"Manhattan sarà come Venezia": i cambiamenti climatici e il peso dei grattacieli fanno sprofondare l'isola di New York
di Anna LombardiManhattan, l'isola cuore di New York, è in cattive acque: in meno di un secolo la sua downtown rischia di affondare, trasformando la Grande Mela in una sorta di laguna americana. La colpa è dell’innalzamento dei mari generato dallo scioglimento dei ghiacci, certo, che minaccia d'altronde anche altre città nel mondo, a partire dalla nostra Venezia. Ma anche dell’eccessivo peso del milione di grattacieli che sul territorio 59 chilometri quadrati di Manhattan pesano complessivamente quasi un miliardo di miliardi di chili (1,7 trilioni di libbre, per dirlo all’americana). La città si abbassa ormai di circa 2 millimetri ogni anno, con certe aree che si avvicinano all’acqua anche più velocemente. Lo sostiene un nuovo rapporto di quell’US Geological Survey - l'Istituto Geologico degli Stati Uniti che è un'agenzia scientifica governativa – che già nel 2018 aveva dato l'allarme con uno stud…
Manhattan, l'isola cuore di New York, è in cattive acque: in meno di un secolo la sua downtown rischia di affondare, trasformando la Grande Mela in una sorta di laguna americana. La colpa è dell’innalzamento dei mari generato dallo scioglimento dei ghiacci, certo, che minaccia d'altronde anche altre città nel mondo, a partire dalla nostra Venezia. Ma anche dell’eccessivo peso del milione di grattacieli che sul territorio 59 chilometri quadrati di Manhattan pesano complessivamente quasi un miliardo di miliardi di chili (1,7 trilioni di libbre, per dirlo all’americana). La città si abbassa ormai di circa 2 millimetri ogni anno, con certe aree che si avvicinano all’acqua anche più velocemente. Lo sostiene un nuovo rapporto di quell’US Geological Survey - l'Istituto Geologico degli Stati Uniti che è un'agenzia scientifica governativa – che già nel 2018 aveva dato l'allarme con uno studio guidato dal geofisico Klaus Jacob, professore emerito al Lamont-Doherty Earth Observatory di Columbia University, dove già si sosteneva quanto ribadito anche ora: “Entro 80 anni la parte più a Sud della Grande Mela sarà sommersa”.
E pazienza se ai profani 2 millimetri l’anno possono sembrare poca cosa: proprio quel graduale ma inesorabile abbassamento rende la città sempre più vulnerabile ai disastri naturali, come spiega Jacob al New York Post commentando i risultati del nuovo studio che confermano e semmai aggravano il precedente, perché nel frattempo il livello del mare ha continuato ad alzarsi a ritmo elevato: 22 centimetri dal 1950. D’altronde, i cambiamenti atmosferici da tempo ormai portano fino a New York veri uragani. Per dire, Sandy, nel 2012, pur declassato a ciclone tropicale si abbatté sulla città con raffiche di vento fino a 144 chilometri orari, provocando vittime e un blackout che divise in due Manhattan, e poi crolli e allagamenti con danni per circa 70 milioni di dollari. E non va dimenticato l’uragano Ida del 2021 che, con i suoi allagamenti, provocò la morte di 13 persone.
“L’innalzamento del livello del mare, secondo i nostri modelli, potrebbe essere significativo: fino a 1,8 metri entro la fine del secolo”, ha detto dunque Jacob. “Il modo migliore per affrontarlo, insieme alle mareggiate, sarebbe ovviamente ritirarsi su un terreno più elevato. Ma vallo a spiegare ai proprietari di immobili nella parte bassa di Manhattan. Non si muoverà nessuno fin quando sarà troppo tardi." Il professore ha dunque elaborato una proposta non esattamente ortodossa per gestire il rischio futuro. Trasformare Lower Manhattan appunto in una sorta di Venezia contemporanea, di fatto preparandosi a fare delle sue arterie canali dove le persone possano continuare a vivere e muoversi. “Se vogliamo mantenere in funzione i grattacieli e gli altri edifici che ci sono adesso dovremo trasformarli in mini isole serviti da barche anfibie. Bisognerà ripensare tutto: chiatte dovranno venire a raccogliere la loro immondizia. E serviranno collegamenti rialzati”. Ottant’anni, insiste, sono tanti ma non infiniti: “La minaccia va presa più seriamente, bisogna iniziare a lavorarci ora: tutte le infrastrutture, elettriche, gas, comunicazioni, devono essere impermeabilizzate”, ha affermato. E Lower Manhattan non è l'unica area a rischio: “Parti di Long Island, Staten Island, Brooklyn, Queens, il Bronx, rischiano seriamente di finire sommerse. E poi la Hudson Valley fino a Troy… Ogni cosa al di sotto di 6 attuali metri sopra il livello del mare è a rischio”.
Al professor Jacob non piace la soluzione proposta dagli ingegneri dell’esercito nello studio commissionato all’indomani di Sandy: la costruzione di dighe costiere mobili per mitigare le mareggiate, un investimento colossale da 62 miliardi di dollari. Una sorta di “muro” lungo 8 chilometri che, sull'esempio del veneziano Mose, avrebbe appunto lo scopo di proteggere la città. L’opera, che avrebbe bisogno di almeno 25 anni per essere ultimata, è da tempo argomento di forti polemiche e dibattiti. “Sarebbe un approccio frammentario che non affronta le preoccupazioni nel quadro più ampio. Avrebbero una durata limitata... potrebbe ritardare la catastrofe di qualche decennio, ma prima o poi sarà inevitabile”.
Il perché lo spiega un altro collaboratore della ricerca, il geologo esperto di coste e mari Tom Parsons: “L’innalzamento delle acque nell’area di New York è 4 volte maggiore all’innalzamento globale medio delle acque. L’impatto su una città di 8,4 milioni di abitanti va dunque preso molto sul serio”. I danni provocati dagli ultimi due uragani recenti, Sandy e Ida, appunto, hanno mostrato che a rischio c'è l’integrità stessa degli edifici: “L’esposizione all’acqua di mare rischia di corrodere l’acciaio delle fondamenta di molti di quei vecchi edifici, insieme al cemento”. I cambiamenti climatici fanno il resto: “I gas serra stanno riducendo la barriera naturale che un tempo quest’area opponeva ai venti”. Nonostante sia nero su bianco, lamenta però l’esperto, “nemmeno le autorità prendono sul serio la situazione, continuando ad autorizzare nuove costruzioni”.