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Papa Francesco ha aperto gli archivi vaticani per far luce sulla dittatura argentina

(ansa)
Presentati a Roma i volumi frutto di cinque anni di lavoro. Smentita la “leggenda nera” sul nunzio Pio Laghi. Le prudenze e le complicità tra i vescovi. La lista dei 3115 desaparecidos. Le luci e le ombre della vicenda dei due gesuiti sequestrati quando Bergoglio era provinciale
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Papa Francesco ha aperto anticipatamente gli archivi vaticani relativi agli anni della dittatura argentina per permettere ad un gruppo di studiosi di indagare in modo documentato sulle luci e le ombre dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il regime militare che ha governato il suo paese dal 1976 al 1983.

Il frutto di cinque anni di lavoro sono tre libri voluminosi, in uscita in Argentina in questi mesi, e presentati ora in Vaticano. Il ruolo ambiguo della Chiesa durante la “guerra sporca”, tra prudenze, complicità con i militari e eroiche testimonianze di resistenza, è sino ad oggi oggetto di polemiche politiche. Il titolo dell’opera, promossa dalla conferenza episcopale argentina, è “La verdad los hara’ libres”, la verità vi renderà liberi, frase di Gesù tratta dal Vangelo di Giovanni.

Il nodo degli archivi

Per accedere alla documentazione è stato cruciale il ruolo di Jorge Mario Bergoglio. Gi&ag…

Papa Francesco ha aperto anticipatamente gli archivi vaticani relativi agli anni della dittatura argentina per permettere ad un gruppo di studiosi di indagare in modo documentato sulle luci e le ombre dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il regime militare che ha governato il suo paese dal 1976 al 1983.

Il frutto di cinque anni di lavoro sono tre libri voluminosi, in uscita in Argentina in questi mesi, e presentati ora in Vaticano. Il ruolo ambiguo della Chiesa durante la “guerra sporca”, tra prudenze, complicità con i militari e eroiche testimonianze di resistenza, è sino ad oggi oggetto di polemiche politiche. Il titolo dell’opera, promossa dalla conferenza episcopale argentina, è “La verdad los hara’ libres”, la verità vi renderà liberi, frase di Gesù tratta dal Vangelo di Giovanni.

Il nodo degli archivi

Per accedere alla documentazione è stato cruciale il ruolo di Jorge Mario Bergoglio. Già quando era presidente della conferenza episcopale argentina, l’allora arcivescovo di Buenos Aires decise di studiare i fascicoli della Chiesa argentina relativi a monsignor Enrique Angelelli, uno dei pochi vescovi che criticò apertamente la dittatura e venne ucciso il 4 agosto del 1976 in quello che fu presentato all’epoca come un incidente di auto. Bergoglio, che da Papa ha permesso ai giudici di ottenere documenti cruciali per condannare i mandanti dell’omicidio e nel 2019 ha beatificato Angelelli, decise anche di avviare l’organizzazione di un fondo d’archivio emerso nel corso di questa ricerca, intitolato “diritti umani”, al fine di aiutare le famiglie dei “desaparecidos” a trovare notizie dei loro parenti sequestrati ed eliminati dai militari.

Padre Lombardi: nessuna compromissione Papa con la dittatura

Una volta eletto Papa nel 2013, poi, Francesco ha preso una decisione inusuale: ha cioè deciso di aprire agli studiosi anche gli archivi vaticani relativi alla dittatura argentina. Come è noto, infatti, i fascicoli presenti negli archivi dello Stato pontificio vengono declassificati pontificato per pontificato. Da ultimo, nel 2020 sono stati aperti, in seguito ad un’accelerazione voluta dallo stesso Francesco, gli archivi relativi a Pio XII, il pontefice della seconda guerra mondiale accusato di non aver fatto abbastanza per salvare gli ebrei dalla persecuzione nazi-fascista. Bergoglio ha però deciso di fare un’eccezione e, come ha spiegato lo storico Gianni La Bella, “ha deciso di aprire e digitalizzare gli archivi vaticani della prima e seconda Sezione della Segreteria di Stato e della Nunziatura di Buenos Aires, all'epoca guidata dal nunzio Pio Laghi, relativi agli anni della dittatura argentina dal 1976 al 1983, mettendoli a disposizione della Conferenza episcopale argentina, affinché un gruppo di storici, teologi, sociologi della Pontificia Università Cattolica potessero far luce su quanto accaduto in quei terribili anni”.

Yalics e Iorio

Un capitolo del primo volume è dedicato alla drammatica vicenda di Francisco Jalics e Orlando Yorio, due gesuiti che, oggi defunti, vennero sequestrati, torturati e rilasciati quando a capo della “provincia” argentina della Compagnia di Gesù c’era Bergoglio. Il futuro Papa per decenni è stato dall'accusa di non aver difeso, o addirittura avere denunciato, i due confratelli. In una conversazione con i gesuiti che ha recentemente incontrato in Ungheria – Jalics era ungherese – ha anche rivelato che il governo di Cristina Kirchner, nel 2010, approfittò di quella vicenda per tentare di “tagliargli la testa” con un interrogatorio della magistratura al quale, chiamato da testimone, fu trattato da imputato.

