Decodificare la Russia: da Gorbaciov a Putin, com’è cambiata l’arte della cremlinologia
di Enrico FranceschiniDemetrio Volcic, a lungo il decano e il più grande dei corrispondenti italiani da Mosca, aveva due umoristiche lezioni per gli ultimi arrivati della combriccola, Paolo Valentino del Corriere e io di Repubblica, nei giorni del golpe contro Gorbaciov del 1991. Questa era la prima lezione: “Sono qui da vent’anni e non è mai successo nulla, arrivate voi e in dodici mesi crolla l’Unione Sovietica”. Ed ecco la seconda: “Prima, ai tempi dell’Urss dura e pura, non sapevamo niente ma ci pareva di capire tutto, adesso, al tempo della perestrojka gorbacioviana, ci pare di sapere tutto ma non capiamo niente”.
Intendeva dire che la libertà di stampa introdotta dopo il 1985 dal capo del Cremlino creava illazioni di ogni tipo, nelle quali era difficile distinguere il vero dal falso, mentre i cosiddetti sovietologi, nella rigida censura della lunga era precedente di Leonid Breznev, costretti a interpretare quello che accadeva dietro le quinte da una serie di segnali astrusi e di messaggi in…
Demetrio Volcic, a lungo il decano e il più grande dei corrispondenti italiani da Mosca, aveva due umoristiche lezioni per gli ultimi arrivati della combriccola, Paolo Valentino del Corriere e io di Repubblica, nei giorni del golpe contro Gorbaciov del 1991. Questa era la prima lezione: “Sono qui da vent’anni e non è mai successo nulla, arrivate voi e in dodici mesi crolla l’Unione Sovietica”. Ed ecco la seconda: “Prima, ai tempi dell’Urss dura e pura, non sapevamo niente ma ci pareva di capire tutto, adesso, al tempo della perestrojka gorbacioviana, ci pare di sapere tutto ma non capiamo niente”.
Intendeva dire che la libertà di stampa introdotta dopo il 1985 dal capo del Cremlino creava illazioni di ogni tipo, nelle quali era difficile distinguere il vero dal falso, mentre i cosiddetti sovietologi, nella rigida censura della lunga era precedente di Leonid Breznev, costretti a interpretare quello che accadeva dietro le quinte da una serie di segnali astrusi e di messaggi in codice, costruivano su di essi elaborate teorie, paradossalmente non sempre sbagliate. Quarant’anni più tardi (Breznev morì nel 1982), è tornato in voga il mestiere di cremlinologo, cioè di interprete degli astrusi segnali provenienti dalla fortezza del potere assoluto russo, perché Vladimir Putin ha ripristinato la censura come in epoca sovietica e i giornalisti provano a capire qualcosa, se non proprio “tutto” come sosteneva spiritosamente Volcic, da minuscoli dettagli, apparentemente insignificanti.
L’esegesi del consiglio di sicurezza
L’ultimo caso in materia lo fornisce la surreale riunione di lunedi sera al Cremlino, in cui Putin ha convocato i ministri della Difesa e degli Interni, i capi dei servizi segreti, il capo del consiglio di sicurezza, il capo della guardia presidenziale, praticamente il suo stato maggiore, per discutere l’ammutinamento o golpe di Evghenij Prigozhin. La televisione di stato ha trasmesso 30 secondi dell’inizio di questo “gran consiglio”. Si sente parlare soltanto il capo del Cremlino, seduto a capotavola. All’inizio si sbaglia, dice “buongiorno”, poi si corregge, “buona sera”, ha uno strano, lieve tremolio della bocca e del mento, in cui qualcuno legge i segni di una paresi o semplicemente dello stress che deve avere provato negli ultimi giorni.
Gli altri, mezza dozzina di uomini, sono a poca distanza dal presidente, disposti lungo i due lati del tavolo. Tutti indossano abiti civili: primo segnale, perché in altre circostanze analoghe il ministro della Difesa Sergej Shoigu era in uniforme, con il petto coperto di onorificenze e medaglie. Tutti tengono le mani conserte, bene in vista sul tavolo, come a scuola: secondo segnale, un atteggiamento di totale deferenza e completa concentrazione. Tutti tengono lo sguardo rivolto verso Putin, non proprio guardandolo negli occhi, un po’ più in basso, perché non sembri uno sguardo di sfida ma confermi il massimo livello di attenzione, tranne uno: Shoigu, che non alza gli occhi nemmeno per un attimo, tenendoli fissi sul tavolo.
