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Migranti, una nuova Cutro. Grecia non soccorre barcone: almeno 78 morti, centinaia di dispersi. Uno dei naufragi peggiori della storia del Mediterraneo

Sono 104 finora i superstiti, ma a bordo erano oltre settecento. Donne e bambini ammassati nella stiva. Alarm phone: "Da mezzanotte di ieri abbiamo perso i contatti". Frontex lo aveva avvistato ieri. I greci: "Volevano proseguire verso l'Italia". Von der Leyen: "Molto preoccupata per simili tragedie"
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ROMA - "Sento che sarà la nostra ultima notte di vita". Sono le 23 di martedì, è l'ultima disperata richiesta di aiuto che, da un telefono satellitare, arriva dal peschereccio dove 750 persone viaggiano stipati uno sull'altro da quattro giorni. Poi più nulla.

"Donne e bambini erano al riparo nella stiva", dicono cinque ore dopo con un filo di voce alcuni dei sopravvissuti avvolti nelle coperte termiche. Sono morti lì, intrappolati nel ventre dell'Adriana, il vecchio peschereccio di 30 metri che adesso giace in fondo al mare Ionio, 47 miglia da Pylos, a sud ovest del Peloponneso. L'Italia ormai a solo un giorno di navigazione. Era piena di donne e bambini la stiva del barcone stracarico di migranti che un aereo di Frontex ha avvistato martedì mattina, la guardia costiera greca e due mercantili di passaggio hanno raggiunto alcune ore dopo, limitandosi a tirare delle bottiglie d'acqua ma senza intervenire perché "era loro desiderio proseguire verso l'Italia".

Suonano beffarde, adesso…

ROMA - "Sento che sarà la nostra ultima notte di vita". Sono le 23 di martedì, è l'ultima disperata richiesta di aiuto che, da un telefono satellitare, arriva dal peschereccio dove 750 persone viaggiano stipati uno sull'altro da quattro giorni. Poi più nulla.

"Donne e bambini erano al riparo nella stiva", dicono cinque ore dopo con un filo di voce alcuni dei sopravvissuti avvolti nelle coperte termiche. Sono morti lì, intrappolati nel ventre dell'Adriana, il vecchio peschereccio di 30 metri che adesso giace in fondo al mare Ionio, 47 miglia da Pylos, a sud ovest del Peloponneso. L'Italia ormai a solo un giorno di navigazione. Era piena di donne e bambini la stiva del barcone stracarico di migranti che un aereo di Frontex ha avvistato martedì mattina, la guardia costiera greca e due mercantili di passaggio hanno raggiunto alcune ore dopo, limitandosi a tirare delle bottiglie d'acqua ma senza intervenire perché "era loro desiderio proseguire verso l'Italia".

Suonano beffarde, adesso, le parole della nota ufficiale della guardia costiera e il solito scaricabarile di Frontex mentre un'imponente operazione di soccorso, aerei, droni, motovedette, navi della marina, cerca cadaveri in mare. Centinaia di cadaveri, quanti esattamente non si sa perché a bordo di quel peschereccio partito cinque giorni fa da Tobruk, in Cirenaica, e diretto in Italia verso le coste ioniche, erano 750. Così hanno raccontato i 108 superstiti portati a Kelemata mentre i 79 cadaveri recuperati sono solo un avamposto di quelli che verranno.

Il più grande naufragio nella storia del Mediterraneo orientale, il bis di Cutro, ancora più grave, che tramortisce l'Europa che annaspa sul nuovo patto Asilo e immigrazione che punta tutto su difesa delle frontiere, rimpatri e respingimenti, non una parola sulla necessità di assetti di soccorso in mare - bloccati dal primo governo Conte su richiesta di Salvini e non più richiesti da Roma - per salvare vite umane inghiottite come non mai negli ultimi 7 anni nelle traversate del Mediterraneo.

La Grecia come Malta, dunque. Paesi rivieraschi che firmano insieme all'Italia per chiedere supporto all'Europa ma che poi si girano dall'altra parte in mare e anzi accompagnano verso le acque italiane tutti i barconi che sembrano in grado di proseguire. E poco importa se, come quest'ultimo, i guardiacoste greci avessero avuto contezza dell'enorme numero di migranti senza neanche un salvagente. Ma perché allora, anche questa volta, non si è intervenuti?

Non c'era maltempo, era giorno, nessun dubbio sulla natura di quel peschereccio. Visto, segnalato, raggiunto, e lasciato andare verso la sua sorte. Sostengono i greci che i migranti non solo non avrebbero chiesto aiuto ma anzi lo avrebbero respinto, insistendo per proseguire il loro viaggio. Chissà con chi hanno parlato. Perché nelle stesse ore, a lanciare inascoltati ripetuti appelli alle autorità Sar di Grecia, Malta e Italia erano stati prima l'attivista Nawal Soufi, la stessa contattata dalle famiglie dei migranti poi naufragati a Cutro, poi i volontari della Ong Alarm Phone. "Le loro voci sono impresse nella mia mente - si dispera Nawal Soufi rimasta 24 ore a telefono con i migranti a bordo - Decine e decine di chiamate, pianti, urla... Tra questi morti recuperati ci sarà la donna che mi ha chiamato all'inizio? Ci sarà quell'uomo che aveva in mano il Turaya? Sembrava assetato. Non riusciva più a pronunciare le parole. Mi supplicava, mi diceva di comunicare a qualsiasi Paese europeo di venirli a prendere".

Chiedevano aiuto eccome, i migranti a bordo. Molte famiglie, siriani, afghani, iracheni, egiziani. Il peschereccio partito sabato, il primo allarme che arriva martedì mattina dalla Soufi che subito comunica le coordinate della posizione del barcone alle autorità di Italia, Grecia e Malta. "Ci sono in viaggio 750 persone da quattro giorni e non hanno più acqua, mi dicono che stanno cominciando a bere acqua di mare". La prima a chiamare è una donna. Nawal prova a calmarla, garantisce che verranno presto a salvarli.

Tra le 14 e le 17, i migranti la contattano, dicono che il capitano è andato via su una scialuppa abbandonando il peschereccio. Alle 18 il cellulare di Nawal torna a squillare. "Abbiamo già sei persone morte a bordo e due sono in gravi condizioni". Nuovo allarme caduto nel vuoto. È sera quando due mercantili si avvicinano al peschereccio e cominciano a lanciare bottiglie d'acqua. Operazione rischiosissima che provoca improvvisi spostamenti nel precario equilibrio dell'imbarcazione con i migranti pronti a qualsiasi cosa pur di accaparrarsi un sorso d'acqua.

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Racconta Nawal Soufi: "L'ultima volta che mi hanno contattato mi hanno detto che un mercantile che si trovava vicino al barcone ha gettato delle bottiglie d'acqua e ad ogni lancio i migranti andavano tutti insieme da una parte della barca. Questo ha causato un grave squilibrio che ha rischiato di far affondare l'imbarcazione. In seguito, hanno cercato di legare il barcone con delle corde, ma durante questa operazione si è sfiorata la tragedia. Ho cercato di continuare a gestire lo stato di panico a bordo. Il capitano era andato via e continuavano a chiedere cosa fare. Impossibile, come dicono i greci, che abbiano rifiutato i soccorsi".

A Kalamata, i fotogrammi del dolore e della morte si incrociano con quelli della speranza di ritrovare ancora in vita chi manca all'appello: 27 i superstiti ricoverati in ospedale, 78 ospitate su materassi in un magazzino. I 79 corpi recuperati ricomposti su una nave della Marina greca in attesa di essere portati a Corinto.

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