Yemen, commercianti regalano soldi per beneficenza: 85 morti e oltre 300 feriti nella calca
di Paolo Brera , di Paolo BreraLA GUERRA uccide anche quando non la combatti più. Almeno 85 yemeniti sono morti ieri sera nella calca mentre cercavano di ritirare i nove dollari di aiuti distribuiti da alcuni mercanti in una scuola, stritolati e asfissiati tra fame e carità. Sono morti come i ragazzi della discoteca di Corinaldo, come i tre tifosi in piazza San Carlo a Torino o i 39 dell’Heysel alla finale della Coppa dei Campioni del 1985: uccisi dal panico, dal fuggi fuggi in spazi ristretti. La stessa dinamica, ma contesti radicalmente lontani: nello Yemen non si va a ballare né a vedere la partita, ma si combatte dal 2014 “una guerra terribile, dimenticata, che ha fatto tanti morti e che ancora oggi fa soffrire tanta gente, specialmente i bambini”, come ha detto ieri papa Francesco nell’udienza generale. Anni di guerra civile che è in realtà un conflitto tra Iran e Arabia Saudita, con più di metà dei 29 milioni di abitanti costretta a tent…
LA GUERRA uccide anche quando non la combatti più. Almeno 85 yemeniti sono morti ieri sera nella calca mentre cercavano di ritirare i nove dollari di aiuti distribuiti da alcuni mercanti in una scuola, stritolati e asfissiati tra fame e carità. Sono morti come i ragazzi della discoteca di Corinaldo, come i tre tifosi in piazza San Carlo a Torino o i 39 dell’Heysel alla finale della Coppa dei Campioni del 1985: uccisi dal panico, dal fuggi fuggi in spazi ristretti. La stessa dinamica, ma contesti radicalmente lontani: nello Yemen non si va a ballare né a vedere la partita, ma si combatte dal 2014 “una guerra terribile, dimenticata, che ha fatto tanti morti e che ancora oggi fa soffrire tanta gente, specialmente i bambini”, come ha detto ieri papa Francesco nell’udienza generale. Anni di guerra civile che è in realtà un conflitto tra Iran e Arabia Saudita, con più di metà dei 29 milioni di abitanti costretta a tentare di sopravvive al di sotto della soglia della povertà mentre tre persone su quattro devono necessariamente ricorrere agli aiuti umanitari.
Uccide anche se finalmente, dopo tanti anni, si comincia a vedere la luce di una possibile pace, perché l’imprevista mediazione cinese ha sorpreso il mondo scongelando i rapporti tra Iran e Arabia Saudita, le due potenze militari che sostengono direttamente e rispettivamente i ribelli Houthi e le forze fedeli all’ex governo in esilio, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Secondo fonti locali la strage è avvenuta nel quartiere di Bab Al-Yemen, nella capitale Sana’a governata dai ribelli, e ha provocato almeno 85 morti e 322 feriti in quello che il ministro degli Interni del governo houti definisce “un incidente tragico e doloroso”, scaricandone la responsabilità: “Decine di persone sono rimaste uccise per la calca provocata da una distribuzione disordinata di somme di denaro da parte di alcuni commercianti senza coordinazione con il ministero degli Interni”. Per quella distribuzione disordinata sono stati arrestati tre commercianti.
Il loro era un gesto di carità offerto alla vigilia della festa di Eid al-fitr, la seconda più importante nel calendario islamico: celebra la fine del Ramadan, il periodo annuale di digiuno rituale. Ma c’era quel vicolo stretto nell’ingresso posteriore della scuola, e c’era una folla immane davanti ai cancelli chiusi. Secondo alcune testimonianze locali, quando si sono aperti la folla ha iniziato a premere e gli uomini delle milizie hanno reagito sparando qualche colpo in aria per placare gli animi, finendo al contrario per scatenare il panico. In un Paese alla fame, quei 5mila riyal yemeniti offerti sono un ottimo motivo per mettersi in coda e attendere il proprio turno. Ma era impossibile gestire tutta quella gente senza un coordinamento preventivo. La decisione di provarci sparando qualche colpo in aria, uno dei quali avrebbe pure centrato un filo dell’alta tensione provocando una piccola esplosione, ha scatenato il disastro. I video ripresi con i telefonini sono semplicemente drammatici. C’erano anche donne e bambini, a morire in coda per quei quattro soldi.
Una tragedia che arriva proprio nel momento di una possibile svolta epocale per lo Yemen, così come sta avvenendo per gran parte del Medio Oriente con la riapertura delle relazioni diplomatiche tra i Paesi del Golfo e il Qatar e con la distensione in corso verso il regime siriano. La guerra civile iniziata nel 2015 dopo la rivolta a Sana’a delle forze leali all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e la cacciata del governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, costretto a trasferirsi ad Aden e poi in Arabia Saudita, è costata migliaia di morti, in gran parte civili. Secondo Save The Children, “la guerra e la crisi umanitaria che ne è derivata hanno provocato circa 20mila vittime civili: tra marzo 2015 e settembre 2021 ci sono stati circa 10 attacchi aerei al giorno in Yemen, che hanno causato l'uccisione o il ferimento di oltre 18mila vittime civili. Otto anni di conflitto hanno costretto più di 4,5 milioni di persone, tra cui più di 2 milioni di bambini e bambine, a lasciare le loro case, e si stima che 21,6 milioni di persone, tra cui 11 milioni di bambine e bambini, abbiano bisogno di assistenza umanitaria”.
Ma dopo il riallacciamento delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita - favorito dalla decisiva mediazione cinese con una storica stretta di mano avvenuta il 6 aprile a Pechino tra le due delegazioni con la decisione di riaprire le relative ambasciate - il clima è radicalmente cambiato. I primi effetti stavano sbocciando proprio in questi giorni, con intensi e importanti scambi di prigionieri con l’aiuto della Croce rossa internazionale. E’ il primo passo concreto partorito dalla sessione di negoziati diretti tra i ribelli houti appoggiati dall’Iran e i sauditi, portati avanti con la mediazione sul campo dell’Oman e con il beneplacito dell’Onu, della Ue e anche degli Usa, sorpresi dall’iniziativa cinese.
La tregua di sei mesi è scaduta lo scorso 2 ottobre senza essere rinnovata, ma ora c’è la speranza che si possa arrivare a qualcosa di definitivo. “In otto anni non abbiamo visto un'opportunità così seria di fare progressi verso la fine del conflitto”, ha detto l’inviato Onu Hans Grundberg ammonendo però a non eccedere in ottimismo: la situazione “può ancora cambiare se le parti non compiono passi più coraggiosi verso la pace”. I negoziati per ora sono stati sospesi, senza un accordo finale di pace: sulla via della riunificazione restano sul tavolo questioni delicate come il ruolo e gli stipendi degli uomini delle milizie. Ma la foto con il leader degli houti, Mohammed Ali al-Houthi, che stringe la mano ai delegati sauditi è un assegno firmato, un simbolo di un nuovo corso e di una nuova fiducia. Le delegazioni si sono date un appuntamento dopo la fine del Ramadan. Tenteranno di ricucire definitivamente una ferita che gronda sangue per il piombo e per la fame che provoca, come è accaduto mercoledì tra la povera gente in coda per un aiuto a Sana’a.