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Il naufragio dei migranti in Grecia, l'accusa ai guardacoste: “Agganciati con una cima e la barca si è ribaltata"

L'abbraccio di Mohammad e Fadi (reuters)

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Un sopravvissuto racconta la manovra azzardata della Guardia costiera. Le famiglie: “Volevano allontanarli dalla Grecia”. Un comandante: “Senza senso, le acque italiane sono a 200 km”
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PYLOS - "Ci hanno agganciati con le corde, poi hanno dato uno strattone e la barca si è rivoltata". Completamente? "Sì. Si è salvato solo chi era sul ponte più alto". È la voce in arabo di un bambino, registrata in un audio di 23 secondi che abbiamo ascoltato e tradotto, l'atto di accusa più grave e diretto contro la Guardia costiera greca per la strage al largo del Peloponneso. 

Il bambino era ancora all'interno del vecchio capannone navale al porto di Kalamata, sgomberato ieri mattina presto: è uno dei pochi minorenni tra i 104 sopravvissuti. Nell'audio sta spiegando come è affondato il peschereccio ad Ahmed, un giovane egiziano che fa il …

PYLOS - "Ci hanno agganciati con le corde, poi hanno dato uno strattone e la barca si è rivoltata". Completamente? "Sì. Si è salvato solo chi era sul ponte più alto". È la voce in arabo di un bambino, registrata in un audio di 23 secondi che abbiamo ascoltato e tradotto, l'atto di accusa più grave e diretto contro la Guardia costiera greca per la strage al largo del Peloponneso. 

Il bambino era ancora all'interno del vecchio capannone navale al porto di Kalamata, sgomberato ieri mattina presto: è uno dei pochi minorenni tra i 104 sopravvissuti. Nell'audio sta spiegando come è affondato il peschereccio ad Ahmed, un giovane egiziano che fa il parrucchiere a Milano ed è corso a Kalamata per cercare suo cugino. Ahmed ci mostra la sua fotografia all'interno del capannone. Ha registrato l'audio per farlo poi ascoltare ai genitori di suo cugino Amro Mohammed Aly Habdekzaher, un 17enne salito sulla stessa barca a Tobruk e scomparso.

"Sono stati loro a provocare la strage - dice indicando la Guardia costiera greca - ho registrato solo quel ragazzino ma lo dicevano tutti, là dentro. Quando sono stati chiesti i soccorsi, i greci ci hanno messo quasi 24 ore ad arrivare e non gli hanno dato nemmeno l'acqua. Li hanno tirati e hanno fatto ribaltare la barca con uno strattone secco. La verità è che non volevano salvarli, altrimenti non ci sarebbero solo 104 persone vive". 

Quella che ha raccolto non è l'unica testimonianza che accusa la Guardia costiera greca di aver provocato la tragedia con una manovra quantomeno maldestra. Un consigliere comunale di Kalamata, Tasos Polychronopoulos, ha ascoltato e affidato al quotidiano greco Kathimerini il racconto glaciale di un dentista siriano di 24 anni: gli ha detto che "la barca della Guardia costiera li ha legati con una corda e ha cercato di rimorchiarli tirando a sinistra, e all'improvviso la barca ha virato a destra ed è affondata in un lampo, il ché è confermato purtroppo da altre notizie". 

Sono gli stessi racconti che le famiglie affidano ai social e alle Ong, insieme alle quali cercano i dispersi. Ipotizzano il tentativo di trainare la barca fino alla zona Sar italiana, per sbolognare il problema di quei migranti da assistere. Le istituzioni greche rispondono per ora con il silenzio. Ieri lo ha stabilito anche formalmente il procuratore della Corte Suprema, Isidoros Dogiakos, ordinando alle procure e alla Guardia costiera l'assoluto segreto sulle indagini. Anche senza bisogno di decreti, è dal primo giorno che le istituzioni greche hanno elevato un fortino intorno alla tragedia in mare. 