Shoigu in bilico
È il terzo segnale, il più importante: il ministro della Difesa, bersaglio dichiarato (insieme al capo di stato maggiore Gerasimov, assente dalla riunione – e potrebbe essere un segnale anche questo) dell’insurrezione armata di Prigozhin e dei suoi mercenari, ha chiaramente la parte dell’alunno che ha qualcosa da farsi perdonare, una qualche marachella, tipo non avere impedito un tentativo di golpe (sebbene ora Prigozhin dica che era soltanto “una protesta”) prima che accadesse.
Un segnale che un vecchio cremlinologo interpreterebbe probabilmente così: sì, Putin si è per il momento schierato con Shoigu, perché la sfida di Prigozhin era una clamorosa sfida anche al proprio potere, ma è consapevole che la guerra in Ucraina, gestita dal ministro della Difesa, non è andata troppo bene, per dirlo con un understatement all’inglese, e che senza i soldati di ventura della Wagner sarebbe andata ancora peggio. È anche ben conscio, Putin, che un bravo ministro della Difesa gli avrebbe tolto le castagne dal fuoco, ossia avrebbe evitato la crisi, prima che il fuoco divampasse e arrivasse a duecento chilometri da Mosca. Insomma, Shoigu può ritenersi fortunato a essere ancora al suo posto, ma solo perché licenziarlo ora sarebbe come ammettere che aveva ragione Prigozhin. Ma non si rilassi troppo, il responsabile della Difesa: non è detto che manterrà a lungo l’incarico. La prossima testa a cadere magari sarà la sua. Quindi dimostri anche fisicamente di essere abbacchiato, di sentirsi colpevole, di voler espiare. Come dimostrarlo? Tenendo gli occhi bassi, fissi sul tavolo della riunione.
L’analisi del Politburo
Se queste divagazioni di un ex-cremlinologo possono sembrare assurde congetture, è bene ricordare che tipo di congetture si facevano ai tempi dell’Urss dura e pura, nell’era Breznev ricordata da Volcic, leggendario corrispondente da Mosca della Rai, a noi novellini. Congetture in cui, prima di lui, si erano esercitati altri grandi corrispondenti da Mosca, come Alberto Ronchey, Arrigo Levi, Enzo Bettiza, Paolo Garimberti, Rodolfo Brancoli, Alberto Jacoviello, Ezio Mauro. Uno dei segni che la stampa estera non mancava mai di notare, per esempio, era la disposizione dei membri del Politbjuro, in piedi sulla tribuna allestita sopra il Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa, in occasione delle parate per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre o della vittoria nella Grande Guerra Patriottica (come i russi preferiscono chiamare la Seconda guerra mondiale). Il membro del Politbjuro più vicino al Segretario Generale, per la precisione alla sua destra, veniva generalmente giudicato il più influente o addirittura un potenziale erede. Le azioni di un membro del Poltibjuro giovane, come a un certo punto fu Gorbaciov, venivano valutate in ascesa, se a un certo punto, dall’ultimo posto in cima al Mausoleo, si avvicinava di una posizione o due al Segretario Generale. Un membro del Politbjuro in disgrazia finiva in fondo alla fila.
La scienza dei segni
Esercizio un po’ comico, sicuramente non infallibile, ma non c’è altra scelta quando una dittatura copre con censura e segreti ogni decisione, come succedeva al tempo di Breznev e come succede di nuovo ora con Putin: gli occhi bassi del ministro Shoigu sono l’equivalente di un membro del Politbjuro che, in cima al Mausoleo di Lenin, viene allontanato di varie posizioni dal Segretario Generale, a cui in passato era più stato vicino. E guarda caso, alla riunione di lunedì sera al Cremlino, Shoigu non era il più vicino a Putin. Beninteso, tutte queste considerazioni non mirano ad affermare che la realtà si interpreta meglio in tempi di dittatura rispetto a una pur fragile, caotica democrazia. Le “lezioni” di Volcic a noi ultimi arrivati, infatti, erano condite con humour e autoironia. Demetrio sperava ardentemente che prima o poi la Russia diventasse una democrazia. Continuiamo a sperarlo anche Paolo ed io, all’epoca ultimi arrivati a Mosca e suoi modesti allievi.