Tunisia, convalidato l'arresto del leader islamico Ghannouchi. Gli Usa: escalation inquietante. L'Italia tace
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - Resterà agli arresti Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha (il partito islamista moderato), già presidente del Parlamento tunisino e contestato “ago della bilancia” dei dieci anni successivi alla rivoluzione (il “decennio nero”, per i suoi detrattori). La convalida è arrivata stamani all’alba, da parte di un giudice istruttore. Ghannouchi era stato fermato la sera di lunedì (la polizia aveva atteso la rottura del digiuno islamico, in questi tempi di Ramadan) e in realtà si troverebbe già ricoverato in ospedale: soffre di diversi problemi di salute. Adorato dai suoi fedelissimi, è odiato dalla maggioranza della popolazione, al pari di Ennahdha, resi responsabili della crisi economica e sociale attuale.
L’arresto dell’uomo, 81 anni, un fisico gracile, la barba bianca e l’allure di un predicatore, non è una sorpresa. Dagli inizi di febbraio almeno una ventina di opposit…
TUNISI - Resterà agli arresti Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha (il partito islamista moderato), già presidente del Parlamento tunisino e contestato “ago della bilancia” dei dieci anni successivi alla rivoluzione (il “decennio nero”, per i suoi detrattori). La convalida è arrivata stamani all’alba, da parte di un giudice istruttore. Ghannouchi era stato fermato la sera di lunedì (la polizia aveva atteso la rottura del digiuno islamico, in questi tempi di Ramadan) e in realtà si troverebbe già ricoverato in ospedale: soffre di diversi problemi di salute. Adorato dai suoi fedelissimi, è odiato dalla maggioranza della popolazione, al pari di Ennahdha, resi responsabili della crisi economica e sociale attuale.
L’arresto dell’uomo, 81 anni, un fisico gracile, la barba bianca e l’allure di un predicatore, non è una sorpresa. Dagli inizi di febbraio almeno una ventina di oppositori politici sono stati arrestati per l’organizzazione di un “complotto contro lo Stato”: sono esponenti di forze diverse. D’altra parte, negli ultimi anni, dopo che l’attuale presidente Kais Saied, al potere dal 2019, aveva bloccato, il 25 luglio 2021, le attività del Parlamento, di cui Ghannouchi era il presidente, il leader islamista era stato già convocato una decina di volte dalla giustizia, nel quadro di diverse inchieste, una su fatti presunti di corruzione e riciclaggio di denaro sporco da parte di Ennahdha. Un’altra l’accusa di aver incitato, almeno indirettamente, giovani tunisini a partire per combattere in Iraq e Siria al fianco di Daesh, ai tempi dell’avanzata dello Stato islamico. Mai, però, Ghannouchi era stato arrestato.
Stavolta, invece, sì. Cosa gli viene rinfacciato? Di avere dichiarato, nei giorni precedenti, che la Tunisia sarebbe minacciata di “guerra civile”, se l’islam politico o i partiti della sinistra (pure loro si trovano nel mirino dell’attuale presidente) fossero eliminati. Intanto viene impedita ogni tipo di attività a Ennahdha, ma anche al Fronte di salvezza nazionale, un’alleanza di partiti, che si oppongono a Saied: lì, quello di Ghannouchi rappresenta la forza principale. Va sottolineato che finora non si segnalano manifestazioni a favore del leader islamista, forse per il pugno duro instaurato da Saied, ma anche perché l’uomo e il suo partito sono fortemente screditati agli occhi dell’opinione pubblica.
Un sondaggio di qualche mese fa dava ancora il 20% di consensi al partito, nel quadro di un’eventuale elezione, ma forse quella percentuale si è ridotta ulteriormente. Sulla spinta di Saied e del suo entourage, Ennahdha (con i sospetti di corruzione e d’incapacità amministrativa, che gravano sui suoi responsabili) è diventato una sorta di capro espiaiorio per tutti i problemi attuali della Tunisia, compresi quelli economici.
Ghannouchi è un personaggio complesso (e contraddittorio), che fu ambiguo rispetto all’esplosione a livello internazionale dello jihadismo, subito dopo la rivoluzione del 2011 e l’inizio della democrazia in Tunisia. Nato a El Hamma, piccola città sulla costa meridionale, in una famiglia modesta, ha studiato teologia e poi filosofia, anche al Cairo e a Damasco. Di ritorno a Tunisi alla fine degli anni Sessanta, nei Settanta già pronunciava prediche che inneggiavano all’applicazione della sharia musulmana (in uno dei Paesi arabi più laici, allora come oggi). Nel 1981 fondò il Movimento della tendenza islamica, ribattezzato Ennahdha (Rinascita) nell’89. Nel frattempo, Ghannouchi si è ispirato ai Fratelli musulmani egiziani, prima di adottare il modello islamista turco di Recep Tayyip Erdogan. Oggi si definisce un “democratico musulmano”, che difende valori conservatori, ma senza dogmi. Nel decennio successivo alla rivoluzione, Ennahdha era diventato l’ago della bilancia della politica tunisina (allora un regime parlamentare all’italiana, prima della svolta presidenzialista di Saied), ricorrendo ad alleanze anche con partiti laici e liberali. Ghannouchi si è ritagliato la fama di un politico machiavellico.
Il suo arresto sta provocando reazioni da parte del mondo occidentale, ad eccezione dell’Italia di Giorgia Meloni, oggi il principale alleato di Saied in Europa, assieme alla Francia. Gli Usa parlano di “escalation inquietante”. L’amministrazione di Joe Biden era stata anche la sola, in febbraio, a criticare il presidente tunisino, dopo le sue dichiarazioni sulle “orde di migranti subsahariani clandestini”, che avevano provocato aggressioni nei confronti di questa comunità.
Dopo l’arresto di Ghannouchi, l’Unione europea ha invocato in Tunisia il rispetto “del principio fondamentale del pluralismo politico”. Perfino la Francia, rimasta silente dopo l’ondata di violenze contro i subsahariani (al pari dell’Italia), ha sottolineato che il caso Ghannouchi “s’iscrive in un’ondata di arresti preoccupanti”, sottolineando il suo “attaccamento alla libertà d’espressione e al rispetto dello Stato di diritto”. Roma, invece, almeno per il momento, resta muta. Assolutamente muta.