Gli studiosi ora ricostruiscono dettagliatamente tutta la vicenda con documenti alla mano. Emerge con chiarezza la “diagnosi pastorale diversa” tra Bergoglio e i due gesuiti, come ha sintetizzato lo storico Federico Tavelli nel corso della conferenza stampa che si è svolta venerdì alla sede della Radio vaticana, ossia da una parte la scelta di Jalics e Yorio di vivere in una comunità nella periferia di Buenos Aires, fortemente impegnati a fianco dei poveri, e, dall’altra, la disapprovazione dell’allora provinciale per il loro progetto, considerato probabilmente troppo pericoloso. Non viene nascosta la divergenza di percezione del frangente, con i due gesuiti che si sentono trattati in modo ingiusto da Bergoglio e lui che invece rivendica di aver preso ogni decisione con equanimità. Soprattutto, il libro mette in luce la “sfortunata” tempistica: Bergoglio ordina ai due gesuiti di lasciare la comunità, loro rifiutano e decidono di lasciare la Compagnia di Gesù, il 19 marzo del 1976 il futuro Papa comunica loro l’avvio della pratica per la loro secolarizzazione, il 24 marzo c’è il colpo di Stato, il 23 maggio vengono rapiti da uno squadrone, perché sospettati di contiguità con la guerriglia. “Considerato il contesto di voci e sospetti attorno al servizio pastorale dei sacerdoti con i poveri e la “caccia” del governo alla cosiddetta “infiltrazione marxista” nella Chiesa – scrivono gli studiosi – si pone la questione se le autorità ecclesiastiche seppero misurare le conseguenze che la fragile appartenenza ecclesiale significava per la sicurezza dei due sacerdoti”. Dopo mesi di interrogatori e torture, ad ogni modo, i due vengono rilasciati il 23 ottobre. Per la loro liberazione, ricostruisce il libro, si sono mossi il nunzio apostolico Pio Laghi e padre Bergoglio, che interviene sia presso il capo di Stato, il generale Jorge Rafael Videla, sia presso il suo vice, l'ammiraglio Emilio Massera. Un terzo gesuita, padre Luis Dourron, smentisce in un documento d'epoca che Bergoglio abbia potuto denunciarli, così come, nel corso degli anni, ha fatto padre Jalics in persona.

Leggenda nera infondata

La vicenda di Bergoglio, Jalics e Yorio è solo una delle numerosissime che vengono ricostruire nei tre volumi (il terzo è in uscita a fine anno). Per citare solo episodi noti, l’assassinio di padre Mugica, di monsignor Angelelli, di un gruppo di padri pallottini e di un gruppo di suore francesi. Viene pubblicata la lista di 3115 “desaparecidos” compilata dalla nunziatura apostolica, documento inedito e attorno alla cui esistenza si sono accumulate negli anni ipotesi e fantasmi. “Il nunzio – ha spiegato Federico Tavelli – riceveva ogni giorno lettere che chiedevano aiuto per ritrovare persone scomparse: lettere che arrivavano direttamente dai parenti, ma anche da organismi a Ginevra, o lettere che arrivavano in Vaticano e venivano inoltrate alla nunziatura. Il nunzio raccolse le segnalazioni, nomi, numero dei documenti, circostanze e data della sparizione, e ogni mese si rivolgeva al ministero dell’Interno chiedendo di queste persone. La risposta abituale era che non ne sapevano niente”. Proprio a partire dal caso di Jalics e Iorio, però, quindi già dal 1976, il nunzio apostolico inizia a maturare la consapevolezza che questi sequestri non erano, come suggerivano le autorità argentine, iniziativa di singole bande, ma erano scientemente organizzate dalla giunta militare. Vi è, ancora, la complicità di alcune case religiose a sottrarre i figli dei desaparecidos e affidarli illegalmente a famiglie favorevoli alla “junta” militare. Una pratica denunciata da decenni dalle “madres” (madri) e dalle “abuelas” (nonne) di Plaza de Mayo, che ha incontrato molto di frequente un muro di gomma, a Buenos Aires come a Roma, e che, ora, i curatori dell’opera sperano di poter contribuire a risolvere con la ricca documentazione pubblicata.

Nel complesso, ha spiegato don Carlos Maria Galli, decano della facoltà di teologia che ha coordinato i lavori, emerge che il nunzio apostolico, monsignor Pio Laghi, a lungo circondato da una leggenda nera, fu invece molto attivo a cercare di far liberare i desaparecidos e a fare espatriare fuori dall’Argentina i perseguitati politici; la Santa Sede – all’epoca era papa Giovanni Paolo II, i segretari di Stato erano Jean-Marie Villot prima e poi Agostino Casaroli – intervenne ripetutamente presso le autorità civili e religiose argentine, pubblicamente e riservatamente, per esprimere la propria preoccupazione; la conferenza episcopale argentina, invece, inizialmente simpatizzante con la dittatura per timore dei comunisti, pur sviluppando nel corso del tempo una certa preoccupazione e intervenendo riservatamente per denunciare le violazioni dei diritti umani, fu però, secondo don Galli, a parte alcune eccezioni, “non complice, ma poco profetica”.

Nel corso della conferenza stampa, moderata dalla corrispondente a Roma della Nacion, la giornalista Elisabetta Piqué, è peraltro emerso il ruolo, discreto, di monsignor Claudio Maria Celli, oggi nunzio apostolico a riposo, nonché grande esperto di rapporti con la Cina, che all’epoca, come “secondo” della nunziatura a Buenos Aires, svolse un ruolo cruciale nell’informare Roma e attivarsi per la ricerca dei desaparecidos. Alla presentazione del libro è intervenuta, dal pubblico, anche suor Geneviève Jeanningros, vecchia conoscenza di Bergoglio, nipote di una delle religiose francesi uccise durante la dittatura. A inizio pontificato, ha ricordato, portò le nonne di Plaza de Mayo dal Papa argentino, che chiesero a Bergoglio una cosa: "Aprire gli archivi".