Il trafficante tunisino: “Pronti 30 barconi da Sfax per l’Italia. Ecco il mio business”
di Leonardo MartinelliSFAX (Tunisia) - In questo bar affollato di Sfax, aperto su una strada polverosa, piena di vita e d'incertezze, risuona in sottofondo la canzone di Balti, il rapper tunisino.
Qui tutti conoscono "Allo", canto dolente di un ragazzo emigrato in Italia, sospeso tra nostalgia e rimorsi. "Dov'è finita la mia vita? La mia giovinezza?", chiede al telefono alla fidanzata, rimasta a casa. All'apparenza indifferenti, nel locale tutti bevono un caffè e scappano via dentro la città, così frenetica: crocevia di migranti, tunisini e subsahariani, che tentano il viaggio della speranza verso Lampedusa.
SFAX (Tunisia) - In questo bar affollato di Sfax, aperto su una strada polverosa, piena di vita e d'incertezze, risuona in sottofondo la canzone di Balti, il rapper tunisino.
Qui tutti conoscono "Allo", canto dolente di un ragazzo emigrato in Italia, sospeso tra nostalgia e rimorsi. "Dov'è finita la mia vita? La mia giovinezza?", chiede al telefono alla fidanzata, rimasta a casa. All'apparenza indifferenti, nel locale tutti bevono un caffè e scappano via dentro la città, così frenetica: crocevia di migranti, tunisini e subsahariani, che tentano il viaggio della speranza verso Lampedusa.
Un po' nervoso, sfreccia via nel traffico, denso e anarchico, alla ricerca di un posto dove parlare al sicuro. Sarà uno spiazzo di terra, mentre i sacchetti di plastica volano via per aria. Di fronte, una superstrada in costruzione da chissà quanti anni: quei progetti abortiti, come ce ne sono tanti in Tunisia. Perdute illusioni.
Hassan ha 29 anni. Ha la barba nera curata e gli occhiali da vista metallici leggeri, una faccia da bravo ragazzo. È domenica. Maglietta e shorts giusti, sembra il direttore finanziario di un'azienda milanese in pausa week-end. Ha appena visto la fidanzata.
"Ho iniziato dal basso, cinque anni fa. Partecipavo all'organizzazione dei viaggi, ma non sono stato mai scafista. I clienti erano contenti, mi sono fatto un nome e poi un gruzzolo. Ho iniziato a investire nelle trasferte". Si esprime bene, anche in francese. Ha fatto un po' d'università.
Le società di copertura
Come i colleghi, ha una copertura. "Una società in regola, in un altro settore". Non vuole dire quale: spesso sono aziende informatiche o agenzie immobiliari. "Serve per lavare il denaro sporco e per giustificare il mio tenore di vita". Lui è in cima a una piramide. Sotto ci sono i "coordinatori" a diversi livelli: chi raccoglie i "clienti" in tutto il Paese o chi si procura la barca e i motori. Giù, fino allo scafista.
"Fra di loro non si conoscono. Solo io conosco tutti". Li dirige come marionette dal suo cellulare. Hassan non si vede mai, non ci mette la faccia. Dice che non lavora con i nuovi barchini metallici, troppo pericolosi, ma solo con quelli di legno. E soprattutto con il pubblico tunisino, che paga di più.
"Grazie a Dio, non ho mai avuto un naufragio", dice Hassan. E non si capisce bene se sia più per la paura del carcere o perché dovrebbe confrontarsi con la propria coscienza. Precisa che "anche chi viaggia si deve assumere i suoi rischi e le sue responsabilità". In ogni caso, se nessuno dei clienti morirà, ma lo cattureranno comunque, "con tutti i soldi che ho fatto, pagherò qualcuno e uscirò presto dal carcere".
Hassan è sicuro, calmo. "Ma ho paura. Anche ora, perché sto parlando con te". Non ha nessun interesse a rilasciare un'intervista, probabilmente la vive come una sfida a sé stesso. È uno sfizio, non ha messaggi da lanciare. Neanche al presidente Kais Saied. "Ci faccia lavorare in pace e basta".
Il business dell'"harka"
Quando gli si ricorda che da più di un mese gli arrivi a Lampedusa, aumentati in precedenza fino a dieci volte rispetto a un anno prima, sono diminuiti e che forse la ragione è che i controlli tunisini, coordinati con gli italiani, funzionano, diventa un po' sprezzante. "Se i viaggi si sono ridotti, è solo perché il tempo è strano quest'anno. Soffia un vento forte. È il cambiamento climatico. Non fatevi illusioni".
Neanche sugli accordi che Giorgia Meloni e l'Ue negoziano con la Tunisia: soldi in cambio di un blocco dei migranti nel Mediterraneo. "Neppure il profeta in persona potrebbe bloccare l'harka". Così si chiama l'emigrazione clandestina. E lui, Hassan, il passeur, è l'harak.
A proposito, facciamo un po' di conti. "Il prezzo richiesto ai clienti - aggiunge Hassan - dipende sempre dal servizio fornito. Sono 2500-3000 dinari (740-880 euro) su una barca di legno con più di cinquanta persone a bordo. Chi, invece, ne pagherà 7000-8000 andrà nella stessa imbarcazione, ma solo con una trentina di migranti e due motori invece di uno, nel caso il primo faccia cilecca".
Spesso Hassan organizza una barca con un centinaio di persone. In questo caso, dice, l'organizzazione deve investire 240.000 dinari, compreso l'acquisto della barca. Ne incasserà 450.000. La differenza è pari a 210.000. "Io ne trattengo il 20% (ndr, oltre 12mila euro). Il resto lo divido tra i coordinatori, in genere sono cinque quelli coinvolti".
Il 20% per i colletti bianchi
Visto il ritmo di partenze, se Hassan non ha tutti soldi da investire, fa appello a "uomini d'affari e liberi professionisti" locali: sono i colletti bianchi che investono nella tratta. "Ad esempio, mi prestano 100.000 dinari. E io dopo un mese, una volta effettuata la traversata, ne rendo 120.000. Mi sembra un buon investimento".
Hassan non vuole fare questo tutta la vita. "Mi sono dato un obiettivo, una cifra ben precisa, per realizzare un progetto personale e lecito". Lui, intanto, è in contatto con altri passeur. "Non c'è concorrenza tra di noi - spiega - . Nel nostro campo la domanda è fortissima: tutti abbiamo anche troppo lavoro. Io devo respingere molte richieste".
"Dobbiamo individuare, tra i nuovi, chi possiamo corrompere e chi no. Ce ne sono di incorruttibili, ma anche quelli che accettano di essere pagati per chiudere un occhio sui controlli in mare e su terra. Cerchiamo di ottenere informazioni su questi personaggi. Spesso contatto i passeur delle località dove erano in servizio".
Il tempo è finito. Gli affari chiamano. Hassan guida di nuovo tra i clacson di Sfax: stavolta con meno grinta, quasi si fosse confessato e un po' rassicurato. Al bar qualcuno ha ancora in mente il ritornello di Balti. "Siamo partiti per la disperazione - dice il migrante della canzone, al telefono dall'Italia - . Qui non vogliono la mia gentilezza, c'è chi vede solo cattiveria. Non sappiamo più chi sono i nostri amici, né la differenza fra l'onestà e il tradimento". Tra i clienti qualcuno penserà già a partire. Fuggire via.