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I "chapitos" del fentanyl: sadici e potenti, chi sono i giovani narcos figli del Chapo

Tra le 25 persone incriminate negli Stati Uniti per il traffico della droga sintetica che sta uccidendo migliaia di tossicodipendenti, ci sono anche gli eredi del criminale messicano. E spuntano le accuse alla Cina che sarebbe colpevole di fornire i precursori chimici essenziali alla produzione
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Sono i narcos della nuova generazione: giovani ma voraci, spendaccioni ma efficienti. Soprattutto violenti, al limite del sadismo. Il Procuratore generale statunitense Merrick B. Garland tratteggia bene il carattere e l’attività di quattro delle 25 persone incriminate per traffico di fentanyl, la potente droga sintetica che da tre anni sta uccidendo decine di migliaia di tossicodipendenti negli Usa. 

Tra questi spiccano i figli del Chapo Guzmán, in carcere dal 2017 per una condanna definitiva all’ergastolo. Dei quattro pargoli messi al mondo dal vecchio re mondiale della cocaina con due diverse mogli, solo uno è al fresco negli Stati Uniti. Si chiama Ovidio Guzmán López, è il più ingenuo. Venne arrestato nel gennaio scorso al termine di una battaglia campale a Culiacán, feudo storico del Cartello di Sinaloa. Il Tribunale distrettuale di Washington lo accusava di traffico di droga dal 2019 assieme al fratello Joa…

Sono i narcos della nuova generazione: giovani ma voraci, spendaccioni ma efficienti. Soprattutto violenti, al limite del sadismo. Il Procuratore generale statunitense Merrick B. Garland tratteggia bene il carattere e l’attività di quattro delle 25 persone incriminate per traffico di fentanyl, la potente droga sintetica che da tre anni sta uccidendo decine di migliaia di tossicodipendenti negli Usa. 

Tra questi spiccano i figli del Chapo Guzmán, in carcere dal 2017 per una condanna definitiva all’ergastolo. Dei quattro pargoli messi al mondo dal vecchio re mondiale della cocaina con due diverse mogli, solo uno è al fresco negli Stati Uniti. Si chiama Ovidio Guzmán López, è il più ingenuo. Venne arrestato nel gennaio scorso al termine di una battaglia campale a Culiacán, feudo storico del Cartello di Sinaloa. Il Tribunale distrettuale di Washington lo accusava di traffico di droga dal 2019 assieme al fratello Joaquín che tuttavia resta libero assieme ai suoi due fratellastri Iván Archivaldo Guzmán Salazar e Jesús Alfredo Guzmán Salazar. 

Viziati e arroganti

Negli ambienti dei narcos sono noti come i “chapitos”: un vezzeggiativo per ricordare di chi sono figli ma anche per descriverli viziati e un po’ arroganti. Tra loro non correva buon sangue. Con il padre in carcere negli Usa si erano trovati alla guida di un impero del quale avevano goduto i privilegi e il potere senza però mostrare grandi capacità di saperlo gestire. Il Chapo li aveva inseriti nel giro ma con ruoli marginali. Voleva farli studiare, magari specializzandosi nelle migliori università americane in finanza per fornire più tardi un contributo nei conti vortiginosi di un business che macinava milioni di dollari al giorno. Ma i ragazzi avevano altre ambizioni. Puntavano a spartirsi il tesoro. Tra alleanze di facciata subito spezzate da rivalità si sono fatti la guerra provocando il crollo dell’impero. Solo gli interventi mediatori dello zio Aurelio, fratello del Chapo, e del socio storico, mai catturato, Ismael Zambada García, erano riusciti a sanare i contrasti e a far riportare ordine nella holding di famiglia.

(reuters)

Il ruolo della n’drangeta

I “chapitos” hanno capito subito che il mercato della droga era cambiato. La cocaina restava la regina ma nella Borsa dei narcotici stavano salendo le quotazioni del fentanyl. Tre anni fa era ancora uno stupefacente sconosciuto. Gli esperti sostengono che è stato introdotto nelle piazze canadesi dalla n’drangheta. È un oppiaceo sintetico, più facile da trasportare perché occupa meno spazio; si può camuffare, è composto di pillole minuscole che vanno frantumate, ridotte in polvere e poi riscaldate e sciolte come l’eroina prima di essere iniettate o inalate. 

