza la tensione aumentava – si ricorda Geneviève -. Il giorno prima del discorso di Saied, la proprietaria dei locali mi ha detto: la situazione degenera. Abbiamo svuotato l’asilo di tutto, riverniciato i muri. Io mi sono nascosta. Lei mi ha detto che nei giorni successivi degli uomini sono venuti, dicendo che rappresentavano una Ong, che voleva aiutare l’asilo. Ma erano poliziotti. La proprietaria ha detto che lì non c’era mai stato un asilo. Io lei non l’ho più rivista, le vorrei dire grazie”. Geneviève ha poi pensato di riaprire “Les Chérubins”, ma gran parte delle famiglie era ritornata nei loro Paesi. O stava attraversando il Mediterraneo. Lei non ci aveva mai pensato. La Tunisia era diventata il suo futuro.
Ma alla fine ha fatto il grande passo. “Sono andata a Sfax, sulla costa, verso Sud. Ho pagato 2mila dinari (600 euro) per un posto in un barcone di legno, più sicuro dei barchini metallici. Nella notte ci hanno fatto camminare per ore tra gli olivi, per arrivare alla spiaggia. Alle cinque di mattina hanno messo l’imbarcazione in mare. Io non so nuotare. Al largo ho avuto paura: il tempo è cambiato, si è alzato il vento e le onde sono diventate molto grandi. Ma Dio in cielo non dorme mai: non abbandona mai i suoi figli. Ci ha permesso di arrivare”. Erano un’ottantina stipati su quel barcone. Sono stati salvati dai volontari della Croce Rossa e portati a Lampedusa. Domenica scorsa Geneviève è arrivata a Pozzallo. Il giorno prima che lasciasse la Tunisia, erano partiti anche Ketura, Grayson e Lumière con i genitori, ma loro non ce l’hanno fatta. La donna vorrebbe vivere in Italia, “seguire un corso per diventare qui maestra d’asilo”. I bimbi sono la sua vita. A Bhar Lazreg, in tanti, tunisini e non, si chiedono dove siano finiti quella donna generosa, un angelo, e tutti i suoi cherubini.