Nagorno-Karabakh, prove di pace tra armeni e azeri. La tela di Mosca
di Luna De Bartolo“L'integrità territoriale dell'Azerbaigian include il Nagorno-Karabakh”. Le parole pronunciate lunedì in conferenza stampa dal premier armeno Nikol Pashinyan non potevano essere più chiare. Un accordo di pace tra Erevan e Baku sul territorio conteso, a maggioranza etnica armena ma riconosciuto internazionalmente come parte dell’Azerbaigian, potrebbe essere vicino, mettendo fine a una disputa che ha diviso i due Paesi del Caucaso meridionale fin dalla fine degli anni Ottanta. O forse no. Nonostante la dichiarazione netta di Pashinyan, il cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra le ex repubbliche sovietiche, e il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale, appare accidentato.
“L'integrità territoriale dell'Azerbaigian include il Nagorno-Karabakh”. Le parole pronunciate lunedì in conferenza stampa dal premier armeno Nikol Pashinyan non potevano essere più chiare. Un accordo di pace tra Erevan e Baku sul territorio conteso, a maggioranza etnica armena ma riconosciuto internazionalmente come parte dell’Azerbaigian, potrebbe essere vicino, mettendo fine a una disputa che ha diviso i due Paesi del Caucaso meridionale fin dalla fine degli anni Ottanta. O forse no. Nonostante la dichiarazione netta di Pashinyan, il cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra le ex repubbliche sovietiche, e il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale, appare accidentato.
Oltre 30anni di conflitto
L’Urss era alle sue ultime battute, erano gli anni della Perestrojka, quando gli armeni che abitavano la regione del Nagorno-Karabakh chiesero invano a Mosca che il territorio fosse trasferito dalla Rss Azera alla Rss Armena. Seguirono scontri sanguinosi, poi sfociati in guerra aperta nel 1992. Erevan ebbe la meglio su Baku, uscita più malconcia dal crollo dell’Unione Sovietica, ottenendo il controllo non solo della regione contesa, ma anche di estese aree adiacenti abitate da azeri, che furono costretti alla fuga. Il confitto, congelato per un quarto di secolo, si riaccese su larga scala nel 2020, quando il capovolgimento dei rapporti di potere tra l’Armenia e l’Azerbaigian, trasformatosi nel corso di tre decenni in una potenza energetica dalla politica estera sapientemente bilanciata, portò Baku, appoggiata militarmente dalla Turchia, a risolvere con le armi ciò che non era riuscita a ottenere con la diplomazia.
La guerra dei quarantaquattro giorni
La seconda guerra del Nagorno-Karabakh, durata soli quarantaquattro giorni, si concluse con un cessate il fuoco mediato dal Cremlino. Baku ha ripreso il controllo dei distretti azeri che erano stati occupati da Erevan e di un terzo circa del Nagorno-Karabakh. Forze di pace russe sono state schierate lungo la linea di contatto e a protezione del corridoio di Lachin, unico collegamento tra le aree del Nagorno-Karabakh rimaste, in una posizione assai precaria, sotto il governo delle autorità dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh e l’Armenia, da cui dipende per ogni approvvigionamento. Eppure, malgrado la presenza dei militari russi, dallo scorso dicembre Baku, che intende ottenere un accordo di pace incondizionato, ha di fatto ostruito il passaggio lungo il corridoio di Lachin, e dal 23 aprile vi ha instaurato dei checkpoint. Una diplomazia coercitiva che sta dando i suoi frutti.
Vicini a una svolta?
“Le parole di Pashinyan esprimono una posizione che negli ultimi mesi stava emergendo sempre più nettamente”, commenta Giorgio Comai, ricercatore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. Già lo scorso 14 maggio, nel corso dell’incontro avvenuto a Bruxelles tra il primo ministro armeno e il presidente azero Ilham Aliyev, con la mediazione del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, Pashinyan aveva affermato di riconoscere l’integrità degli 86.600 km2 che la comunità internazionale riconosce come territorio azero, comprendendovi quindi la regione del Nagorno-Karabakh. Stavolta il messaggio è stato comunicato in modo del tutto privo di ambiguità. Ma il riconoscimento, ha aggiunto Pashinyan, è vincolato alla questione “dei diritti e della sicurezza degli armeni del Nagorno-Karabakh, che dovrebbe essere discussa tra Stepanakert e Baku, con le necessarie garanzie internazionali”, senza le quali la popolazione del Nagorno-Karabakh potrebbe essere soggetta a “pulizia etnica”.
Tuttavia, come rileva Comai, proprio questa condizione rappresenta al momento la più grande difficoltà nei negoziati, e la ragione per cui un accordo di pace non sembra a portata di mano: “Secondo Baku i diritti della popolazione locale sono tutelati dalla costituzione dell'Azerbaigian e non c’è bisogno di nessun’altra misura aggiuntiva; quindi, non se ne può parlare né con l'Armenia né in formati internazionali. Pashinyan continua a chiedere qualcosa che è inaccettabile per l'Azerbaigian. Baku vuole un riconoscimento incondizionato della reciproca integrità territoriale. Non ho nessuna aspettativa per un accordo di pace nei prossimi appuntamenti in programma, giovedì a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin, e poi la settimana successiva a Chisinau - ancora nell’ambito degli incontri mediati dal presidente Michel, ndr- . Ritengo che la possibilità di vedere un accordo nel breve periodo sia minima, tanto che anche a livello europeo è stata calendarizzata una serie di riunioni per i prossimi mesi”.
Il vertice di Mosca
In particolare, l’incontro del 25 maggio al Cremlino difficilmente sarà risolutivo: “Se la speranza di Erevan era quella di ottenere una soluzione negoziale basandosi sull'appoggio forte della Russia, questa è stata delusa. Quindi è in questa chiave che bisogna leggere l'invito alle parti a ripresentarsi a Mosca. Tuttavia, cosa può effettivamente promettere Mosca in questa fase, dopo aver palesato in tante circostanze di non voler creare nuove tensioni con Baku? Di certo non vuole tracciare nuove linee rosse che non avrebbe poi la forza di difendere, dimostrando un’impotenza evidente, anche se non dichiarata. Per Mosca,” conclude Comai, “è importante mantenere buoni rapporti con l'Azerbaigian anche per non creare nuove tensioni con la Turchia, rilevante per quella dimensione che continua a essere strutturalmente prioritaria per la Russia, ovvero l'invasione dell'Ucraina”. Motivo per cui Erevan, da una posizione di estrema debolezza, sta facendo affidamento in misura crescente al potere negoziale degli Usa e dell’Ue, nel tentativo di arrivare a una soluzione che tuteli quantomeno i diritti della comunità armena del Nagorno-Karabakh.