Israele, Netanyahu fa retromarcia sulla riforma della giustizia
di Rossella TercatinGERUSALEMME — Retromarcia del primo ministro Benjamin Netanyahu su uno dei pilastri della sua controversa riforma della giustizia: la clausola che consentirebbe alla Knesset di approvare leggi già bocciate dalla Corte Suprema. Ad annunciarlo è lo stesso Netanyahu in un’intervista al Wall Street Journal, che è stata però attaccata dai suoi alleati di governo.
“La proposta non è più all’ordine del giorno”, ha dichiarato il premier. “Io presto attenzione a ciò che pensa l’opinione pubblica”.
Sin dall’entrata in carica del nuovo governo a fine dicembre, la riforma della giustizia è stata presentata come la sua prima priorità condivisa da tutta la coalizione, il Likud di Netanyahu, i partiti ultra-ortodossi e le forze dell’estrema destra religiosa…
GERUSALEMME — Retromarcia del primo ministro Benjamin Netanyahu su uno dei pilastri della sua controversa riforma della giustizia: la clausola che consentirebbe alla Knesset di approvare leggi già bocciate dalla Corte Suprema. Ad annunciarlo è lo stesso Netanyahu in un’intervista al Wall Street Journal, che è stata però attaccata dai suoi alleati di governo.
“La proposta non è più all’ordine del giorno”, ha dichiarato il premier. “Io presto attenzione a ciò che pensa l’opinione pubblica”.
Sin dall’entrata in carica del nuovo governo a fine dicembre, la riforma della giustizia è stata presentata come la sua prima priorità condivisa da tutta la coalizione, il Likud di Netanyahu, i partiti ultra-ortodossi e le forze dell’estrema destra religiosa-nazionalista.
Al cuore del progetto, l’obiettivo di limitare i poteri della Corte Suprema, attraverso la modifica della composizione della commissione incaricata di selezionare i giudici e appunto, il sostanziale svuotamento della possibilità del tribunale di bocciare le leggi.
E tuttavia, man mano che la maggioranza procedeva spedita con l’iter legislativo della riforma, il Paese si è ritrovato percorso da proteste senza precedenti, che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone, contro un piano che è stato descritto da molti come una minaccia alla democrazia. A prendere posizione contro la riforma sono stati anche due settori che normalmente in Israele si tengono fuori dal dibattito politico, le industrie high-tech e l’esercito.
Lo scorso marzo, proprio la richiesta del Ministro della Difesa Yoav Gallant di fermare il cammino della riforma a favore di un compromesso — alla luce del diffuso malcontento tra veterani e ufficiali — ne aveva causato il brusco licenziamento da parte di Netanyahu. Nelle ore successive centinaia di migliaia di israeliani erano scesi in piazza e uno sciopero generale aveva paralizzato il Paese.
Da quel momento il premier ha cambiato approccio, aprendo ai negoziati con l’opposizione e procedendo con più cautela, con una tendenza a posticipare le decisioni sulla materia. Tra le altre cose nel corso dei mesi è stata presa in considerazione l’ipotesi di richiedere — al fine di approvare una legge bocciata dalla Corte Suprema — non più una maggioranza semplice dei 120 parlamentari della Knesset ma una maggioranza qualificata.
Nell’intervista al Wall Street Journal, incalzato dall’intervistatore Netanyahu ha spiegato che anche quest’idea è stata scartata. “È fuori", ha detto. Allo stesso tempo, ha criticato l’atteggiamento dell’opposizione, accusandola di non essere disponibile al minimo compromesso e spiegato che sarà lo stesso governo a presentare un nuovo progetto più moderato.
Intanto gli alleati del premier hanno denunciato l’intervista come una resa. Con Zohar che lo ha addirittura smentito, sostenendo che la clausola verrà reintrodotta nella riforma.