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L'Uzbekistan al voto per il referendum costituzionale che potrebbe dare a Mirziyoyev la presidenza a vita

Il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev vota a Tashkent
Il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev vota a Tashkent (afp)
Il 65% della carta fondamentale verrà modificato, introducendo norme a garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali. Ma ad attirare l'attenzione dei critici è la disposizione che permetterà al capo di Stato di presentarsi per altri due mandati settennali
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Pop star, influencer, starlette televisive, sportivi e intellettuali lo hanno gridato all'unisono: "Mia, tua, nostra: la costituzione appartiene a tutti". Folle giubilanti hanno riempito le piazze, gli stadi, le aule universitarie, le fabbriche. A ogni angolo del Paese, enormi cartelloni pubblicitari ammiccano agli elettori invitandoli a fare l'unica scelta possibile per un futuro radioso. Neanche i bambini sono stati lasciati da parte: un video divenuto virale li mostra nel giardino di un asilo, mentre intonano in coro l'onnipresente slogan.

L'Uzbekistan va oggi al voto, al termine di una pervasiva campagna referendaria per il sì. E, nessuno ha alcun dubbio al riguardo, darà il via libera a una vasta riforma della costituzione che intende configurarlo come uno "stato di diritto sovrano, democratico e sociale". Buona la seconda, potremmo dire, dopo che lo scorso luglio il governo era stato costretto a ritirare il progetto da una sanguinosa rivolta nella regione autonoma del Karakalpakstan. Stavolta nulla è stato lasciato al caso, vietato sbagliare.

Il 65% della carta fondamentale verrà modificato, introducendo norme a garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali. Ma ad attirare l'attenzione dei critici è una singola disposizione: quella che permetterà al capo di Stato Shavkat Mirziyoyev di presentarsi per altri due mandati settennali. Potenzialmente, per il leader sessantacinquenne si aprono le porte della presidenza a vita. "Il percorso non è certo nuovo né rispetto all'Asia centrale, né rispetto all'Uzbekistan", osserva Luca Anceschi, docente di Studi eurasiatici all'università di Glasgow: "Questi referendum sono strumenti di consolidamento autoritario".

A un osservatore meno attento, le grandi manifestazioni popolari viste negli ultimi due mesi potrebbero suggerire che si tratti di una riforma che risponde a una forte spinta dal basso. Eppure, nonostante il presidente goda di un genuino sostegno popolare, le motivazioni dietro alla decisione di intraprendere una tale modifica dell'assetto costituzionale del Paese risiedono altrove: "L'impeto riformista di Mirziyoyev, che si trova a metà del suo secondo mandato, sta scemando. Il deficit di democrazia e pluralismo nella regione non deriva dall'inadeguatezza delle costituzioni, ma piuttosto dal fatto che chi è chiamato a convertirle in politiche sul campo ha una prospettiva autoritaria. Questa operazione ci dice che la trasformazione dell'Uzbekistan sarà limitata al settore economico".

E da quel punto di vista, la più popolosa tra le repubbliche centroasiatiche postsovietiche, dotata di notevole importanza geostrategica, è cambiata radicalmente rispetto al Paese isolato di Islam Karimov, che l'ha governato con pugno di ferro fin dal collasso dell'Urss. Mirziyoyev, che gli è succeduto alla sua morte, nel 2016, ha inserito appieno l'Uzbekistan nei processi di globalizzazione, aprendolo alle iniziative delle istituzioni finanziarie internazionali e ai capitali degli investitori esteri. Anche nell'area dei diritti ci sono stati alcuni passi in avanti: innanzitutto l'abolizione del lavoro forzato nei campi di cotone, e poi un certo ammorbidimento della sorveglianza sugli organi d'informazione, così come sulle organizzazioni della società civile, che hanno iniziato a fiorire in numerosi settori restituendo l'immagine di un Paese dinamico.

Recentemente, una legge che criminalizza la violenza domestica, e introduce più efficaci strumenti di protezione dei minori dagli abusi di carattere sessuale, è stata a ragione celebrata come una vittoria dagli attivisti. Ma il timore, per diversi analisti una certezza, è che non si andrà al di là di un utilizzo strumentale dei diritti civili in un'ottica di bilanciamento con il progressivo accentramento del potere politico. Un difficile esercizio di equilibrismo volto a garantire la legittimazione interna e la presentabilità del regime di fronte ai governi occidentali, i quali potrebbero non essere così attenti alla sostanza per paura di spingere ancora di più Tashkent nelle sfere d'influenza di Mosca e Pechino e di minare la tradizionale collaborazione nel contesto dell'Afghanistan.

"Lo stesso Islam Karimov aveva iniziato la sua presidenza concedendo delle aperture", ricorda Alisher Ilkhamov, a capo della sezione uzbeka di Open Society nei primi anni Duemila, oggi direttore dell'istituto di ricerca Central Asia Due Diligence. "Più a lungo si manteneva al potere modificando la costituzione, più aumentavano gli scandali di corruzione in cui era coinvolto, e più perdeva legittimità politica, trovandosi costretto a rafforzare il controllo attraverso metodi violenti. È molto probabile che il medesimo scenario si ripeta con Mirziyoyev".

Gli fa eco il professor Anceschi: "Nei prossimi anni vedremo la prosecuzione delle dinamiche autoritarie dell'ultimo periodo, che si adatteranno però al contesto di un presidente che invecchierà e di un regime che si farà più radicato, con tutto ciò che questo comporta in termini di cleptocrazia e di repressione". Secondo Ilkhamov, gli Usa e l'Ue dovrebbero fare di più per "spingere il Paese nella giusta direzione". "Un partner che ondeggia tra la Russia, la Cina e l'Occidente non può dare alcuna garanzia di stabilità nelle relazioni a lungo termine, perciò credo che sarebbe nel loro stesso interesse sostenere lo sviluppo di un Uzbekistan indipendente, che contrasta la corruzione e rispetta lo stato di diritto".