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Medici con l’Africa: "'Aiutiamoli a casa loro' non deve essere uno slogan, al continente servono medici e infermieri"

Don Dante Carraro (ansa)
Don Dante Carraro per l’Africa Day: l’obiettivo del Cuamm è triplicare il numero di personale sanitario formato in loco, la pandemia e la guerra in Ucraina hanno reso drammatica una situazione già precaria
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“Quando sento dire “aiutiamoli a casa loro” mi viene da commentare: “Magari! Ma aiutiamoli davvero, non con le briciole”. Don Dante Carraro è direttore del Cuamm, Medici con l’Africa, che da oltre 70 anni si spende per la salute delle popolazioni africane.

In occasione dell’Africa day che si celebra il 25 maggio la ong, nata nel 1950 a Padova come “Collegio universitario aspiranti medici missionari”, punta a triplicare il numero di medici e infermieri che ogni anno forma nel continente africano.

“L’anno scorso”, spiega don Carraro, “abbiamo formato circa 3mila tra infermieri, medici, ostetrici, tecnici della sanità, e l’obiettivo…

“Quando sento dire “aiutiamoli a casa loro” mi viene da commentare: “Magari! Ma aiutiamoli davvero, non con le briciole”. Don Dante Carraro è direttore del Cuamm, Medici con l’Africa, che da oltre 70 anni si spende per la salute delle popolazioni africane.

In occasione dell’Africa day che si celebra il 25 maggio la ong, nata nel 1950 a Padova come “Collegio universitario aspiranti medici missionari”, punta a triplicare il numero di medici e infermieri che ogni anno forma nel continente africano.

“L’anno scorso”, spiega don Carraro, “abbiamo formato circa 3mila tra infermieri, medici, ostetrici, tecnici della sanità, e l’obiettivo che ci diamo da qui al nostro meeting annuale del quattro novembre è di triplicare e raggiungere quota 9mila, 10mila.

Lo vogliamo fare coinvolgendo le istituzioni, la società civile, le università. Abbiamo tanti giovani medici che stanno finendo la specializzazione e trascorrono sei mesi, un anno in Africa, collaborano con i colleghi locali, stabiliscono relazioni preziose, tornano con una vita cambiata. Costruiscono ponti.

Lavoriamo in otto paesi africani con 23 ospedali, 1000 centri sanitari che sosteniamo, quattro scuole per infermieri e una facoltà medicina in Mozambico. Ma ora serve un impegno maggiore”.

La situazione in Africa è peggiorata?
“Sì. L’Africa ha già una condizione di partenza molto particolare, in particolare dal punto di vista sanitario. In Etiopia, per fare qualche esempio, su 120 milioni di abitanti ci sono meno di 100 ortopedici in tutto il paese, tanti quanti ce ne sono solo a Padova. Un bambino che cade dall’albero e non si può curare diventa un peso per la società anziché un contributo per il suo futuro.

In Repubblica centrafricana c’è un’ostetrica ogni 10mila mamme. Ci sono paesi con una decina di pediatri. Questi sono i numeri dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni si è innescato prima il Covid e ora la guerra in Ucraina, i cui effetti nel continente africano sono drammatici: in Sierra Leone la benzina è passata da 8mila leoni al litro a 25mila al litro, in Etiopia un quintale di grano è salito da 50 bir a 2000 bir, un paio di guanti di lattice è passato da 5 centesimi di euro il paio a un euro il paio.

A fronte di questa crisi economica e sociale, la gente scappa. È il grande fenomeno migratorio che vediamo sulle nostre coste, ma quel che vediamo è il cinque, forse il dieci per cento delle migrazioni, perché la stragrande maggioranza degli spostamenti avviene all’interno dell’Africa, da un Paese all’altro.

In Sud Sudan su 12 milioni di abitanti cinque milioni sono sfollati. Noi vogliamo dare a questa gente una risposta alternativa alla fuga: investire su di loro e con loro, rafforzando i sistemi sanitari locali”.

Si dice “aiutiamoli a casa loro” ma è spesso uno slogan per respingere gli immigrati, al quale slogan non corrisponde poi un vero aiuto…
“Esatto! Quando sento dire “aiutiamoli a casa loro” mi viene da commentare: “Magari! Ma aiutiamoli davvero, non con le briciole! Non con gli scarti! Guardiamo alla Cina: aiuta l’Africa, non lo fa gratuitamente, lo sappiamo, ma lo fa in modo massiccio. Ha rapporti bilaterali con ognuno dei 54 paesi africani.

La Cina è andata ad Adis Abeba e ha chiesto: cosa vi serve? Il palazzo dell’Unione Africana, lo ha costruito e lo ha donato, con la targa “Aid of China”. Ma allora, dico: un continente come l’Europa, che ha cultura, conoscenza, know how tecnico, scientifico, medico, con tanti giovani disposti a muoversi, perché non può dare un contributo significativo, coerente con quello che siamo.

Poi, attenzione, è importante il modo con cui si aiuta: noi non ci chiamiamo “medici per l’Africa”, ma “medici con l’Africa”, io aiuto te, tu aiuti me, costruiamo insieme un futuro condiviso. Che è molto diverso dallo sfruttamento”.

Papa Francesco nel corso del suo recente viaggio in Congo e Sud Sudan ha detto: “l’Africa non è una miniera da sfruttare”
“Purtroppo c’è ancora questo, ci sono tante situazioni che ho visto con i miei occhi. Anche l’attuale guerra in Sudan è legata, tra l’altro, all’estrazione dell’oro. E invece bisogna dare opportunità di crescita all’Africa.

Quando il Papa è venuto a Giuba lo abbiamo incontrato e, poiché non poteva uscire dalla capitale, gli abbiamo mostrato un video sulle nostre attività nell’ultimo miglio del sistema sanitario, nei luoghi rurali. “Abbiamo il dovere di non abbandonare questa gente”, ha commentato Francesco. È un dovere che riguarda anche il nostro futuro. Un futuro fatto non di sfruttamento ma di condivisione”.