La strega silenziosa

Chi lo trafficava sapeva che era cento volte più potente della madre di tutte le droghe. Non lo sapevano i tossici che davanti a quella nuova polvere, all’inizio venduta a prezzi stracciati, si buttarono a pesce sballando come non avevano mai sballato. Fu l’inizio di una strage silenziosa che adesso ha assunto i contorni di una vera piaga. Non solo perché rende molto più dipendenti della stessa eroina ma perché con uguale quantità finisci in overdose. La polizia americana si trovò di colpo davanti a decine, poi centinaia di tossicodipendenti stroncati da questa nuova droga. Segnalò l’anomalia e lanciò l’allarme. Ma fu inascoltato e la piaga divenne strage: solo l’anno scorso sono morti 107 mila consumatori cronici. Sempre per overdose. Perfino il naloxone, altro farmaco usato per soccorrere chi è moribondo, risultava inefficace. Un disastro, una tragedia. 

Merrick Garland, al centro, durante la conferenza stampa a Washington sulla stretta sul traffico di fentanyl (ansa)

Droga e armi

Joe Biden affrontò di petto questa nuova realtà e ne parlò subito con il presidente messicano. Lo esortò a fare qualcosa. Obrador convenne ma chiese in cambio al suo omologo americano di mettere un freno al traffico d’armi che dagli Usa invadeva il Messico. La morte scorreva lungo la stessa direttrice ma su strade parallele. Dal sud arrivava il fentanyl, da nord i fucili automatici con cui i Cartelli massacravano i messicani. Il confronto si è trasformato in polemica e alla fine in aperto scontro con pesanti accuse senza trovare una soluzione. Anzi. Obrador ha sciolto l’ufficio della Dea e della Cia in Messico ed espulso i suoi agenti perché “indesiderati”. Biden, tramite i governatori repubblicani degli Stati confinanti con il Paese vicino, ha minacciato di dichiarare “terroristi” i Cartelli. Al Congresso Usa giace una legge che se dovesse passare autorizzerebbe un intervento armato degli Stati Uniti in Messico. 

I precursori dalla Cina

Obrador ha risposto con una causa dal risarcimento miliardario contro le principali industrie delle armi americane. Le quali sorridono, perché protette dal Secondo Emendamento che sancisce il diritto per ogni cittadino americano a possedere armi. Ma soprattutto perché sostengono che i fucili poi finiti in Messico sono acquistati negli Usa e non hanno alcuna responsabilità di come e dove vengono usati all’estero. Lo scontro ha coinvolto anche la Cina accusata di fornire i precursori chimici essenziali alla produzione di fentanyl. Pechino ha replicato dicendo che la nuova droga non lo riguarda. È un problema messicano e americano. Il circolo diventa vizioso. In tutti i sensi. Entrambi i Paesi subiscono la domanda incessante del mercato e l’offerta efficiente di chi la produce. Non sanno come risolvere il problema. Le mafie non rinunciano a 250 miliardi di dollari l’anno. 

In pasto ai leoni

Chi se la gode sono i Cartelli. “Sanno che sanno avvelenando e uccidendo gli americani”, ha detto Anne Milgram, capa della Dea parlando dei quattro “chapitos”. “A loro semplicemente non importa perché fanno miliardi di dollari. La loro avidità è scioccante”. Ma quello che colpisce nella requisitoria del Procuratore generale con cui incrimina per cinque reati i figli del Chapo è la ferocia, al limite del sadismo, con cui si accaniscono sui loro nemici. La descrizione delle tecniche usate per far parlare i nemici catturati o semplicemente farli sparire è raccapricciante. Seviziati con saldatrici e punteruoli, usati come cavie per mettere a punto i dosaggi del fentanyl e poi morti di overdose. Fino a darli in pasto ai leoni che allevano nelle loro fazendas. Leggende o verità. Quello che è certo è la forza acquisita da nuovo dal Cartello di Sinaloa. Il fentanyl è prodotto direttamente in Messico, con la complicità dei cinesi che forniscono i precursori chimici trasportandoli nei porti controllati dai “chapitos”.