Checkpoint Pasta, così 30 anni fa in Somalia l’Italia riscoprì la guerra
di Gianluca Di FeoIn mezzo alla strada si sono radunati donne, uomini e ragazzini. Gridavano contro gli italiani, non era mai successo prima. Qualcuno ha cominciato a lanciare sassi e la scorta si è stretta intorno al generale Bruno Loi. E' l’attimo cruciale. Dietro il muro di folla si sono sentite alcune detonazioni, confuse tra le urla dei manifestanti e il rumore dei blindati. Pochi secondi e il suono dei kalashnikov si è imposto. I soldati all’inizio hanno risposto sparando in aria. Ma quando hanno visto i proiettili esplodere tra i loro piedi, hanno abbassato il tiro.
La missione
Così trent’anni esatti fa l’Italia è tornare a vivere la guerra. È accaduto in un posto lontanissimo eppure molto vicino alla nostra storia: la Somalia, l’unica ex colonia che non ci aveva mai respinto, accogliendoci come amministratori per conto dell’Onu anche dopo la sconfitta del conflitto mondiale.
Nelle rovine di Mogadiscio dilaniata dalle lotte tribali la nostra eredità era rimasta pure nei toponimi, come il p…
In mezzo alla strada si sono radunati donne, uomini e ragazzini. Gridavano contro gli italiani, non era mai successo prima. Qualcuno ha cominciato a lanciare sassi e la scorta si è stretta intorno al generale Bruno Loi. E' l’attimo cruciale. Dietro il muro di folla si sono sentite alcune detonazioni, confuse tra le urla dei manifestanti e il rumore dei blindati. Pochi secondi e il suono dei kalashnikov si è imposto. I soldati all’inizio hanno risposto sparando in aria. Ma quando hanno visto i proiettili esplodere tra i loro piedi, hanno abbassato il tiro.
La missione
Così trent’anni esatti fa l’Italia è tornare a vivere la guerra. È accaduto in un posto lontanissimo eppure molto vicino alla nostra storia: la Somalia, l’unica ex colonia che non ci aveva mai respinto, accogliendoci come amministratori per conto dell’Onu anche dopo la sconfitta del conflitto mondiale.
Nelle rovine di Mogadiscio dilaniata dalle lotte tribali la nostra eredità era rimasta pure nei toponimi, come il pastificio che ha dato il nome da quella battaglia. Il 2 luglio 1993 un posto di blocco – il Checkpoint Pasta, appunto - è stato l'epicentro di uno scontro infinito, come mai più si è visto. Oltre cinquecento soldati hanno combattuto per ore, facendo fuoco con ogni arma: mitragliatrici, mortai, missili, cannoni, elicotteri. Per la prima e unica volta dal 1945 sono stati usati pure i carri armati. Un inferno, dove più volte la situazione è apparsa compromessa.
Allora i militari erano di leva, con pochi mesi di addestramento alle spalle. Quasi tutti avevano accettato di partire per restare con i loro compagni. Come il sottotenente Andrea Millevoi, 21 anni, che aveva quasi finito i quindici mesi da ufficiale di complemento e ha rinnovato la ferma per seguire i suoi “lancieri” in Africa.
Pasquale Baccaro, suo coetaneo, aveva scelto la naja nei parà. Altra esperienza il sergente maggiore Stefano Paolicchi, che aveva passato dieci dei suoi trent’anni con gli incursori del Col Moschin tra Libano e Kurdistan. Millevoi, Baccaro, Paolicchi non sono tornati; altri ventidue sono rimasti feriti. Anche Gianfranco Paglia era un sottotenente di leva della Folgore e a soli 23 anni ha perso l’uso delle gambe: «Eravamo ragazzi e quel giorno siamo diventati uomini», dichiara.
L’obiettivo
I caschi blu italiani erano impegnati nella caccia a Mohammed Farah Aidid, il signore della guerra che affamava la popolazione saccheggiando gli aiuti internazionali. Lo stesso generale preso di mira dalla Delta Force americana tre mesi dopo nel raid fallito raccontato da Ridley Scott in “Black Hawk Down”.
