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Sudan, strage di civili a El Geneina. Giustiziato il governatore che aveva denunciato il “genocidio”

Un cadavere ricoperto con dei cartoni davanti a un veciolo militare nelle strade di El Geneina

 (afp)
Un’escalation così violenta non si registrava dai primi anni del conflitto in Darfur. “Le milizie hanno rastrellare le persone, partendo da attivisti, avvocati e medici di etnia massalit. È pulizia etnica”
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El Geneina, “il piccolo giardino” tradotto dall’arabo, una delle città più vitali del Darfur, in Sudan, è stata cancellata dalla furia delle Forze di supporto rapido (Rsf). Gli ex janjaweed, i “diavoli a cavallo”, in due mesi hanno massacrato settemila persone soltanto nella capitale dello stato occidentale della più grande regione sudanese.

Il culmine delle violenze perpetrate dalle milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, il signore della guerra in Sudan, è arrivato con l’uccisione del governatore di El Geneina. Kamis Abdallah Abakar è stato "giustiziato” dalle Rsf dopo aver rilasciato un’intervista a un canale saudita nella quale denunciava le violenze in città e l’inerzia delle forze di polizia locali. Abakar aveva detto ad Al-Hadath Tv che la situazione era “indescrivibile", definendo gli attacchi che si diffondevano in tutta la città un "genocidio".

A poche ore da quell'intervista, è stato arrestato arbitrariamen…

El Geneina, “il piccolo giardino” tradotto dall’arabo, una delle città più vitali del Darfur, in Sudan, è stata cancellata dalla furia delle Forze di supporto rapido (Rsf). Gli ex janjaweed, i “diavoli a cavallo”, in due mesi hanno massacrato settemila persone soltanto nella capitale dello stato occidentale della più grande regione sudanese.

Il culmine delle violenze perpetrate dalle milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, il signore della guerra in Sudan, è arrivato con l’uccisione del governatore di El Geneina. Kamis Abdallah Abakar è stato "giustiziato” dalle Rsf dopo aver rilasciato un’intervista a un canale saudita nella quale denunciava le violenze in città e l’inerzia delle forze di polizia locali. Abakar aveva detto ad Al-Hadath Tv che la situazione era “indescrivibile", definendo gli attacchi che si diffondevano in tutta la città un "genocidio".

A poche ore da quell'intervista, è stato arrestato arbitrariamente e assassinato insieme alla sua guardia del corpo. I loro cadaveri sono stati ritrovati poco lontano dal centro con evidenti segni di tortura. In un video girato dai suoi aguzzini e diffuso sui social si vedono dei miliziani intorno al corpo dell’uomo e una voce in arabo spiega: “Inviate questo video all’attivista massalit (ndr l’etnia maggioritaria dell’area) che è in Francia, e a tutti i massalit che sono scappati dal Darfur: abbiamo ucciso vostro padre”.


Il video messaggio era indirizzato ad Ahmed Kasala, leader della diaspora sudanese in Francia, che dall’inizio della guerra in Sudan, il 15 aprile scorso, ogni giorno realizza delle dirette sulla sua pagina Facebook.

“Ci arrivano notizie terribili da chi è sopravvissuto al massacro - racconta Adam Bosh Nor, originario di Geneina ma da anni in Italia dove si è laureato e coordina la comunità dei sudanesi di Roma - La mia famiglia è riuscita a fuggire, ora si trova in Ciad. Le milizie sono entrate in città, dal quartiere cosiddetto “delle scuole” e hanno cominciato a rastrellare la gente. Prima di tutto personaggi di spicco come attivisti, avvocati e medici di etnia massalit. Molti sono stati raggiunti nelle proprie case e uccisi. È evidente che si tratta di una vera e propria pulizia etnica nei confronti della popolazione originaria del Darfur occidentale”.

Un’escalation contro i civili così devastante non si registrava dai primi anni del conflitto in Darfur, iniziato nel febbraio del 2003, un vero e proprio genocidio con 400 mila morti e due milioni e mezzo di sfollati.

“A Geneina come a Nyala, nel sud del Darfur, è stato riproposto lo stesso modello di pulizia etnica dei janjaweed, che costituisce uno dei più gravi crimini di guerra nel diritto internazionale”, sottolinea Suliman Ahmed Hanid che a Nyala ha perso la cognata e due nipoti, uccisi da colpi di artiglieria nella loro abitazione.

La capitale del Darfur occidentale e le aree circostanti, già nel 2019 erano state colpite da gravi violenze riprese subito dopo che la missione di mantenimento della pace congiunta Onu-Unione africana era stata costretta a lasciare la regione sotto la pressione del governo del Sudan.


Attacchi alle comunità civili aumentati drammaticamente dallo scoppio della guerra a Khartoum. La città è rimasta da subito impantanata nel conflitto tra le Forze di supporto rapido e le milizie arabe armate da un lato, guidate da Hemeti, e l’esercito regolare sudanese, fedele al generale Abdel Fattah al Burhan, e i Paesi alleati che hanno messo a disposizione del capo del Consiglio Sovrano ì propri militari.

Quando è stata evidente la supremazia dei primi in Darfur, l’esercito ha abbandonato Geneina lasciando ad alcuni civili, costretti a imbracciare le armi, la difesa della città.

Da maggio alla prima metà di giugno oltre agli scontri armati tra le due forze, si sono susseguiti attacchi coordinati e sistematici contro i cittadini, proprietà private, ospedali, case e depositi di forniture umanitarie, compreso il cibo. Solo negli ultimi 15 giorni il bilancio delle vittime è stato di oltre 1.200 morti e migliaia di feriti. Più di 100.000 persone sono fuggite dalla zona attraverso il confine ciadiano, per lo più donne e bambini.

“Le milizie hanno fatto uscire solo le persone considerate vulnerabili dalla città - dice Adam Abdelgadir, rappresentante del Sudan Libération movement - gli uomini sono stati “intrappolati” a Geneina e uccisi tutti, gli ultimi ieri. In breve, tutti i residenti di Geneina sono stati ammazzati o costretti a fuggire”. Molte delle persone arrivate nei campi di accoglienza in Ciad presentano ferite da arma da fuoco, come riscontrato da “Medici senza frontiere” che presta assistenza e cure agli sfollati. La gran parte aveva nient'altro con sé che i vestiti che indossava.

La vastità delle violenze, gli attacchi etnici, la distruzione di proprietà e lo sfollamento forzato sono gli stessi crimini che nel 2005 spinsero il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a “deferire” la situazione in Darfur alla Corte penale internazionale. Amnesty International, dopo questa lunga serie di azioni violente da parte delle Forze di supporto rapido e delle milizie arabe loro alleate contro i civili, ha lanciato l’allarme sui rischi per la popolazione masalit del Darfur occidentale.

Ma in tutto il Paese il conflitto ha raggiunto livelli di distruzione e di ferocia impressionante, a ritmi sempre più serrati. Oltre 500 mila persone hanno abbandonato il paese e altrettante sono sfollate nei campi profughi interni.

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