La vicepresidente della Bei: "La ricostruzione dell'Ucraina inizi subito o l'economia crollerà"
di Filippo Santelli , di Filippo Santelli"La ricostruzione dell'Ucraina deve iniziare subito, perché più riusciamo a sostenere la sua economia ora e meno risorse saranno necessarie in un secondo tempo". L'italiana Gelsomina Vigliotti è vice presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), il braccio finanziario dell'Unione. La Bei ha già stanziato oltre 2 miliardi per supportare Kiev, dedicati alle infrastrutture e alle municipalità, e ha appena lanciato un nuovo fondo per cui chiede il contributo dei governi: oggi, alla conferenza per la ricostruzione organizzata a Roma, l'Italia è stato il primo Paese ad aderire con un impegno di 100 milioni di euro. Un segnale concreto, ma una frazione rispetto ai 380 miliardi che si stima serviranno nei prossimi anni per rimettere insieme i pezzi dell'Ucraina. "La sfida che abbiamo di fronte ha pochi precedenti - riconosci Vigliotti - richiede coordinamento nella comunità internazionale e il coi…
"La ricostruzione dell'Ucraina deve iniziare subito, perché più riusciamo a sostenere la sua economia ora e meno risorse saranno necessarie in un secondo tempo". L'italiana Gelsomina Vigliotti è vice presidente della Banca europea per gli investimenti (Bei), il braccio finanziario dell'Unione. La Bei ha già stanziato oltre 2 miliardi per supportare Kiev, dedicati alle infrastrutture e alle municipalità, e ha appena lanciato un nuovo fondo per cui chiede il contributo dei governi: oggi, alla conferenza per la ricostruzione organizzata a Roma, l'Italia è stato il primo Paese ad aderire con un impegno di 100 milioni di euro. Un segnale concreto, ma una frazione rispetto ai 380 miliardi che si stima serviranno nei prossimi anni per rimettere insieme i pezzi dell'Ucraina. "La sfida che abbiamo di fronte ha pochi precedenti - riconosci Vigliotti - richiede coordinamento nella comunità internazionale e il coinvolgimento dei privati".
Non è chiaro quando la guerra possa finire, né che forma possa avere la pace. Sotto le bombe si può iniziare a ricostruire?
"Sì, per vari motivi. Il primo è che la guerra non coinvolge tutta l'Ucraina. Il secondo è che bisogna fare in modo che l'economia del Paese continui a funzionare, cosa che faciliterà la ripresa quando il conflitto sarà finito. Aggiungerei anche il segnale politico di sostegno a un Paese che aderirà all'Unione, e ai suoi cittadini. Le infrastrutture ricostruite potrebbero essere danneggiate di nuovo, ma l'Ucraina non si può abbandonare".
La cifra necessaria, 380 miliardi di euro, è enorme: quasi due Pnrr italiani. Che parte potrà garantire l'Unione con il suo bilancio e quanto dovranno contribuire i singoli Paesi?
"La Commissione ha già fatto molto, stanziando 18 miliardi per il sostegno finanziario dell'Ucraina, cosa che in attesa della revisione del bilancio ha messo a dura prova le sue risorse. Per questo per il nostro nuovo fondo, il 'trust fund' Eu For Ukraine Initiative, stiamo chiedendo ai governi e ad altri donatori di supportarci con garanzie e risorse, e vorrei ringraziare il governo italiano per l'importante contributo annunciato oggi. La ricostruzione sarà uno sforzo collettivo: in campo ci sono altre grandi istituzioni come la Banca Mondiale, Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone. E conferenze come quella di Roma servono anche a mobilitare i capitali privati: è impensabile che i soli bilanci pubblici bastino".
L'Ucraina ha bisogno di un Piano Marshall, ma all'epoca il donatore era uno solo e la regia molto chiara. Qui sono tanti: c'è il rischio che ognuno vada per la sua strada, con la sua agenda?
"Sarebbe la maniera meno efficace di procedere. C'è una piattaforma del G7 in cui i vari donatori si confrontano, in stretto coordinamento con le autorità ucraine. Non dico che sia sufficiente, perché la situazione è estremamente complessa, siamo ancora nella fase di valutazione dei bisogni, ma la comunità si sta organizzando, lo sforzo internazionale è importante e tutti i governi chiedono alle istituzioni finanziarie che procedano in modo coordinato".
Gli Stati Uniti inviano all'Ucraina risorse a fondo perduto, come fecero con il Piano Marshall, l'Europa eroga prestiti. Così non spinge Kiev verso una crisi del debito sovrano?
"Non per forza un prestito appesantisce e basta: questi prestiti 'concessionali', a tassi contenuti e durate lunghe, permettono al debitore di ammortizzare i costi. L'aspetto essenziale è che mettano in condizione l'economia ucraina di ripartire e quindi di generare proventi con cui ripagare il debito. E, ripeto, è importante che il sostegno arrivi subito perché se il sistema produttivo smette di funzionare i costi saliranno ancora".
C'è il rischio che l'Ucraina catalizzi tutte le risorse europee per la cooperazione e che altre situazioni strategiche di criticità, per esempio in Africa, vengano tralasciate?
"Le risorse sono scarse e c'è il rischio che gli altri Paesi si sentano non prioritari. Ma l'Europa è consapevole che abbandonare altre regioni del mondo potrebbe creare nuove situazioni di crisi, che non ci possiamo permettere. Né la Bei né la Commissione stanno dirottando risorse e l'attenzione per l'Africa è crescente: l'Ucraina semmai ci ha mostrato quanto sia importante avere risorse per sostenere i Paesi terzi, a Est come a Sud. Certo, c'è bisogno anche di rendere consapevoli le opinioni pubbliche sul fatto che il mondo è connesso e i problemi dell'Africa si ripercuotono su di noi".