La nostra intelligence aveva avuto una dritta sul suo rifugio e all'alba era scattata l’operazione “Canguro 11”. Due colonne compiono un rastrellamento, perquisiscono case e magazzini senza risultati. C’è un clima di ostilità: l’accoglienza benevola verso i soldati stranieri si era incrinata un mese prima dopo i combattimenti tra le milizie di Aidid e il contingente pachistano. Per gli italiani non c’erano mai stati problemi ma quella mattina è tutto diverso: sembra esserci una regia che anima le mosse della folla.
Proprio quando le due colonne fanno dietro front per rientrare alla base, i gendarmi somali che le accompagnano si dileguano mentre spuntano barricate e molotov. Arriva tanta gente che sbarra la strada agli italiani, urlando. E all’improvviso la prima sparatoria accende una catena di scontri drammatici. Ci sono gruppi di soldati che restano isolati. I miliziani di Aidid hanno lanciarazzi Rpg che forano pure i blindati. I nostri sono chiusi in vecchi M113 su cui erano state installate piastre aggiuntive: ai nostri soldati ricordavano un biscotto gelato e li chiamavano “Camillino”. E’ in uno di questi che Baccaro viene colpito da un razzo e muore dissanguato. Un altro dei mezzi finisce nelle mani dei guerriglieri, che usano la mitragliatrice per sparare contro i nostri: interviene un elicottero Mangusta e lo distrugge con un missile.
Il soccorso
L'intero contingente parte dagli accampamenti e si getta nella mischia, con le autoblindo Centauro che fanno fuoco ad alzo zero: Andrea Millevoi muore mentre ne sta guidando una. Gli incursori si infilano tra i palazzi e prendono alle spalle i cecchini, liberando una colonna bloccata. Ci sono immagini durissime. Fabio Tirollo, sottotenente ventenne e collega di Millevoi, le ha ricordate in uno splendido documentario di History Channel: «Un capitano della Folgore mi puntò il mitra: “Carica questi due parà feriti e sfonda le barricate”. Risposi che l’ordine era di non muoversi. Lui disse: «I casi sono due: o li porti in salvo o ti sparo»”.
Le foto dei soldati insanguinati aggrappati all’autoblindo di Tirollo hanno fatto il giro del mondo. Ci sono stati più coraggio o disperazione? «Entrambe – risponde Paglia, oggi tenente colonnello che segue gli atleti paralimpici in uniforme -. Il coraggio per uscire dalla trappola; la disperazione di vedere i proprio compagni morire senza potere fare nulla. Come Baccaro, che era nella mia stessa compagnia dei “Diavoli neri”». Paglia è stato premiato con la medaglia d’oro al valore: prima ha portato in salvo alcuni feriti con il suo cingolato, poi è tornato indietro per partecipare ai combattimenti. Per dirigere il tiro è rimasto con il busto fuori dal veicolo corazzato e i cecchini lo hanno colpito alla colonna vertebrale.
La lezione
Nessuno sa quanti somali siano stati uccisi o feriti, di sicuro centinaia. Quel giorno di trenta anni fa si è spenta l’illusione delle missioni di pace, che tutti ritenevano incruente. E in Somalia si è capito che le operazioni per imporre la pace, il cosiddetto peacemaking, erano impossibili. Eppure l’Occidente avrebbe potuto imparare tanto a Mogadiscio, evitando molti degli errori commessi poi in Iraq e Afghanistan.
«Ci sono stati insegnamenti positivi e negativi – prosegue il tenente colonnello Paglia -. Le lezioni militari sono state applicate. Ricordo che ho incontrato i bersaglieri della Garibaldi quando per primi sono andati in Iraq: non è più successo che i nostri contingenti si siano ritrovati in una situazione del genere. Si è visto nell’unica situazione simile, la Battaglia dei Ponti a Nassiriya, sulla quale mi sono confrontato con il maresciallo Quarta, un’altra medaglia d’oro, ma allora l’esercito era già composto da professionisti. Il dato comune però è che non esistono missioni facili”.
Ancora oggi Mogadiscio è prigioniera del terrore e della desolazione. “Siamo andati via dalla Somalia e tornati dopo vent’anni – conclude Paglia -. Per l’anniversario volevo deporre una corona al Pastificio, avevo pianificato tutto ma ho dovuto rinunciare a partire: dopo gli ultimi attentati jihadisti non c’erano le condizioni di sicurezza. Questa è un’altra cosa che va capita, bisogna restare finché serve. Nel Kosovo, in Bosnia, in Libano c’è la pace perché ci sono ancora i nostri soldati”.