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Steele: “Per Putin è l’inizio della fine. Non sa gestire la sfida della destra nazionalista”

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L’intervista all’ex agente dell’MI6 britannico: “È stato bravo a sopprimere liberal e democratici, ma la Wagner l’ha costruita lui, ne dipende. Non credo sarà al potere quando gli Usa andranno alle elezioni l’anno prossimo”
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NEW YORK – «Per Putin è l’inizio della fine. Non credo che sarà al potere, quando si terranno le presidenziali Usa del 2024». È la scommessa che fa in questa intervista con Repubblica Chris Steele, ex capo del Russia Desk al servizio di intelligence britannico MI6 e autore del dossier su Trump che aprì il “Russiagate”.

Come giudica il discorso fatto ieri da Putin?

«Non sa come gestire la prima grande sfida subita dalla destra nazionalista. È stato bravo a sopprimere gli oppositori liberal e democratici, ma avendo costruito Prigozhin e Wagner, e dipendendo da loro, fatica a trattarli come traditori criminali».

Cosa ha spinto Prigozhin a tentare l’insurrezione?

«La decisione del ministro della Difesa Sergej Shoigu di mettere i mercenari sotto il suo comando, perché ha approfondito la rivalità. Prigozhin pensava di essere indispensabile e di forzare la mano di Putin per esautorare Shoigu. Lo scontro non riguarda solo il ruolo politico, ma soprattutto gli interessi economici del …

NEW YORK – «Per Putin è l’inizio della fine. Non credo che sarà al potere, quando si terranno le presidenziali Usa del 2024». È la scommessa che fa in questa intervista con Repubblica Chris Steele, ex capo del Russia Desk al servizio di intelligence britannico MI6 e autore del dossier su Trump che aprì il “Russiagate”.

Come giudica il discorso fatto ieri da Putin?

«Non sa come gestire la prima grande sfida subita dalla destra nazionalista. È stato bravo a sopprimere gli oppositori liberal e democratici, ma avendo costruito Prigozhin e Wagner, e dipendendo da loro, fatica a trattarli come traditori criminali».

Cosa ha spinto Prigozhin a tentare l’insurrezione?

«La decisione del ministro della Difesa Sergej Shoigu di mettere i mercenari sotto il suo comando, perché ha approfondito la rivalità. Prigozhin pensava di essere indispensabile e di forzare la mano di Putin per esautorare Shoigu. Lo scontro non riguarda solo il ruolo politico, ma soprattutto gli interessi economici del bottino di guerra. È possibile che Putin faccia fuori Shoigu, ma non dando l’impressione di accordarsi con Prigozhin».

Perché si è fermato a 200 miglia da Mosca?

«Gli è stato offerto un accordo. Le cose non stanno come sembrano. In gioco c’erano potere e corruzione relativi alle attività di Wagner in Africa e Medio Oriente. Queste operazioni si conducono dietro le quinte in maniera criminale, e Prigozhin ha ricevuto garanzie di poterle continuare. Ciò lo ha persuaso a non marciare su Mosca, perché dalla reazione ha capito di aver esagerato».

È vero che non puntava al posto di Putin?

«Non cercava di rovesciare il regime, ma dei cambi con gente favorevole alla sua black economy. Potrebbe ancora riuscirci, se il governatore di Tula Alexei Dyumin prenderà il posto di Shoigu».

Crede che gli Stati Uniti non c’entrino?

«È stata una sua iniziativa».

Qualcuno lo ha aiutato dall’interno?

«Alcuni lo hanno spinto e incoraggiato, ma non materialmente. È isolato nel gruppo dirigente. Abbiamo cercato di identificare i suoi alleti nel regime, ma sono pochi. Dyumin è uno di loro».

Gira voce che Vladimir Yakunin lo abbia aiutato.

«È possibile, ma non ha più una posizione chiave nel regime, non è un “circler”. Bisogna vedere le reazioni di persone come Sechin e i governatori. Alcuni oligarchi come Gennady Timchenko hanno preso le distanze da Putin, ma non sono pronti ad abbracciare Prigozhin come leader, perché è un criminale. Stava cercando di prendersi San Pietroburgo, sul piano politico ed economico, eliminando il governatore Alexander Beglov. Ha fallito e si è alienato molto sostegno. Nella leadership c’è chi lo vede come strumento utile per creare problemi, ma non per dargli il potere».

Vogliono il cambio di regime o la fine della guerra?

«Prigozhin non voleva fermare l’invasione, ma assicurare i suoi traffici. Altri vogliono indebolire Putin, ma non al costo di dare il Cremlino al Prigozhin o scatenare la guerra civile a Mosca».

A chi si riferisce?

«Molte persone un tempo vicine a Putin si sono allontanate. Ad esempio Sechin e Timchenko, che hanno sofferto molto per le sanzioni. Intorno ha un gruppo sempre più ristretto, inefficace, che non gli dice la verità, cioè che la guerra è disfunzionale. Ciò porterà alla rottura del sistema e la cacciata di Putin».

Prigozhin può sopravvivere?

«Forse, se obbedisce e si limita agli affari. Se insiste con la politica verrà eliminato».

I soldati di Wagner accetteranno di sottomettersi a Shoigu?

«Wagner costa 250 milioni al mese. I membri vengono pagati molto meglio dei soldati, dubito che accetteranno un taglio».

Resteranno in Siria, Libia, Sahel?

«Wagner non finisce con Prigozhin. Ha tentacoli in Africa, Medio Oriente, Asia. Risorse massicce: oro, diamanti, che servono ad aggirare le sanzioni. Solo le sue concessioni minerarie valgono un miliardo di dollari. Non è un problema risolto».

Chi sarà il successore di Prigozhin?

«Non è chiaro».

Attaccheranno Kiev dalla Bielorussia?

«Non credo. Semmai Prigozhin minaccerà il potere di Lukashenko».

Perché Putin non lo ha eliminato subito?

«È stato colto di sorpresa, non credeva alla sfida di un gruppo paramilitare di destra. Sabato a Mosca c’è stato il panico».

È scappato?

«Di sicuro dal Cremlino».

Non c’è il rischio che reagisca usando le armi nucleari?

«Ha altre priorità di cui occuparsi, come la sua sopravvivenza».

Perché pensa che questo sia l’inizio della fine per Putin?

«Dipenderà da due fattori. Primo: quanto successo avranno gli ucraini sul campo di battaglia; secondo, l’aumento dell’impatto delle sanzioni. L’elite soffre, può agire per cambiare corso».

Mosca si prepara ancora ad interferire nelle elezioni occidentali?

«Più vicini al voto tornerà a farlo, chiunque la governi».

E lei scommette che non sarà Putin?

«La sua fine è iniziata. Non credo che sarà al potere, quando l’anno prossimo si terranno le presidenziali americane».

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