Il naufragio dei migranti in Grecia, l'accusa ai guardacoste: “Agganciati con una cima e la barca si è ribaltata"
dal nostro inviato Paolo BreraPYLOS - "Ci hanno agganciati con le corde, poi hanno dato uno strattone e la barca si è rivoltata". Completamente? "Sì. Si è salvato solo chi era sul ponte più alto". È la voce in arabo di un bambino, registrata in un audio di 23 secondi che abbiamo ascoltato e tradotto, l'atto di accusa più grave e diretto contro la Guardia costiera greca per la strage al largo del Peloponneso.
PYLOS - "Ci hanno agganciati con le corde, poi hanno dato uno strattone e la barca si è rivoltata". Completamente? "Sì. Si è salvato solo chi era sul ponte più alto". È la voce in arabo di un bambino, registrata in un audio di 23 secondi che abbiamo ascoltato e tradotto, l'atto di accusa più grave e diretto contro la Guardia costiera greca per la strage al largo del Peloponneso.
"Sono stati loro a provocare la strage - dice indicando la Guardia costiera greca - ho registrato solo quel ragazzino ma lo dicevano tutti, là dentro. Quando sono stati chiesti i soccorsi, i greci ci hanno messo quasi 24 ore ad arrivare e non gli hanno dato nemmeno l'acqua. Li hanno tirati e hanno fatto ribaltare la barca con uno strattone secco. La verità è che non volevano salvarli, altrimenti non ci sarebbero solo 104 persone vive".
Sono gli stessi racconti che le famiglie affidano ai social e alle Ong, insieme alle quali cercano i dispersi. Ipotizzano il tentativo di trainare la barca fino alla zona Sar italiana, per sbolognare il problema di quei migranti da assistere. Le istituzioni greche rispondono per ora con il silenzio. Ieri lo ha stabilito anche formalmente il procuratore della Corte Suprema, Isidoros Dogiakos, ordinando alle procure e alla Guardia costiera l'assoluto segreto sulle indagini. Anche senza bisogno di decreti, è dal primo giorno che le istituzioni greche hanno elevato un fortino intorno alla tragedia in mare.
Persino le immagini dell'abbraccio tra i due fratelli siriani attraverso le sbarre blu della cancellata che teneva reclusi i sopravvissuti, che hanno fatto il giro del mondo, sono contemporaneamente gioia e pena. Mohammed piange con la disperazione dei suoi 18 anni, è sopravvissuto a un massacro ma i suoi due fratelli maggiori deve abbracciarli dietro le ignobili grate blu in cui è chiuso. Sono siriani di Aleppo, il più anziano vive e lavora in Germania in una multinazionale; Fardi abita in Olanda e lavora in un ristorante, e Mohammed doveva provare a farsi una vita in Italia ma per essere "rifugiato" doveva prima sopravvivere al viaggio della speranza. C'è riuscito per miracolo. Ora è a Malakasa con gli altri, in un centro di accoglienza vicino ad Atene.
A cento metri dal capannone dove c'erano i sopravvissuti c'è la sede locale della Guardia costiera. Da giorni ci sono famiglie disperate lì davanti. Lacrime di chi non trova mogli e figli, fratelli e cugini disperati e arrabbiati, compaesani con i telefonini carichi di fotografie di vicini di casa che dal Pakistan, dalla Siria o dall'Egitto erano saliti in barca e ora chissà. Ci sono voluti due giorni perché dessero un telefonino ai disgraziati salvati dal mare, per chiamare casa e dire "ehi, sono vivo". Abbiamo visto le lacrime di chi ha trovato qualcuno vivo, e quelle di chi non trova nessuno. Dalle autorità, dalla macchina dell'assistenza hanno avuto solo un "vi faremo sapere", in attesa della burocrazia dei riconoscimenti.