Non c'è nulla di cui l'Europa possa essere orgogliosa, nella gestione di questa emergenza affidata alle navi mercantili e a uno yacht, e poi a una prigione in un capannone e a un centro di accoglienza per i parenti sul marciapiede della Guardia costiera, con le telecamere dei giornalisti invece degli psicologi e delle strutture per informarli. "Nel capannone Amro non c'era - dice Ahmed - e in ospedale non mi dicono neppure se è ricoverato. Insieme ad altri parenti abbiamo chiesto di controllare se sono tra i morti, ma non ce li lasciano vedere".

Persino le immagini dell'abbraccio tra i due fratelli siriani attraverso le sbarre blu della cancellata che teneva reclusi i sopravvissuti, che hanno fatto il giro del mondo, sono contemporaneamente gioia e pena. Mohammed piange con la disperazione dei suoi 18 anni, è sopravvissuto a un massacro ma i suoi due fratelli maggiori deve abbracciarli dietro le ignobili grate blu in cui è chiuso. Sono siriani di Aleppo, il più anziano vive e lavora in Germania in una multinazionale; Fardi abita in Olanda e lavora in un ristorante, e Mohammed doveva provare a farsi una vita in Italia ma per essere "rifugiato" doveva prima sopravvivere al viaggio della speranza. C'è riuscito per miracolo. Ora è a Malakasa con gli altri, in un centro di accoglienza vicino ad Atene. 

A cento metri dal capannone dove c'erano i sopravvissuti c'è la sede locale della Guardia costiera. Da giorni ci sono famiglie disperate lì davanti. Lacrime di chi non trova mogli e figli, fratelli e cugini disperati e arrabbiati, compaesani con i telefonini carichi di fotografie di vicini di casa che dal Pakistan, dalla Siria o dall'Egitto erano saliti in barca e ora chissà. Ci sono voluti due giorni perché dessero un telefonino ai disgraziati salvati dal mare, per chiamare casa e dire "ehi, sono vivo". Abbiamo visto le lacrime di chi ha trovato qualcuno vivo, e quelle di chi non trova nessuno. Dalle autorità, dalla macchina dell'assistenza hanno avuto solo un "vi faremo sapere", in attesa della burocrazia dei riconoscimenti. 

A Pylos, dove le squadre di ricerca e soccorso fanno spola con l'area del naufragio per rifare pieno e cambusa, un comandante dopo molte lusinghe e tanti "non posso" racconta che "noi personalmente abbiamo salvato una persona e raccolto 20 corpi", e dice che non ha senso la storia del tentativo di trascinare il peschereccio in acque Sar italiane: "Iniziano a 300 chilometri da qui, e il naufragio è avvenuto a 100 chilometri. Ne mancavano 200 e avrei potuto trascinarlo a 4 nodi l'ora al massimo, 7 chilometri". Anche lui è arrabbiato. "Ti rendi conto - dice - cosa vuol dire operare con queste barche? L'Europa deve creare una struttura apposita e dotarci di mezzi adeguati. Lo sai cosa vuol dire cercare un uomo in mare di notte? Nessuno aveva un salvagente, erano stremati e vedi solo i capelli a fior d'acqua. Nei prossimi giorni forse riaffiorerà qualche corpo: ce ne vogliono tre, di solito. Ma la maggior parte di loro non li troveremo mai. Lì c'è la Fossa Calipso, il punto più profondo del Mediterraneo: 5.270 metri. A due o trecento metri di profondità la pressione lo renderà stabile, fluttuerà e le correnti possono portarlo ovunque". 

Ha una sua versione, il comandante: "Il motore si rompe per il surriscaldamento dovuto alla rottura del tubo di raffreddamento: l'acqua invade la sala macchine, il motore salta e loro non sono in grado di riparare nulla, si spengono le luci d'emergenza e si scatena il panico. Col bordeggio l'acqua in sala macchine inclina la barca, a bordo cercano di salvarsi spostandosi tutti dalla parte opposta e...".